Un titolo ad effetto su D La Repubblica

Un titolo che fa torto anche all’ articolo, per certi versi più articolato e contraddittorio.
Soprattutto un titolo profondamente diseducativo rispetto alla convinzione, oggi più condivisa che in passato, che la violenza maschile contro le donne vada affrontata attraverso processi formativi ed educativi fin dall’infanzia, sapendo quanto siano precoci i pregiudizi sessisti e razzisti derivanti dalla cultura che abbiamo ereditato da secoli di dominio maschile.

Quando si parla di “capire”, il riferimento non sono solo le ragioni “sociali e psicologiche” ma il portato di una ideologia che è stata per secoli il fondamento della nostra come di altre civiltà, della cultura alta, così come del senso comune.

È dentro questa cultura, che ha visto un potere -quello maschile- innestarsi e confondersi con le vicende più intime (la maternità, la sessualità), che vanno collocati e “capiti” i comportamenti violenti dei singoli o dei gruppi, con tutto il loro carico di patologia, responsabilità e storia.

Come spiegare altrimenti che molti uomini, anche giovani, intervistati, stando a quanto si legge nell’articolo, rispondono di non riuscire a “fare un collegamento tra sesso non consensuale e stupro”, che uno studente su quattro risponde che ” è colpa del desiderio”?
Non sarebbe forse il caso di cominciare a chiedersi che cosa è stato ed è ancora purtroppo, nell’immaginario e nella cultura di tanti uomini ( ma anche donne) quello che chiamiamo “amore” “desiderio”, “consenso”, ecc.?

Smettiamola soprattutto di confondere in modo così semplicistico “capire” con “giustificare”.

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Femminismo e media: una pessima storia italiana…

…che dura tuttora.

Il femminismo a Milano Anni ‘70
Sesta puntata

I giornali. Lo sguardo degli altri.

Per tutto il decennio degli anni ’70, l’interesse dei giornali per il femminismo è stato continuo, quasi assillante. Se ne occupavano ora in chiave di informazione, spesso di spettacolo e curiosità, a volte per campagne denigratorie, sia i quotidiani che i settimanali. La svolta che il neofemminismo aveva fatto rispetto a battaglie di emancipazione, mettendo a tema il corpo, la sessualità, la maternità, l’inconscio, la cura, il lavoro domestico, la relazione tra donne, suscitava stupore, inquietudine, eccitava fantasie inconsapevoli, si prestava a darne un’immagine enfatizzata e deformante. Questo ribaltamento tra la politica tradizionalmente intesa e ciò che era stato considerato fino ad allora “non politico” –privato, vita intima- spiega perché una pratica di piccoli gruppi, giudicata “catacombale”, abbia provocato tanto allarme, perché sia stata vista come un terremoto per l’ordine sociale.
Mai le donne, parlando di sé sono parse così minacciose per i ruoli, le identità, ritenute per secoli “naturali”, di un sesso e dell’altro. Rispetto a pratiche come l’autocoscienza, l’analisi dell’inconscio, la riflessione su sessualità e omosessualità, le manifestazioni per il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia, apparivano molto più rassicuranti, soprattutto ai giornali della sinistra parlamentare ed extraparlamentare. Si aspettava con ansia che il movimento delle donne facesse la sua “uscita all’esterno”, per ricongiungersi con la lotta di classe.
Dietro un’apparente apertura, le lotte che anche “Il Manifesto” si aspettava dalle donne e di cui si lamentava il ritardo, erano quelle legate al lavoro, alla disoccupazione femminile. L’autocoscienza era vista come un “momento transitorio”, un passaggio, anche se non obbligato, verso una iniziativa di massa nei quartieri e nel territorio. L’inviata al convegno di Pinarella di Cervia del novembre 1974 si chiedeva perciò “con quali forme organizzative” e su “quali obiettivi” sarebbe avvenuto questo “salto all’esterno”. Sullo stesso giornale il collettivo milanese di via Cherubini e quelli di altre città ribadivano l’autonomia del femminismo dalla politica tradizionale, la specificità della relazione uomo-donna, da cui la scelta di “tempi e modi propri”.
La presa di coscienza e i cambiamenti che produceva nella vita di ogni singola donna –si diceva- “è già politica”.
Più fantasiosi, nel dare notizia degli sviluppi del movimento delle donne, erano giornali e settimanali come “Il Corriere della sera”, “Repubblica”, “Panorama”, “L’Espresso”. A lanciare l’allarme è proprio “L’Espresso” : “Ma cosa vogliono queste donne?” La ricerca di una “nuova sessualità” femminile, il separatismo -riunioni e convegni di sole donne- appaiono come una minaccia per la coppia, per la famiglia, come esclusione dell’uomo dal rapporto sessuale o come richiesta di prestazioni eccezionali. La svolta che si profila è così allarmante che vengono interpellati psicanalisti e sessuologi, lasciando perciò intravedere patologie, perversioni, anormalità. Il “quadro psicanalitico” che si dà della femminista è quello di una donna forte che, ribaltando le parti, tende a trasformarsi da vittima in aggressore. Il desiderio di liberarsi da ruoli imposti viene interpretato come fantasia di “uccidere il padre e la madre”. La rivendicazione del piacere clitorideo è associata al lesbismo e visto come “strumento di guerriglia da frange estreme”. Il femminismo -conclude- non elabora teorie ma vuole solo far cadere teste (…) quelle degli uomini”.
Dopo l’uscita del documento Pratica dell’inconscio e movimento delle donne, è sempre “L’Espresso” a sottolineare come la svolta verso l’inconscio, l’analisi del rapporto con la madre, porti all’omosessualità. Da qui il titolo: “La mina antiuomo. Nei loro sogni c’è una prima donna, la madre”.
In seguito, gli articoli giornalistici saranno sempre più un viaggio inconsapevole attraverso l’immaginario maschile. E’ un viaggio vero e proprio quello che il “Corriere della sera” commissiona nel 1976 a un suo inviato, Gianfranco Ballardin, “nella costellazione dei gruppi femministi italiani”. Cominciò da me con un’intervista in prossimità delle elezioni politiche che si sarebbero tenute in giugno. I timori, le fantasie, sono le stesse di chi l’aveva preceduto: riguardano il carattere chiuso, top secret della pratica femminista, l’omosessualità vista come “strumento di liberazione”, il distacco dall’uomo, l’abbandono di obiettivi concreti.
Successivamente, Ballardin incontrò le femministe della Libreria delle donne e altri gruppi milanesi, in un crescendo di allarmi e fantasie che trovarono espressione in un colorito articolo scritto mentre era chiuso in una stanza di albergo a Paestum, dove si svolgeva il terzo convegno nazionale del femminismo, ai primi di dicembre dello stesso anno, chiuso agli uomini. La tesi sostenuta da Ballardin era che il femminismo stava cominciando la sua autocritica, il suo ravvedimento, sconfessando le frange più radicali, le loro teorie e pratiche volte a distruggere la coppia, la famiglia, prendendo distanza dalle leader, le “sacerdotesse del femminismo”, che avevano creduto di “far rigare a bacchetta le diciottenni”.
L’articolo si chiude con un’immagine ad effetto: la valle dei templi, in una notte di luna piena, invasa da un’orgia collettiva, tipo riti bacchici, sabba delle streghe.
A breve distanza, fra il ’76 e il ’77, escono altri due articoli: “Caro partner ti metto in crisi” e “Se vai col maschio, non ti liberi”. Tornano di nuovo i motivi principali dell’allarme: il femminismo che degenera in omosessualità, le femministe viste come donne inibite e castranti, il rifiuto della penetrazione e la ricerca di “orgasmi multipli”, che avrebbe distrutto prima la classe borghese e poi quella operaia. E, infine, l’umanità stessa.
A dare conferma alle sue catastrofiche previsioni intervengono questa volta i nomi più noti della Società psicanalitica italiana: Cesare Musatti, Franco Fornari, Silvia Montefoschi, a cui Ballardin aveva posto la domanda: “L’omosessualità femminile può rappresentare un elemento di rottura della logica del sistema capitalistico? Scendendo sul sentiero di guerra contro il mondo maschile, questo filone del femminismo farà saltare la società?”. La risposta fu che dietro l’omosessualità c’erano la “nevrosi”, il ritorno all’infanzia e le “spinte asociali” di donne incapaci di impegno sociale e politico. Le donne socialmente emancipate sosteneva Silvia Montefoschi- non avevano problemi sessuali.
A questa campagna denigratoria i gruppi milanesi risposero con una contestazione e un volantino che fu distribuito davanti al Corriere della sera .

