Su Agnese Seranis

11 febbraio Internazional Day of Women & Girls in Science

Per non dimenticare

L’enigma della femminilità

L’incontro col libro di Agnese Seranis, “Smarrirsi in pensieri lunari” (Graus Editore, Napoli 2007), non è stato facile e ancora adesso, dopo averlo percorso più volte, sottolineato, trascritto in frammenti che ricordo quasi a memoria, non posso rileggerlo senza che alcuni passaggi mi facciano sobbalzare. “Come può dire questo?”. Ma subito dopo mi correggo: “Come è riuscita a dire questo?”. Dopo aver elogiato per anni la capacità eccezionale che hanno le “scritture di esperienza” di portarsi vicino a tutto ciò che ancora resta “impresentabile” del rapporto tra i sessi, dei corpi, dei sentimenti, dei sogni, delle vicende essenziali di ogni vita, mi sorprendo se qualcuna di esse, più lucida o più folle, più saggia o più sfrontata, abbatte steccati, paure antiche, complicità inconsapevoli, decisa a non mentirsi su quel “femminile misterioso oscuro” che gli uomini hanno rappresentato nel vaso di Pandora.
(…)
Sogno, vaneggiamento, esplosione creativa, pensiero illuminato da una non comune consapevolezza di sé, il viaggio di Agnese negli annodamenti delle “mille immagini” su cui si è costruito storicamente il femminile, conferma la dolorosa discrepanza tra un’identità attribuita come ‘naturale’ e la percezione della propria inesistenza, tra una schiavitù che è andata confusa con l’amore e una libertà che si fa strada a fatica “aprendo sconnessure”, rischiando di “perdersi in brandelli prima di aver afferrato la trama di un nuovo essere”. Agnese, che ha avuto il privilegio di entrare nei luoghi di un sapere tradizionalmente maschile, come la fisica, anziché trarne una legittima conferma del proprio valore, si va a collocare nelle lande deserte da cui ha preso inizio e da cui potrebbe ricominciare il cammino dell’umanità, fuori dalla divisione originaria che ha contrapposto l’uomo e la donna, la cultura e la natura, il corpo e il pensiero, la casa e la città.(…)
Se la discesa nel mondo onirico, che sfugge alla luce del sole, allinea con lucidità impietosa le figure di un tragico annodamento -odio e tenerezza, violenza e amore, morte e vita-, quella che vorrebbe essere una risalita a paesaggi meno inquinati dalla furiosa onnipotenza maschile, l’approdo alla voce inascoltata della donna sapiens, sembra prendere ancora una volta la forma del più antico immaginario dell’uomo: la Grande Madre, alveo naturale di tutte le creature, gioco infinito di possibilità, energia in continua trasformazione.
(…)
E’ intorno a questo luogo d’origine che si aggira la scrittura del tutto particolare di Agnese, fluente e ritmata, benché senza punteggiatura -“le virgole non servono se uno legge intonato”-, convinta che sia stata la “scintilla di vita” in esso nascosta a imprimere all’amore la sua dolcezza e la sua terribile necessità -“fare di due uno”, sovrapposizione del coito e della nascita-, a spingere l’uomo, per la sua marginalità nel processo creativo, verso la costruzione di un mondo artificiale.
“Ma chi eravamo noi? Chi ero mai io? Non eravamo il loro divertimento? E perché ci facevano tacere? Perché ci respingevano in confini controllati? Cosa c’era oltre la loro forza che ci vedeva testimoni consenzienti cosa ci imbrogliava?…Alice è perché noi siamo le loro madri ecco perché siamo le loro madri e le madri amano i loro figli. Oh cielo Alice è terribile: è dunque il nostro amore che dovremo uccidere?”
(…)
Con la lungimiranza e la capacità penetrativa che può venirle solo da una “acuta sensibilità nervosa” e da “sensi ancora meno definibili delle cose stesse”, la scrittura si avvicina a quelle profondità del vissuto, a quei sedimenti della memoria del corpo che richiedono un ascolto attento per non perdersi, per non restare inspiegati o tornare a seppellirsi fuori dalla coscienza. Nel vocabolario e nelle grammatiche con cui l’uomo ha definito il destino di entrambi i sessi, dato nomi e forme al mondo della comune abitazione, trovano posto sia il “grumo di pulsioni”, che rendono la donna complice della Vita, prigioniera di un amore materno che può diventare assoluto, autodistruttivo, sia la “fantasia immaginifica dell’uomo”, le figure delle Vergine e della seduttrice, della Madonna e di Lulù, divenute forzatamente le maschere interiorizzate dell’identità femminile.
Là dove si parla dell’”enigma” della femminilità -il non essere e, al medesimo tempo, l’essere anche stata in qualche momento la “dolce compagna” dell’uomo, il suo momento di evasione, di riposo, nella quiete domestica, o, al contrario, la caverna buia, l’humus brulicante di vita da cui tutti traggono alimento-, Agnese tocca il sottile crinale che sta tra la percezione di una individualità propria inespressa, e la tentazione di aderire a una rappresentazione del mondo inconsapevolmente “ammessa”.
“Mi sembrava di non donare nulla se non il mio corpo a cui essi davano forma a cui essi davano pensieri a cui essi prestavano immagini. Io l’avevo capito che essi volevano solo dialogare con se stessi o con un’altra inventata da loro stessi che non inquietasse che non proponesse una lettura diversa della vita…Mi stavo giocando la mia sanità mentale ché non era facile dire io non sono quella vergine io non sono quella dolce tua compagna perché in qualche modo nella mia vita lo ero anche stata. Come sciogliere questo enigma?”
Ma quella che resta, nei passaggi di intensa sofferta lucidità, un’esperienza colta nella sua irriducibile contraddizione, finisce in altri casi per cadere in un indistinto amalgama di realtà e sogno. Ciò che è stato appena visto come destino deciso da altri, identità immaginaria nemica dei corpi reali e della sessualità delle donne, viene impugnato come arma propria; allo stesso modo, l’offesa subita trapassa nella sfida, l’arroganza del potere maschile, appena messa a nudo, si eclissa per lasciare posto all’esaltata grandezza di un femminile-natura, cosmo, sostrato minerale.
“Avanti uomo godi e illuditi di possedermi… nel cosmo…non hai echi non hai analogie scrivi scrivi le tue equazioni ma io sono l’equazione a te scrivere la traiettoria dei pianeti ma io ne sono attraversata il ventre il mio ventre che la luna attrae da cui fa sgorgare il sangue come un mare il mio utero che si spande come il cosmo…io ho contenuto te e il tuo balbettare intelligente…io posso anche bastarmi capisci perché io sono l’alternarsi delle stagioni l’espandersi dell’universo l’esplosione di una supernova il bing bang”.

