Infante è il mondo

“I malsicuri padroni e i malsicuri liberti si guardano con terrore, nostalgici gli uni del sicuro dominio, gli altri delle catene sicure. L’amore e l’aperta battaglia minacciano allo stesso modo la loro sicurezza”.
(Carlo Michelstaedter, “La persuasione e la retorica”, Adelphi 1982)

Come
La legge della sopravvivenza vuole che due esseri simili e ugualmente liberi debbano avere bisogno l’uno dell’altro per garantirsi la vita. Anche se il vincitore è il solo a poter affermare la sua individualità di fronte a un nemico divenuto “materia” e “cosa” per i suoi bisogni, come il padrone e lo schiavo essi sono costretti a restare uniti.
Per aver diviso astrattamente la proprietà della vita dalla potenza reale di crearla, due funzioni diverse e contrapposte si fanno complementari, e la disparità coperta dall’essersi indispensabili, sembra contare meno della convinzione che il distacco significherebbe per entrambe la morte.
La guerra che precede la spartizione dei campi e la distribuzione del potere sociale tra gli uomini è quella che vede il figlio trionfare sul corpo che lo ha creato per non doverlo temere e per conservarne i vantaggi. Tanto più necessaria quanto più capace di offrire nutrimento e piacere all’uomo che da lei dipende dominandola, la donna si rende indispensabile alla vita dell’altro, convinta di assicurarsi in questo modo anche la propria.
L’onnipotenza dell’organizzazione sociale cresce sull’impotenza del singolo, ogni forma di dominio su una consegna di schiavitù. Così il bambino riaccende ogni volta le sue paure per potersi affidare a una madre, e quando sente muoversi la libertà nella sue gambe e nelle sue mani, trema ancora di più e si finge bisognoso del calore che sta per perdere. Non ancora capace di far sentire la propria voce, l’ “l’infante” del mondo cammina per sentieri che altri hanno preparato per lui, ugualmente ignari e inconsapevoli del traguardo ultimo di quella fatica.
Sulla gran “via polverosa” della civiltà cammina un uomo a cui una madre, non si sa se premurosa o timorosa di perderlo, ha dato piedi da bambino, perché nello smarrimento continuasse a cercare braccia rassicuranti. Se anche le sue opere lo hanno visto farsi grande e sovrastare il corpo che lo ha partorito, il riposo e il compenso di tanto lavoro conservano la dolcezza che hanno i giochi di infanzia.
Una “tranquilla e serena minore età” fa da velo alla storia di una specie che non conosce ancora né nascita né morte, e che se anche tiene lo sguardo sopra il mondo, non può vederlo perché ha occhi ciechi.
(da L. Melandri, “Come nasce il sogno d’amore”, Rizzoli 1988, Bollati Boringhieri 2002)

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