Corpi e scritture

La mia scrittura si è fatta agile per seguirmi dovunque
e si è diradata per lasciarmi vivere.

A volte mi chiedo se quel velo, che la cultura ha solo impreziosito e legittimato come distacco necessario alle funzioni prioritarie del pensiero, si sia mai aperto per lasciare entrare l’aria dei campi e le sagome tanto amate degli alberi, da cui mi divideva una siepe fitta di riferimenti letterari.

Si può scrivere anche per strada
quando i pensieri non sono più lacci che stringono i piedi e le mani.
Ma se il cuore è una bestia impazzita e non basta una stanza a tenerlo,
io i pensieri li annodo e gli faccio una gabbia.

Corpi di altre scritture, sottratte ai loro tempi e luoghi
e frammentate quanto basta per farsele amiche, parenti, amanti.

Ho sempre preferito, tra le scritture degli uomini, voci della nostalgia
-fanciulli, poeti, sognatori- o quelle che, pur ancorate a rigorosi ambiti teorici,
non si vergognavano di chiedere insistentemente che si dissacrassero i recinti di ogni tempio privato, di ogni più intimo e personale pudore.

Non ho mai potuto nascondermi che la scrittura veniva ad occupare il posto contraddittorio di una presenza-assenza,
di un calore raggelante,
di una compagnia rivelatrice di più profonde solitudini.
Ho scritto per essere raggiunta, ma anche per marcare una distanza,
per aprire un varco alla memoria e per consolarmi di averla perduta,
per segnalare il bisogno d’amore
e per ritenermi paga di averlo trovato per altre vie.

Lea Melandri

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