Forse la risposta all’enigma che tiene le donne prigioniere, pur senza forzatura esterna, di sogni e desideri di altri, che le fa complici o testimoni silenziose delle violenze di cui l’uomo ha riempito la storia, sta in quell’intramontabile dualismo che ha opposto natura e cultura, biologia e storia, oggetto e soggetto della conoscenza. Esiliata per ragioni diverse sia dal corpo, a cui altri hanno dato forma, sia dal pensiero, riservato storicamente all’uomo, non può essere tuttavia senza conseguenze il fatto che la donna sia rimasta, rispetto ai cambiamenti veloci della civiltà, a rappresentare l’immutabile forza di una natura minerale preesistente alla specie umana e tale da sopravviverle.
Se il corpo, con cui è stata identificata, ha queste consonanze col cosmo, perché contendere all’uomo le deperibili conquiste del pensiero? Che peso può avere un’equazione rispetto a quella “fucina di Vulcano” che è il corpo gravido di una donna?
La tentazione di fermare la “macina” di pensieri indagatori, di sanare ferite sempre rinnovate nella guerra quotidiana tra i sessi, di sottrarsi al duello tra richiami opposti, sembra portare talvolta Agnese ad appagarsi di una ritrovata grandezza femminile, o a sperare in una rinascita nell’armonia dei diversi. Ma il momento più intenso è là dove, rinunciando a facili traguardi o mete ideali, il desiderio femminile si espone in tutta la sua ambiguità, messo a nudo da una lucida intelligenza del profondo e da una scrittura originale, inedita e imprevista come Alice, la figura di donna che si fa strada dal diradarsi di una foresta millenaria di simboli e parole di altri.

(Prefazione al libro di Agnese Seranis, Smarrirsi in pensieri lunari, Graus Editore, Napoli 1999)

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