Si può insegnare l’autocoscienza?

“Il piccolo gruppo di autocoscienza è stato la straordinaria invenzione di un movimento che ha inteso per la prima volta la “politica” come inseparabile dalla storia personale, dal dominio maschile che passa inconsciamente attraverso la confusione con un modello unico di sessualità, dal cambiamento di quell’impianto dualistico che nella rappresentazione di sé e del mondo ha contrapposto e complementarizzato non solo le differenze sessuali, ma anche natura e cultura, infanzia e storia, individuo e società, corpo e mente, ecc., impedendo di vedere i legami che da sempre li tengono insieme. L’intuizione che la “presa di coscienza”, lo scostamento da modelli interiorizzati, non muovono dall’interno dei saperi costituiti, né per continuità da un solitario pensiero di sé, poteva emergere solo dalla relazione tra singole donne disposte a “raccontarsi” in presenza le une delle altre, a lasciare che il percorso di ognuna trovasse risonanze e smentite in quello dell’altra, che da sguardi prima complici, ostili o indifferenti, si passasse a un giudizio solidale e al tempo stesso critico.”
Sottolineo: ” un pensiero solidale e al tempo stesso critico”. Mi colpisce oggi la fragilità che noto negli incontri tra donne, quando il pensiero, il giudizio dell’altra diverge e confligge col nostro. Le differenze vanno accolte, ma si deve poterle interrogare e mettere a confronto, senza temere o minacciare rotture.

Link su Libera università delle donne

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Ma l’autocoscienza non viaggia su internet

Ringrazio Maria Morganti per aver rintracciato attraverso
Internet la lettera che sua madre e mia amica, Mia Mendini Morganti, ha inviato alla mia rubrica di posta sul
Quotidiano L’Unità –L’una e l’altro- l’8 maggio 1997.
La riprendo volentieri, tanto più che contiene interrogativi per me ancora attuali.

Cara Lea,
io penso che l’«autocoscienza», la
comprensione di sé che si acquista
nel narrarsi di fronte ad altre donne,
renda possibile circolarità di
sapere e quindi migliori rapporti
umani. Non credi che Internet
non solo possa garantire per la
donna maggior scambio di conoscenza,
ma anche favorire in futuro un dialogo tra più donne,
non separate dalla distanza e dalla lentezza delle
comunicazioni? Insomma,
un’«autocoscienza in rete?”
Mia Mendini Morganti

Cara Mia,
le mie conoscenze in fatto di tecnologie avanzate sono molto scarse e
non escludo di essermi portata dietro
negli anni la diffidenza contadina
per qualsiasi forma di artificio,che
venga a interrompere un ritmo naturale.
Ma penso anche che sia una malintesa idea di progresso quella che
vede dietro la comparsa di nuovi
mezzi comunicativi farsi il deserto di
tutte le strade precedentemente conosciute.
Nessuna tastiera,nessuna
videoscrittura potrà sostituire il viaggio che fa la mano su un quaderno.
Ci sono poi esperienze particolari,che
non si lasciano facilmente omologare e che,
tradotte in un diverso ordine
di segni,diventano irriconoscibili.
Tale è sicuramente l’«autocoscienza»
che,nata come«pratica politica»del
femminismo negli anni‘70,ha continuato a essere nella storia individuale e collettiva delle donne la relazione più feconda di sapere e cambiamenti.
Le occasioni per«raccontarsi»
non sono di certo mancate al sesso
che ha conosciuto un così lungo esilio dalla vita pubblica,
e la lingua delle madri è parsa risuonare in tutti gli
alfabeti dell’uomo. Ma, affinché ci si
potesse riconoscere nelle parole della
propria simile, è stato necessario che i
corpi tornassero a incontrarsi senza
l’asservimento inconsapevole a un
destino,e che,in assenza dell’uomo,
parlassero per lui le infinite tracce che
il suo desiderio ha lasciato nei volti,
nei gesti,nelle voci femminili. Per
questo la fisicità risulta indispensabile e nessun mezzo per quanto tecnicamente elaborato può pensare di riprodurne gli effetti.
Un mondo virtuale,
dove passano costellazioni di
nuovi segni, potrà forse apparire un
traguardo insperato per una civiltà
che teme,sopra ogni cosa,le condizioni naturali del vivere,
ma per la
donna che ha dovuto muoversi da
sempre dentro lingue e immagini costruite da altri,
rischia di essere la maschera sofisticata di un’antica sorte.
Moltiplicare i messaggi e intensificarne la frequenza non potrà in ogni caso risarcire chi ha visto i suoi pensieri
perdersi dentro i movimenti obbligati di un tempo biologico,
o scostarsene per un’inspiegabile ostilità.
Forse,
mi piace semplicemente pensare
che,a sensi esaltati quasi solo dal sogno e dalle attese,
si facciano incontro paesaggi meno evanescenti,
strade di terra e volti riconoscibili.
Come
nella mitica «caverna» di Platone,
non è la quantità di ombre riflesse
sulla parete che può salvare il prigioniero,
ma che l’accerchiamento si
rompa e ci si avvii verso l’uscita. La solitudine,
lamentata spesso dalle donne,
prima che vuoto d’amore e paura
di abbandoni,è il sentimento doloroso con cui si misura la distanza da se
stesse,l’incapacità a distinguere,nel
proprio organismo e nella massa disordinata di emozioni che lo attraversano,
percezioni reali e deformazioni immaginarie.
È in questo scarto
tra sé e sé che lo sguardo di un’altra
donna può scoprire zone di inconsapevolezza.
Può una rete telematica
tenere conto allo stesso modo della
contraddittorietà dell’esperienza del
singolo e dei cambiamenti imprevedibili che possono nascere dal rapporto con gli altri,
quando siano
ugualmente implicati corpo e pensiero?
Il potenziamento dei mezzi di
comunicazione e la rapidità con cui si
procede euforicamente verso la riduzione dei limiti imposti dallo spazio e
dal tempo, convivono purtroppo
con i modelli primi,originari di ogni
legame sociale, forme arcaiche, mai
abbastanza indagate, di cui sembrano essere a volte soltanto la faccia
stravolta, o l’inevitabile contrappeso.

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Lea sul divieto di indossare il burkini.

Articolo pubblicato il 19 agosto 2016 su LaStampa, leggi qui

«Le vittime parlano la stessa lingua dell’aggressore. La libertà comporta un grande lavoro su se stesse. L’autocoscienza femminista degli Anni ’70 metteva alla luce quanto nel nostro modo di pensare fosse segnato dallo sguardo dell’altro sesso. E così anche le donne musulmane dovranno lavorare su loro stesse».

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