Tramite lettera

Esperienze precedenti mi hanno insegnato che la lettera che si manda a una rubrica di posta ha il singolare privilegio di tenere insieme la ‘confidenza’, la consegna fiduciosa dei propri pensieri a un interlocutore attento, e l’estensione massima che può avere il sentire del singolo, fatto oggetto di riflessione collettiva. Scrivere a uno per parlare a molti. L’angolo della posta può ambire a disegnare strade che non portino a contrapporre il Cuore e la Politica, o a farne, come capita sempre più spesso, una poltiglia velenosa.
Cara Lea,
dopo aver letto la tua rubrica di posta sugli Altri del 12 marzo, ti scrivo per parlare di un altro tema su cui regna il silenzio, il tema dell’infanticidio. Dal 2004 al 2008 sono stati 133 i casi segnalati,di cui i più recenti ancora freschi di cronaca. Quello che colpisce è la scarsità di informazione con cui vengono trattate queste notizie. Che cosa c’è dietro? Quanta violenza privata? Così un paio di anni fa ho scritto sul tema un testo letto in pubblico. Alcune donne, non preparate, non hanno celato l’imbarazzo dopo l’ascolto. Poi è uscito il saggio di Elisabeth Badinter , Le conflit. La femme et la mére, che riapre la riflessione. Non ti sembra che dopo le conquiste del femminismo storico, la donna sia stata ricacciata nel ruolo nostalgico di madre, accompagnato e appesantito tuttavia dal desiderio di non dover rinunciare al lavoro fuori casa? In questo processo che ha investito il femminile, il maschile non è stato modificato nella sostanza per cui ora alla donna tocca un carico di lavoro sovrumano. Da dove altrimenti il numero crescente di donne che uccidono i figli? Sento una profonda comprensione per la solitudine in cui vivono queste donne, al di là di un troppo facile giudizio moralistico o pietistico.
Bianca Maria Neri
Cara Bianca Maria,
sulla donna che uccide il proprio figlio cade quasi sempre un giudizio impietoso. Se non si può addebitarle l’uso di droghe, come in uno dei casi più recenti, si lascia intendere che, a distoglierla da una doverosa dedizione materna, sono intervenute ‘velleità’ nascoste o malcelate -carriere, amori, successi- una distrazione imperdonabile rispetto a quella che resta, al di là dei cambiamenti, il ‘naturale destino’ femminile. Sulla ‘violenza privata’ che c’è dietro, nulla si dice perché della maternità, dell’oscuro travaglio di vita e di morte che esso comporta molto poco hanno detto le donne stesse. Nella Prefazione al romanzo Teresa, di Artur Schnitzler, Sibilla Aleramo commenta così il tentato infanticidio della protagonista: “quella feroce brama di annientamento, quell’attimo di coscienza, non sai se disumana o sovrumana, in cui la donna si ribella alla natura, si ribella a essere strumento di vita, poi quel trapasso dall’odio all’amore, quell’accettazione sommessa, quel rapimento e, infine, unica ma formidabile rivalsa, quel sentimento assoluto per tutta l’eternità, che il figlio è suo, soltanto suo”. Con una lucidità che neppure il femminismo sembra aver conservato, Sibilla sottolinea il legame perverso tra due violenze: quella che ha fatto della donna lo strumento della conservazione della specie per secoli, senza il suo consenso, e quella che, a sua volta, per ‘rivalsa’ o per un disperato rifiuto, la donna è spinta a esercitare sul figlio come suo ‘possesso’. ‘Si può uccidere un bambino perché piange?’-ci si è chiesti a proposito del delitto di Cogne. La risposta tragica e banale che si esita a dare è ‘sì, si può’, almeno finché si pensa che la sorte della madre e del figlio siano legate per sempre e in modo esclusivo, che per crescere l’individualità dell’uno sia necessario il sacrificio dell’individualità dell’altra.
(da “La posta di lea”, giornale “Gli Altri”, anno 2010)

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