La perdita

Manuela Fraire e Rossana Rossanda, “La perdita”, a cura di Lea Melandri, Bollati Boringhieri 2008.
“Un pezzo di noi, dietro, abituandoci”. (Rossanda)
(Stralci dalla mia Lettura)
“Due donne, a cui mi legano un profondo affetto e una lunga amicizia, hanno deciso di riflettere insieme su un tema dalle molte sfaccettature come la «perdita», e di parlarne «senza perdersi di vista». A me arrivano i loro pensieri e le loro parole divenuti scrittura nelle pagine della rivista che ne ha dato diffusione pubblica. Non saprei dire che cosa più mi ha spinto a promuoverne la ristampa: se il desiderio di allargare l’ascolto di due singolari voci dialoganti a chi non ha avuto l’occasione di avere tra le mani la «Rivista di Psicologia analitica» (69/2004, nuova serie n. 17), o la fantasia di potermi ritagliare una parte, a lato e come una discreta accompagnatrice, rispetto al fluire di un discorso denso di suggestioni intellettuali ed emotive, catalizzatore di memoria e, insieme, di grandi narrazioni storiche.
Dal giorno in cui ho saputo che ciò era possibile a oggi, è passato più di un anno, molti altri progetti, letture, scritture, incontri hanno preso il sopravvento, molte altre voci si sono addensate, dissonanti, a coprire il silenzio necessario per en-trare in un ordine di pensieri inquietante e doloroso. C’era all’orizzonte, come il cielo scuro che dissuade dal mettersi in viaggio, il declino lento di mia madre; c’era, confuso con quel corpo famigliare la cui perdita mi sembrava intollerabile, l’at-tenzione crescente ai segnali del mio invecchiamento.
La «perdita» era un tema da un lato troppo presente, dall’altro ancora lontano: idea assillante ma sospesa sul vuoto dell’esperienza che avrebbe potuto sostanziarlo di pensieri e sentimenti reali. Forse la condizione «giusta», né troppo dolorosa né troppo distaccata, per pensare la morte propria e delle persone che abbiamo amato, non si dà mai. La morte, come coscienza che siamo destinati a scomparire «uno a uno», come dicono Rossana e Manuela, è il «grado zero» della rappresentazione, l’«impensabile». Tra tutte le opposizioni «incomponibili» che danno un’impronta «tragica» alla vita, la più resistente ai nostri sforzi di pacificazione è sicuramente quella di un Io costretto a riconoscersi straniero nel proprio corpo, parte del ciclo biologico e, al medesimo tempo, di una «natura» speciale, irriducibile alla materia di cui sono fatti gli altri viventi.
O vivi evitando di pensare alla morte o vivi una finitezza che ti nega. (Rossana)
Eppure c’è un momento in cui «pensare e scrivere la morte» non è più quell’impresa ardua che viene lasciata ai poeti, ai mistici, ai visionari. È quando si apre, dentro il ritmo vertiginoso degli impegni e delle relazioni quotidiane, una smagliatura, il passaggio rapido, inafferrabile di un tempo «altro», la percezione che i morti, gli amici, i famigliari che abbiamo perduto strada facendo, non ci hanno mai lasciato del tutto, «un pezzo di noi, dietro, abituandoci».

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