Crisi della politica

Un rinnovamento è possibile, ma a certe condizioni.
A proposito dell’appello ‘Insieme possiamo’
(12 Luglio 2015)
La crisi della politica, delle sue istituzioni e, più in generale del modello di rappresentanza che l’ha separata sempre di più dalla vita e dalla partecipazione attiva di tutte e di tutti, è stata al centro dei movimenti nati negli anni ’70, in particolare del movimento non autoriario nella scuola e del femminismo. Non aver raccolto e dato seguito a quella che allora chiamammo “una politica radicale” -capace di “andare alle radici dell’umano”, di sottrarre alla “naturalizzazione” tutto ciò che è stato considerato “non politico” (il femminile, il corpo, la sessualità, la maternità, i sogni, le relazioni famigliari, la divisione sessuale del lavoro, ecc.)-, ha favorito, a seguito del progressivo venire meno dei confini tra privato e pubblico, la crescita dell’antipolitica e di forme deteriori di populismo.
Sono queste oggi, purtroppo, le tendenze che godono di ampio, anche se non sempre manifesto, consenso.
Non si può dire che siano mancati in Italia, già a partire dal 1977, movimenti nati dal basso con contenuti e pratiche innovative, animati da una forte “dissidenza” rispetto all’ordine economico e politico esistente: dal “popolo viola” a Genova 2001, Dal Molin, No Tav, associazioni ambientaliste e per i beni comuni, ecc. Ma sempre hanno avuto durata breve, osteggiati dai partiti, indeboliti dalla loro stessa frammentarietà e, soprattutto, incapaci di mettere in discussione la falsa “neutralità” di cui si sono fatte scudo finora tutte le culture maschili, di destra e di sinistra.
Ogni volta, con un misto di speranza e di diffidenza, le mie attese hanno oscillato tra il desiderio di vedere nominato, tra altri, il movimento delle donne -l’unico peraltro sopravvissuto agli anni ’70-, e il piacere che non lo fosse.
Contraddizione comprensibile, dal momento che se è importante riconoscere che è stato il femminismo a portare alla coscienza il rapporto tra i sessi, nel suo ambiguo annodamento di amore e violenza, dall’altro dovrebbe essere anche chiaro che le sue intuizioni e le sue pratiche -il partire da sè, l’autocoscienza, l’attenzione ai sedimenti inconsci del sessismo, del razzismo, di ogni forma di potere- attraversano tutti i movimenti.
La virilità e la femminilità sono tutt’ora le strutture più arcaiche e perciò più durature sia della vita personale che delle relazioni sociali, prodotte da una comunità storica di soli uomini, ma fatte proprie, forzatamente, dalle donne stesse. Il silenzio, l’indifferenza, per non dire l’ostilità che il femminismo ha incontrato nel suo percorso ormai quarantennale, anche da parte di una sinistra che si voleva “radicale”, hanno prodotto, come era prevedibile, ripiegamenti, chiusure reciproche.
Per aderire al progetto di “cantieri” impegnati, a livello nazionale e cittadino, a promuovere – come si legge nell’appello “Insieme possiamo”- “una ricomposizione della rete di associazioni, movimenti, partiti”, non mi basta perciò che ad accomunarli sia “il giudizio critico sul governo e sul renzismo”, e nemmeno il richiamo a quei “principi sociali e politici” a cui si è ispirata finora la sinistra.
La condizione per un impegno mio, ma potrei dire anche di molte donne con cui condivido da anni idee e pratiche nate dal femminismo, è che siano proprio quei “principi” su cui è mossa finora la sinistra, riformista o radicale, partitica o non partitica, a essere interrogati dal punto di vista dell’appartenenza di sesso e di un’idea di “rivoluzione” che è rimasta finora mutilata dell’unico cambiamento che potrebbe terremotare separazioni note -tra corpo e pensiero, sessualità e politica, natura e cultura, individuo e società-, e aprire la strada alla scoperta dei “nessi” che ci sono sempre stati tra un polo e l’altro.

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