Equivalenze che permangono: Famiglia=Donna=Madre=Figlio

(Brevi riflessioni di Maria Luisa Boccia e mie)
“Dalle leggi di assistenza alle madri nubili, le prime ad acquisire visibilità e perfino una qualche forma di ‘diritto materno’ (Mozzoni, 1975), alle leggi di tutela alla madre lavoratrice, a quelle di assistenza alla maternità, fino al riconoscimento della parità tra i genitori, l’interesse è stato rivolto alla famiglia e in questo ambito alla funzione materna, più che alla autonomia della donna singola (Saraceno, 1992; Pitch, 1998) (….) L’intervento dello Stato non è in realtà rivolto alle donne, quali soggetti, ma alla funzione riproduttiva che esse svolgono, ed è sempre più centrato sul nascituro, il vero soggetto debole, il cui interesse è compito prioritario tutelare (…) La maternità è insomma un bene pubblico, che lo Stato deve tutelare anche contro le madri, ed è grazie a questa rilevanza politica della funzione primaria a loro assegnata che le donne –singole o coniugate, madri e non- hanno acquisito la cittadinanza in modo del tutto peculiare. Diversamente dagli individui maschi infatti sono stati loro attribuiti diritti specifici, riferiti non tanto alla loro persona, ma alla funzione materna presunta naturale che, in quanto donne, sono tenute a svolgere. E spesso sono state le donne stesse a richiedere questa tutela, dando priorità al riconoscimento di diritti sociali piuttosto che a quelli civili e politici.”
(Maria Luisa Boccia, “La differenza politica. Donne e cittadinanza”, Il Saggiatore 2002)
“Questa ambigua presenza-assenza delle donne nella sfera pubblica si fa evidente quando viene posta dall’emancipazionismo tra Ottocento e Novecento la questione della cittadinanza. Il ruolo materno, inteso come differenza, «natura» femminile, dopo essere stato il luogo in cui si è giocata l’esclusione delle donne dalla res publica, diventa, come scrive Annarita Buttafuoco, «un requisito essenziale per la piena assunzione di diritti», oltre che un «valore civile» capace di creare forme più umane di socialità (Buttafuoco, 1997). La contraddizione non tarda a manifestarsi quando alla richiesta diritti uguali di cittadinanza si vengono ad affiancare leggi di tutela, col risultato che «la posizione di debolezza delle donne viene così confermata, normandola» (Boccia, 2002).
Le donne tentano, in altre parole, di ribaltare l’accezione negativa del modello che le ha tenute per secoli in condizione di minorità sociale, giuridica e politica: della sensibilità, della oblatività femminile, della maternità, fanno il loro punto di forza, i «valori» su cui ridisegnare la struttura stessa dei rapporti sociali.
Il dilemma della cittadinanza – uguaglianza/differenza- si va a collocare sostanzialmente dentro la dualità che l’uomo ha creato, ponendo se stesso come misura neutra, universale, e la donna come «differente». Di qui una serie di incongruenze. Nell’idea che bastasse capovolgere e ridefinire in positivo, e quindi come «valore», l’appartenenza al sesso femminile, l’emancipazione riproduce in qualche modo posizioni di complementarità e gerarchie note. Le associazioni delle donne, puntando sull’estensione delle «competenze femminili» alla sfera pubblica, finiscono per dedicarsi a opere di carattere meramente assistenziale, anche se non si può negare che abbiano in questo modo contribuito a cambiare l’idea di politica e di società. Più inquietante è l’esito della valorizzazione della maternità in chiave etnica: la missione delle donne nelle guerre coloniali «nella duplice versione della donna- madre custode del benessere famigliare e della purezza razziale e di educatrice delle donne colonizzate» (Papa, 2009).”
(Lea Melandri, in “Femministe a parole. Grovigli da districare”, Ediesse 2012)

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