Affascinate dalla politica ‘neutra’

Perché nella maternità adoriamo il sacrificio?” -si chiedeva nel romanzo Una donna Sibilla Aleramo. A distanza di oltre un secolo, osservando come si muovono le donne nelle istituzioni della sfera pubblica, la domanda potrebbe essere così riformulata: “Perché ci conformiamo con tanta facilità alla politica ‘neutra’?”. E’ così difficile uscire dall’oscillazione tra le figure opposte e complementari del ‘femminile’ e del ‘maschile’, per muoversi “su un altro piano” (Lonzi), che non sia quello dei modelli imposti di cui finalmente si comincia a vedere l’astrattezza e la violenza?
Evidentemente sì, se teniamo conto che donne, anche con esperienza femminista, quando sono all’interno di partiti, movimenti, amministrazioni, parlamenti, sindacati, giornali, dibattiti televisivi, ecc., parlano una lingua che non porta alcuna traccia delle consapevolezze acquisite. La ‘doppia militanza’ – come veniva chiamata negli anni ’70- al confronto appare come un esempio raro di coerenza e di combattività.
Il ‘neutro’, in quanto pensiero e linguaggio astratto dai corpi, dalla loro appartenenza all’uno o all’altro sesso e ai rapporti di potere che ne hanno segnato la storia, non c’è da meravigliarsi se affascina anche le donne. Identificate con la sessualità, la maternità, con la materia priva di un Io, di una personalità, l’unico modello di individuazione – o, se si preferisce, di emancipazione- è rimasto fino ad ora quello maschile, con la sua pretesa di universalità e trascendenza rispetto al reale.
Eppure oggi le condizioni per smascherare il potere culturale e politico maschile, che si cela dietro il ‘neutro’ non mancano. Penso ad esempio al dibattito che si è aperto in Francia, ma anche in Italia, sull’introduzione nella scuola di una riflessione critica sulle figure di genere, sulla famiglia e sui cambiamenti che l’attraversano. Penso al ritorno, prevedibile come sono le fantasie ossessive, della campagna antiaborto (in Spagna, ma in forme diverse anche nel nostro paese per l’aumento degli obiettori di coscienza); penso al limite di sopportabilità a cui è arrivato il doppio lavoro delle donne, in casa e fuori; penso a quanto sta cambiando nel quotidiano la relazione tra i sessi e alle esplosioni preoccupanti di sessismo di fronte a scelte femminili di libertà.
Ma anche restando all’economia, considerata da tutti una ‘priorità’, come si può non tenere conto di quanto pesi sulla logica dominante del mercato, del profitto, della produzione illimitata di merci, dell’esaurimento delle risorse naturali, sullo sfruttamento della forza lavoro, ecc., la divisione dei ruoli sessuali, che ha permesso finora alla sfera pubblica di pensarsi svincolata dalla conservazione della vita, dai problemi di dipendenza e cura degli esseri umani?
Perché allora non prendere coraggio e pretendere come condizione per una candidatura o per il sostegno a un movimento, a un partito, che sia messa a tema del programma politico la critica al dominio maschile e alle sue ricadute nel privato e nel pubblico, nella cultura, nell’educazione, così come nelle relazioni intime?
Le figure di genere strutturano i rapporti di potere, ma come dice Pierre Bourdieu nel suo libro, Il dominio maschile, vivono anche “nell’oscurità dei corpi”. Perché Pierre Bourdieu, alla sinistra ‘radicale’ piace solo quando critica il neoliberismo?

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