Enrico ragazzoni, ‘Una parete sottile’

Ci sono romanzi che sfuggono a ogni catalogazione, capaci di attraversare e fondere ‘generi’ diversi di scrittura, disperderli fino a renderli irriconoscibili.
Rileggo per la seconda volta il libro di Enrico Regazzoni, che presenterò il 21 luglio nella Biblioteca di Carloforte, e la meraviglia è ancora più forte: attorno alla “parete sottile” che separa la stanza di un bambino e poi adolescente dalla vita della famiglia che vive accanto, ruotano i rumori, i suoni, le note musicali che si trasformano in sogni, fantasie, pensieri e sentimenti, che fanno della solitudine un luogo unico e prezioso di presenze assenze, archivio di esperienze che non sempre diventano ricordi, ma che segnano durevolmente le vite.
Per usare le parole dell’autore, il libro che sa amalgamare con tanta naturalezza la riflessione, il racconto, gli accostamenti che sono della poesia e una sorridente pacatezza nel nominare gli aspetti meno dicibili della formazione sentimentale di un adolescente, rappresenta “un traguardo di compiutezza non più perfettibile”.
Frammenti
“…la vicinanza è di certo una buona misura dell’amore ma in certi casi anche la lontananza lo è. Il più delle volte un legame sentimentale esprime un bisogno di rassicurazione ed è normale che si finisca per vivere accanto a una persona in cui ci sembra di ritrovare noi stessi, come uno specchio che ci fa apparire migliori. Però esistono animi, forse più intrepidi o forse soltanto più infantili, che affidano alla loro ricerca la mancanza di ciò che non sapranno e non saranno mai, persone che dall’amore si aspettano il fascino delle cose ignote più che il tepore di quelle note e che preferiscono vivere accanto a una stella che a uno specchio (…) negli anni l’inconoscibilità dell’altro tiene in vita una sottile mancanza e si trasforma in qualcosa di simile a un sogno mai compiuto.”
“La perdita era un’idea, prima che un fatto, e nel caso di Rosa quell’idea mi aveva già spaventato e fatto soffrire. Il fatto di averla perduta, invece,innescava solo una grande nostalgia dei nostri abbracci, ma una nostalgia che non faceva male. Nulla di me se ne andava con lei, ero tutto intero. E quando, un paio di settimane più tardi, la incrociai sul pianerottolo mentre usciva dalla casa dei miei vicini, il battito del mio cuore non registrò alcuna accelerazione e mi venne persino da dirle che era più bella che mai: così, solo perchè era vero. Tanto che non goii neppure, dopo che ci fummo salutati, del sottile stupore con cui il suo viso aveva accolto quel mio segnale di forza.”
“Non aveva pensato, la mamma, che di un padre avrei avuto comunque bisogno, anche di un padre morto, e che di lui avrebbe dovuto parlare, dirmi se le mancava, raccontarmi dei loro sono scherzi e degli screzi, immaginare con me cosa avrebbe pensato lui della persona che stavo diventando, di mio carattere chiuso e della mia fidanzata (…) Così avevo cercato rifugio nell’immaginazione e nelle mie abitudini visionarie, che erano l’approdo forzato di un incessante monologo. E quando la donna si era seduta al pianoforte per cantare il dolore ed elaborare il lutto della sua perdita, io avevo messo in ascolto la nostalgia mai detta di mio padre e senza averne coscienza avevo dischiuso il vaso della mia perdita (…)Cadeva la sottile parete dietro la quale si erano nascoste le domande necessarie, mentre nella mia stanza filtravano le luci riflesse dell’alba di giugno, quando il sole è indiscreto e disturba il sonno anzitempo. ”

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