Artemisia: Melandri e Mojana la raccontano così

Una femminista storica e una storica dell’arte ci raccontano la loro idea della vita di Artemisia e della centralità della pittura molto più che della vicenda dello stupro. Una visione differente dalla rappresentazione della mostra di Palazzo Reale.
Lea Melandri e Marina Mojana

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Noi e le donne di Vermeer

“Che cosa mai accadrebbe se quei volti di donne di Vermeer soffusi di tanta dolce saggezza di tanta serenità domestica cominciassero a gridare ‘no no è finito quel tempo’che cosa accadrebbe? Quale donna per il proprio uomo non è stata una volta un tempo una donna di Vermeer? (…) sino ad oggi mi sembrava di non donare nulla se non il mio corpo a cui essi davano forma a cui essi davano pensieri a cui essi prestavano immagini io l’avevo capito che essi volevano solo dialogare con se stessi o con un’altra inventata da loro stessi ché non inquietasse ché non proponesse una lettura diversa della vita…”

(Agnese Seranis, “Smarrirsi in pensiero lunari”, Graus Editore, Napoli 2007)

Forse le donne che apparecchiano tavole nelle case e che accolgono mariti e figli nelle pause di un tempo sociale sempre più vorace delle energie dei singoli, hanno perso la “dolce” e “domestica” serenità dei dipinti di Vermeer, ma molto più tenace e duraturo è il sentimento che costruisce l’esistenza propria sull’indispensabilità a quella degli altri, la necessaria considerazione di sé sui rimandi, solitamente rari e imprevedibili, di uno sguardo benevolo e amoroso. L’ “intero” che formano due mondi complementari, i cui territori hanno finito per coincidere con il destino di due sessi diversi, non può essere pacificante per chi vede i suoi giorni divorati dalla fame altrui e il suo contributo alla convivenza sociale passare oscuro e senza peso.
Ma se è facile misurare il divario tra il lavoro che scompare ingoiato dalle case e dalle bocche famigliari, dall’intrigo degli affetti e delle speranze, e quello che trova cittadinanza nel mondo, più vischiosa sembra la trama delle forme e dei desideri che gli uomini da sempre disegnano sul corpo da cui sono nati.
Nelle immagini di una vergine o di una madre, di una moglie o di un’amante, passano le voci della nostalgia e della paura, delle tenerezza e della violenza con cui si è costruita, nei suoi esiti incerti e artificiosi, l’individualità dell’uomo. Ma dietro quelle maschere, che rappresentano la genericità di un sogno o di una funzione, la vita reale di una donna cerca ancora il segno di una sua legittima, necessaria presenza accanto all’uomo.
(L. Melandri, “Migliaia di foglietti. Una mineralogia del pensiero”, MobyDick, Faenza 1996)

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Riascoltiamoli: una meravigliosa Anna Marchesini, un trio esilarante!

Riascoltiamoli! (qui)

Nota biografica
Ricordata per le sue performance con il Trio, la cui fama e comicità raggiunge il culmine nel 1990 con I promessi sposi, rilettura parodistica dell’omonimo dramma manzoniano, trasmesso su Rai 1 in cinque puntate, è anche celebre per i suoi spettacoli teatrali e per le sue celebri imitazioni. Il Trio si scioglie nel 1994, sembra per il desiderio di Massimo Lopez di sperimentare una carriera da solo, tanto che ne segue una collaborazione Solenghi-Marchesini.
La carriera solista prende il via nel 1995 quando Rai Uno le commissiona la registrazione di uno spettacolo comico solista, un monologo coi principali personaggi dell’artista. Tra le sue più ricordate interpretazioni spiccano la sessuologa Merope Generosa, le imitazioni di Gabriella Carlucci, Wanna Marchi, Rita Levi Montalcini e Letizia Moratti. Dal 2000 comincia anche la sua carriera da scrittrice con la pubblicazione di «Che siccome che sono cecata», dalla frase più celebre di uno dei suoi personaggi più conosciuti, la signorina Carlo. L’ultimo romanzo, Moscerine, è uscito nel 2013 e mette in scena i cambiamenti bruschi ed inaspettati che fanno parte della vita.

Sotirios Pastakas: “Perchè l’arte torni a sorprendere la gente comune”

Un suo scritto: Il compito dell’artista in tempi di antipolitica.
“Perchè l’arte torni a sorprendere la gente comune”
La fisica della poesia
L’arte e la scienza sono mondi paralleli. Le molecole che esistono nella loro unicità, quando si attraggono e si respingono contribuiscono alla creazione dell’universo. Sono fermamente convinto che il principio del kosmos è la parola. La parola dà inizio all’universo. A cominciare da Omero, e ancora di più, prima di lui, da Esiodo, tutta l’umanità ha creduto ed è rimasta entusiasta della poesia. Ciò è continuato fino al 1950 circa, o, per essere più precisi, fino al 6 Agosto 1945: dopo l’esplosione della bomba atomica su Hiroshima, il mondo è stato affascinato da qualcosa che ha finito per erode lentamente il suo interesse per le arti.
Il rapido sviluppo della fisica e della scienza in generale ha spostato lentamente l’interesse dall’arte alle realizzazioni tecnologiche.
Le conquiste della scienza, negli ultimi 50 anni così spettacolari, sono state scolpite nell’ immaginario inconscio di noi tutti, così profondamente da sostituire la sorpresa fino a poco tempo fa fornita solo dall’ arte.
La mia opinione personale è che la crisi, di cui tutte le arti sono travagliate al giorno d’oggi, non sia dovuta ai luoghi comuni che sentiamo tutti i giorni: la crisi degli autori, la debolezza delle opere, la vista incompleta dei media, i ragazzi che non leggono ecc, ecc.
Per anni ho consolidato la mia convinzione personale che le arti hanno cessato di sorprendere la gente comune. La sorpresa la offrono le scoperte scientifiche che bombardano il nostro quotidiano, e che hanno spostato l’ interesse dell’ immaginario collettivo verso le esigenze della Fisica, della Biologia, della Medicina e dell’ informatica.
Il poeta sembra non esserne toccato: bloccato in una routine che spesso è ancora più misera e petulante dei suoi lettori, dissipa il suo “canto” per esperienze quotidiane banali. Il suo dire non ha più l’alibi dell’ unico e dell’ irripetibile.
La poesia, come le altre arti, ha un urgente bisogno di riscoprire la sua natura: che la spinta propulsiva che ha viaggiato da Omero ai giorni nostri ci possa accompagnare fino alla fine del mondo … In principio era il Verbo, sarà ancora la poesia a scrivere la parola fine.
Auspico una Poesia escatologica che prenda ancora una volta il primo posto nelle nostre emozioni. Basta farsi cullare dal pensiero che in ” tempi di antipolitica”, il compito dell’artista è semplicemente mantenere viva la fiamma della candela, con la speranza che ci sarà una nuova era.
Non possiamo più aspettare. Andrej Tarkovskij è l’ultimo poeta che ci ha indicato la via: il Poeta (con la P maiuscola prego) è il cacciatore testardo dell’ assoluto. Per inseguirlo è disposto a sacrificare se stesso.
Solo quando l’artista sarà disposto a inseguire l’assoluto e offrire in sacrificio per il bene dell’ Arte la sua esistenza personale, solo allora saremo di nuovo poeti. Fino ad allora, fino a quando non si manifesteranno questi giovani artisti (nella musica, nei film, nella pittura, nella poesia, nel teatro), l’ Arte rimarrà comunque un prodotto di consumo ad opera di vari servizi culturali, e continuerà a essere molto indietro rispetto al passo della scienza.

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