Il lato oscuro degli uomini – frammenti dallo scritto di Claudio Vedovati, “Violenza e libertà. IL cambiamento è nelle relazioni”

“Il dibattito pubblico, la politica, ed i saperi implicati nel contrasto alla violenza fanno resistenza a misurarsi con le sfide portate dalla libertà delle donne e con la crisi della cultura patriarcale. Probabilmente è la natura stessa di ciò che consideriamo come “spazio pubblico”, come “politica”, come “comunicazione”, come “sapere”, segnati come sono dalla storia maschile a rendere cieco dal punto di vista di genere il loro sguardo. E allora i discorsi arretrano.
Qui la difficoltà di capire e l’interesse a non capire sono spesso una cosa sola. La maggioranza degli uomini ancora non comprende in che misura la violenza li riguardi, li chiami in causa. Le donne rimangono sempre sotto lo sguardo maschile, come vittime da proteggere, come soggetti “deboli” da tutelare (…) In ogni caso, gli “uomini violenti” sono sempre “altri uomini”.”

“…l’idea stessa del lavoro culturale sembra prescindere dal lavoro su di sé (…) Le relazioni sono il vero spazio pubblico di cui dovremmo avere cura, riportando alle relazioni anche quello spazio che chiamiamo pubblico ma che è abbondantemente privato e autoreferenziale e che è stato storicamente il luogo di affermazione degli uomini.”

“Quando un mondo frana, come frana il patriarcato, e non sono visibili altrettante risorse di senso, simboliche e materiali, il rischio della violenza maschile aumenta, sostenuto dalla novità del risentimento maschile. Gli uomini applicano a sé la figura della vittima, già usata per svalorizzare le donne, accusando proprio le donne (o la cosiddetta “femminilizzazione” della società) di avere messo fine al dominio del proprio genere.”

“Nel lavoro di Maschile Plurale (…) esce un quadro che non si esaurisce in quei generici “educare alla relazione”, “insegnare comportamenti non violenti”, “lavorare sulle emozioni”, “sviluppare consapevolezze di sé”, che caratterizzano molti programmi di prevenzione della violenza maschile. Quello che è investito è un livello profondo che riguarda il rapporto che gli uomini hanno con il proprio corpo, la sessualità, il proprio desiderio e le rappresentazioni che ne danno. Le risposte alla violenza vanno cercate qui, in quello che gli uomini possono vedere dentro di sé, oltre che nelle domande poste agli uomini dalla libertà delle donne.
Faccio alcuni esempi. La socialità vissuta come luogo di cameratismo, di competizione o di affermazione di sé senza fragilità (…) Il bisogno di aderire a modelli normativi di virilità da cui dipende la propria identità sociale. La rappresentazione del desiderio maschile come “basso istinto”, distinto dai sentimenti e dunque come pulsione da tenere sotto controllo, da “governare”, “civilizzare”, “disciplinare”, di cui non fidarsi. Il piacere sessuale vissuto come prestazione (…) La facilità con cui si può rimuovere il proprio corpo. E dunque la costruzione di saperi e discipline usate come protesi di un corpo silente. L’affermazione di sé attraverso modelli di appartenenza identitari come il gruppo, la nazione, il lavoro, la guerra, usati per superare la percezione di precarietà della propria virilità. La passio per il potere come strumento che definisce pubblicamente la propria identità, che dà virilità, che nasconde la paura dell’impotenza.”

“In questo nuovo scenario c’è una domanda che rischia di portarci di nuovo fuori strada: chi sono gli uomini violenti? La domanda nasce da una esigenza giusta (…) Tuttavia la costruzione della categoria degli uomini violenti porta con sé la separazione di questi uomini dalla cultura maschile condivisa da cu nasce la violenza stessa. La tentazione dell’identikit dell’uomo violento è un gesto apotropaico, di allontanamento, che consente la cultura maschile di rimuovere, ancora una volta, qualcosa di sé. Consente all’esperto o agli operatori che lavorano in questo ambito di rappresentarsi come non coinvolti in questa cultura della violenza. Consente alla comunità degli uomini di avere capri espiatori con cui conservare i vantaggi degli squilibri nelle relazioni di genere.”

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