‘La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo’ (Castoriadis-Lasch)

Cornelius Castoriadis- Christopher Lasch, “La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo”, Elèuthera 2014.
C.Lasch:
“La sopravvivenza è da sempre una preoccupazione, anzi per gran parte delle persone è la preoccupazione principale. Ma è solo nella nostra epoca che sembra abbia acquisito uno status quasi morale, come se la sopravvivenza non fosse più la precondizione a una vita morale, ma l’unica cosa che esiste.”
C.Castoriadis:
“Giorno per giorno”, per riprendere questa espressione molto azzeccata, è ciò che io definisco assenza di progetto. E questo vale tanto per l’individuo quanto per la società nel suo insieme. Perché trent’anni fa, o sessant’anni fa, le persone di sinistra ti parlavano del Gran Giorno della rivoluzione, le persone di destra ti parlavano del progresso infinito e così via. Oggi, nessuno osa formulare un progetto ambizioso o anche solo moderatamente ragionevole che vada la di là della legge di bilancio e delle prossime elezioni. Insomma, c’è un orizzonte temporale limitato (…) Ma questo orizzonte temporale è privato. Nessuno invece partecipa a un orizzonte temporale pubblico (…) Ci sono milioni di persone immerse in un oceano di oggetti sociali, sono tutti esseri sociali in un luogo sociale, e tuttavia sono completamente isolati, si odiano l’un l’altro, e se avessero il potere di disintegrare le macchine che hanno di fronte lo farebbero! Che cosa è oggi lo spazio pubblico? Di fatto, è più che mai presente. Anzi, per essere precisi, entra in ogni casa con la televisione. Ma di che cosa si tratta esattamente?”
C.Lasch:
“Noi viviamo in un mondo che sembra altamente instabile, un mondo fatto di immagini sfuggenti che tende sempre più –in parte grazie alle tecnologie della comunicazione di massa- ad assumere un carattere allucinatorio: una sorta di mondo fantasmatico basato sulle immagini, ben diverso da un mondo fatto di oggetti reali in grado di durare oltre la nostra vita. (…) Un mondo dove tutto è possibile, in qualche modo non lo è. E oltretutto, il confine tra l’individuo e il mondo che lo circonda tende a farsi sempre più indistinto.”
C.Castoriadis:
“Io non vedo conflitti in giro (…) Credo che quello che sta accadendo non sia poi così difficile da capire: le persone ritengono,a ragione, che non valga la pena battersi per le idee politiche che circolano attualmente nel mercato politico. E pensano pure che i sindacati siano più o meno dei grandi apparati burocratici che badano ai propri interessi o al massimo dei gruppi di pressione.”
C.Lasch:
“…crescente ricorso alla vittimizzazione come unico criterio di giustizia in grado di ottenere un riconoscimento. Se si riesce a provare di essere stati vittima di qualcosa, di essere stati discriminati (e quanto più a lungo lo si è stati tanto meglio è), questo diventa la base su cui fondare le proprie rivendicazioni. E, insisto, si tratta di rivendicazioni avanzate da gruppi specifici convinti che la propria storia sia altamente specifica e che dunque abbia poco a che spartire con quella di altri settori sociali e con quella della società nel suo complesso.”
C.Castoriadis:
“Ovvero una concezione per la quale la politica esiste solo per permettere a ognuno di difendersi dallo Stato, dunque del tutto incapace di prefigurare il nostro instituirci in comunità politica.”
Michael Ignatieff:
“Che genere di individuo possiamo inventare? Che genere di teoria politica del soggetto possiamo cominciare a costruire? (…) Mi sembra che dunque nella società ci siano persone che si battono contro i ruoli che la società ha loro imposto. Allora, questa libertà che lotta per un io differente, per affrancarsi dalle vecchie identità, come si rapporta con ciò che a detta di tutti manca, cioè un linguaggio condiviso su cosa dovrebbe essere l’individuo? Come si concilia la libertà di un individuo di scegliere cosa essere, in qualche modo di costruirsi, con l’esistenza di una società che abbia un linguaggio condiviso sulla soggettività?”
C.Castoriadis:
“…Noi non accettiamo più il padre patriarcale, non accettiamo più il marito patriarcale, e penso che abbiamo ragione.”

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