‘Non si tratta di trash televisivo’

“Non dobbiamo cedere a chi vuole ridurre questo fenomeno ad una mera questione di trash televisivo. Tanto più che il caso specifico del “fenomeno delle donne dell’Est” è l’esempio perfetto dell’intreccio tra genere, razza e classe sociale. Quello delle donne che lasciano il loro paese per venire a svolgere i lavori di cura è un fenomeno che va posto nella sua dimensione reale: mercificazione dei ruoli di genere e sfruttamento del lavoro.
Si tratta di una vera e propria “catena della cura globale” che, spiega Cinzia Arruzza in Storia delle storie del femminismo (Alegre, 2017) “viene creata a partire da una donna in un paese a capitalismo avanzato che – non essendo in grado di svolgere il lavoro di riproduzione sociale che le viene tradizionalmente richiesto in quanto impiegata anche nel mercato del lavoro formale, a causa dell’assenza dei servizi pubblici e accessibili di cura e del sessismo culturale che ostacola una condivisione egualitaria di questo lavoro col partner – impiega una donna di uno strato sociale più svantaggiato o migrante. Questa a sua volta avrà bisogno di ricorrere a un’altra donna nel paese d’origine, che svolga il lavoro riproduttivo che lei non può svolgere in quanto impiegata altrove”.
Le donne che vogliono mantenere il proprio posto di lavoro, il proprio pezzetto di emancipazione in una società che le vorrebbe incapaci, lottano tutti i giorni contro un sistema che la costringe a prendere in carico in forma esclusiva la cura di figli, anziani… e perché no, mariti! È in virtù della disponibilità di tempo che questo lavoro di cura richiede, che nel lavoro formale sono più ricattate e in generale guadagnano meno. Lo dicono i numeri: nel 2016 l’Italia arretra di ben 9 posizioni nella classifica mondiale sulla differenza di salario fra uomini e donne. A questo dato se ne aggiunge un altro: solo il 54 per cento delle donne italiane ha un lavoro.”

Articolo pubblicato su Communianet.org il 22.III.2017, link

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