Praticità «domestica» o autorità «virile»? Cosa convince delle donne al potere

Articolo pubblicato il 20.VII. 2016 su La27Ora

Scusandosi per «l’oltraggioso retropensiero», Natalia Aspesi su Repubblica del 12 luglio scorso si chiede se l’improvviso sfondamento del tetto di cristallo, che ha impedito finora a donne geniali, preparate, di accedere ai ruoli più alti del potere, non sia da ricondurre alla disastrosa situazione del mondo, che gli uomini avrebbero deciso di lasciare nelle mani delle donne, per poi, una volta spianata la strada, riprendersi il tutto. In sostanza: la riconferma che il femminile, da ombra minacciosa del privilegio maschile, può diventare quando occorre la sua salvezza.

La diffidenza rispetto a processi di emancipazione che sembrano obbedire più alla logica di uno «svantaggio» da colmare, che alla critica dell’ordine patriarcale che lo ha creato, non dovrebbe sorprenderci. Si può dire che è stato l’atto di nascita del femminismo degli anni ’70, la svolta rivoluzionaria di una generazione che al «dilemma uguaglianza/differenza» ha sostituito teorie e pratiche volte allo svelamento di quella rappresentazione del mondo che ha definito i destini del maschio e della femmina, a partire dalle vicende più intime: il corpo, la sessualità, la maternità.

Alle spalle, e senza la dovuta gratitudine, come accade per tanti cambiamenti radicali, le donne «nuove» e «impreviste» si lasciavano le battaglie per i diritti, l’uguaglianza, il riconoscimento delle «virtù del cuore» come requisito per una cittadinanza piena.

La critica dell’atto fondativo della politica – la separazione tra privato e pubblico, la divisione sessuale del lavoro, l’esclusione delle donne dal governo del mondo – è apparsa allora indistinguibile dalle costruzioni storiche – poteri, saperi, linguaggi, ecc.- che ne hanno permesso la continuità.

[…]

Come suona lontana, sepolta negli archivi di una stagione traboccante di speranze, creatività, apertura di orizzonti imprevisti e mirabolanti promesse, la scritta che campeggiava sul primo manifesto delle donne che erano riuscite, contro la diffidenza del sindacato, a far aprire un «corso 150 ore» presso la scuola media di via Gabbro, nel quartiere Affori-Comasina di Milano nel 1976: «Più polvere in casa, meno polvere nel cervello». Quasi tutte casalinghe, una volta aperta la porta di casa, non avevano più voluto che si chiudesse. Dopo la licenza media, corsi monografici, bienni sperimentali, una cooperativa di indirizzo grafico, sono venuti a dare realtà al sogno di un pensiero finalmente libero dalla «praticità obbligata», dal ruolo tradizionale di madri e mogli, reso consapevole delle infinite strade di una cultura rimasta per secoli appannaggio esclusivo dell’altro sesso.

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