Nascere a se stesse

Le donne che non hanno voluto figli si raccontano
Il libro curato da Paola Leonardi e Ferdinanda Vigliani, ‘Perché non abbiamo avuto figli – Donne “speciali” si raccontano’, Franco Angeli 2009, è particolare da tanti punti di vista: innanzi tutto è un libro parlato, una parola che va a collocarsi dentro la relazione tra due donne, l’intervistatrice e l’intervistata, consapevoli della portata storica del rapporto di potere tra i sessi. Sia pure in altro modo, viene ripreso l’atto di nascita del femminismo, la “pratica dell’autocoscienza”, la riflessione sulla esperienza personale, l’imprevisto che può emergere dal narrarsi in presenza della coscienza vigile di altre donne. Ma è anche un libro in controtendenza: non solo perché sfida un tabù –l’obbligo procreativo assegnato alle donne-, ma perché ripropone il racconto del vissuto fuori dalla chiacchiera televisiva, dal gossip, dal saccheggio di vita intima che fanno i media e la pubblicità. E’ vero che vengono interrogate “donne speciali”, percorsi di vita non comuni, perché segnati da forti passioni intellettuali, artistiche, politiche, e dall’incontro col femminismo. Ma nell’eccezionalità si può leggere ciò che è reale e possibile per tutte le donne: l’uscita dai ruoli imposti, la libertà delle scelte, il diritto a una molteplicità di manifestazioni di vita, la legittimazione al vivere per sé.
Il primo titolo pensato per il libro e poi abbandonato, L’altra madre. Il valore della maternità, avrebbe appiattito la ricchezza, la varietà, e soprattutto l’aspetto nuovo, inedito, delle esperienze personali di “non maternità” che vi sono raccolte. Pensare che la donna che non è stata madre biologica sia comunque madre -madre intellettuale, madre di affetti, di cultura-, vuol dire confinarla in quello che è stato storicamente il suo destino. La donna non è mai stata vista come individuo, come persona, al di fuori di un ruolo che sembra assegnato dalla natura: quello di madre, madre anche del proprio marito e compagno, o di figlia a lui affidata. Il suo destino è costruito in relazione e in funzione dell’uomo: vivere per lui o attraverso di lui. Assente ogni idea di autonomia.
Le interviste raccolte nel libro dicono della consapevolezza nuova di sé che si è affacciata alla storia col movimento delle donne degli anni ’70, della difficoltà a sciogliersi da una rappresentazione del femminile che le donne stesse hanno interiorizzato, dei sensi di colpa che si accompagnano al cambiamento, alle scelte di libertà da ruoli imposti e dalla legittimazione che al processo di liberazione ha dato il femminismo nella sua fase iniziale. L’intenzione delle intervistatrici era di far intravedere “un nuovo modello di femminilità”, non legato di necessità all’essere madre, ma innanzitutto capire come mai alcune donne non hanno avuto il desiderio di diventarlo, che cosa le ha indotte a prestare ascolto a ragioni profonde, ad andare al di là di pregiudizi e convenzioni sociali, ad “attribuire valore a ciò che per altri può essere disvalore”; cosa ha fatto sì che queste donne si sentissero “complete socialmente e affettivamente realizzate anche senza prole”. Nella scelta di “donne importanti e significative” gioca tuttavia ancora l’idea dell’ altra madre: donne che non hanno generato figli, ma i cui percorsi di vita, i cui pensieri sono stati “fondamentali per la crescita di alcune generazioni”. Il riferimento alle “madri simboliche” esce dal titolo ma torna a più riprese, a partire dalla Introduzione. Le risposte sul piano teorico sono diverse, e in parte prevedibili per chi conosce la storia del femminismo italiano, ma interessante è confrontare i vissuti reali con quello che appare come un assunto preliminare: la maternità come destino, biologico o simbolico. Le interviste, i percorsi di vita singoli, raccontano una storia più complessa, diversificata, ma non tanto da non lasciare comparire tratti comuni.
Presenti in molte testimonianze sono sicuramente la “fame di libertà”, il “bisogno di autonomia”, la paura di rapporti fusionali, sentiti come una minaccia. Altro aspetto ricorrente è la ribellione al destino naturale, al controllo maschile sul corpo delle donne, la rabbia per l’ingiustizia, e il rifiuto dell’idea di dover “appartenere a un uomo”. I vissuti che più o meno inconsapevolmente ci si porta dietro dall’infanzia, prendono una fisionomia nuova col femminismo: non solo vengono allo scoperto, ma sono sottratti alla privatizzazione e naturalizzazione che li avevano resi indicibili e immodificabili. Difficile dire quanta della consapevolezza acquisita si proietti retroattivamente nella ricostruzione del proprio passato. Rileggere la propria storia a partire da un’ottica nuova, inedita, vuol dire anche riscriverla. Il bisogno di autonomia, legato alla paura di dipendere, non si esprime solo nel non aver avuto figli, ma anche nel rifiuto di far famiglia. Molte vivono sole, altre hanno col compagno un rapporto intenso di amore e sicurezza, ma con la “giusta distanza”, da cui è per molte esclusa anche la convivenza. L’amicizia è da tutte esaltata come un bene irrinunciabile. Anche in questo è evidente l’influenza del femminismo, la messa in discussione della famiglia e dei legami di indispensabilità reciproca che crea. In molti casi, la ragione della non maternità viene ricondotta all’aver avuto madri che non hanno spinto in questa direzione -un messaggio di libertà che passava attraverso le loro insoddisfazioni-, ma soprattutto al fatto di aver continuato a “sentirsi figlia”, alla centralità della figura materna, per eccesso o per difetto e, di conseguenza, la paura di ripetere con una figlia un “rapporto materno soffocante”.
Un rilievo particolare assume la passione intellettuale e l’impegno politico, un tratto che quasi tutte dicono essersi manifestato in loro precocemente, ma a cui il femminismo ha contribuito a dare un significato e una spinta emotiva forte: la nascita a se stesse.

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