Scritture di esperienza

Frammenti dalla Lettura al libro di Elia Malagò:
“L’ombra ripresa”, Tre Lune Edizioni, 1999.

Ma se le “radici” che conservano oscuramente tanta parte di sé sono lasciate così a lungo nella dimenticanza –”nascoste ai propri stessi occhi”, “sepolte e mai sfiorate”–, è soprattutto perché le accompagna una sofferenza che “non si è disposti a vivere neanche nel ricordo”.

Quando l’infanzia diventa “cosa da non dire”, il “buco nero” di un pianeta che è impossibile “ricostruire”, disegnato ora da punti vaghi ora dall’esattezza di “inutili particolari”, significa che il dolore che l’ha attraversata ha cambiato nome, costretto come la punta di un iceberg a lasciar crescere nell’ombra i suoi sedimenti, conficcati nel petto come tenaglie, e a convertire il bisogno di consolazione nella forza di un’orgogliosa solitudine.

Per questo i “racconti di casa”, avverte Elia Malagò, fin dalle prime pagine del suo libro, non possono essere detti con la leggerezza di un divertimento, né confondersi con le “filastrocche di controcanto” inventate per la dolcezza di un pomeriggio fuori città.
“Tornare a capo”, facendo finta che sia l’inizio, è il movimento raro di un pensiero che ha faticosamente misurato il tempo particolare dell’infanzia, “breve” e “lunghissimo”, casuale e definitivo, concluso e irrimediabile.

“Terribile l’infanzia. Ogni volta che si respira e si muore, si svolta l’angolo di casa o si va nel bosco è per sempre. Quando cessa la felicità e entra la vita con la sua angoscia, si chiude la porta. Non si riaprirà mai più, neanche per un momento, neanche in un sogno, senza che non si sappia anche il sapore del rimpianto, non si conosca con precisione che è tutto finito. Sempre e mai più. Accade nel giro di pochi anni, ed è irrimediabile. Vissuto, stabilito e risolto una volta per sempre, con le parole definitive che si spalancano la strada con la violenza di una tromba d’aria: in un attimo si insediano per tutto iI resto della vita.”

L’infanzia –la Braiola, il cortile che come “un’isola nel cuore di un paese del Po” ha racchiuso segrete comunanze di una “razza diversa”, le asprezze di gente povera e fiera– è l’osservatorio da cui si impara ad amare e odiare a lungo, la preistoria sepolta, ma mai del tutto cancellata di una vita costretta a ricalcarla a sua insaputa, o col sapere muto di “impronte” durature infossate nelle viscere, tra le scapole, nella falcata delle gambe. Si può accettare un “ritorno a casa” consapevole di una perdita definitiva e disposto a dire “i nomi della paura”, “snidare il tormento dei sogni” e della “ragione che precede”, soltanto quando la “follia” di impenetrabili acque originarie ha svelato il suo segreto e quando la felicità totale riposta nelle fusioni intime dei primi amori, ha riconosciuto il suo ambiguo sapore di

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