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Le cento vite del ‘privato’

“Ti collegheremo con la parte più nascosta di te. Chiudi gli occhi e guarda bene. Dentro di te possono esserci desideri e passioni ancora da esplorare. Risorse che non sapevi di avere. Noi di Wind, Infostrada e Italia OnLine possiamo darti i mezzi e i contenuti per scoprirlo. La vita più breve per arrivare a te, passa da noi”.

“C’è sempre una strada che porta a te stesso. Anche se non è asfaltata, con Volvo Cross Country è piacevole percorrerla.”

Chiamati a “esporre tutta la propria vita alla luce”, a “pubblicizzare se stessi” (J.Baudrillard), gli individui si rivelano un medium eccezionale, universale quanto basta per richiamare l’identificazione di milioni di persone, e nello stesso tempo unico tanto da potervi riconoscere la singolarità di ogni essere.
Ma è uno strano individuo quello che si affaccia oggi all’orizzonte unificato del mondo, spinto da una sorta di “solipsismo collettivo”, solo e sempre più esposto allo sguardo degli altri, sollecitato a fare del godimento un “fattore politico”, ma costretto a calarlo nella “società più regolata che la storia abbia mai conosciuto” (S.Zizek), desideroso di forme sempre più dirette di democrazia, ma preso dentro le maglie di un consenso manipolato dai media.
L’impressione che tutto sia già stato detto e, nello stesso tempo, che l’essenza misteriosa dell’umano ancora si sottragga alla conoscenza, è confermata dalla frequenza con cui compare da un po’ di tempo negli spot pubblicitari l’invito a scavare più a fondo dentro di sé.
A questo punto sarebbe interessante chiedersi quale è il vero volto del “privato” a cui si dà tanto spazio sulla scena pubblica. Perché, nonostante la vistosa sovraesposizione, resta il dubbio che ci sia ancora molto o tutto da capire?

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I social

Narcisismo o ricerca di nuove forme di socializzazione a partire dalla propria singolarità?
Le visioni apocalittiche hanno senza dubbio un merito: non si lasciano accecare dal dio del progresso e, dove altri appaiono storditi dai suoi effetti speciali, esse puntano pervicacemente lo sguardo sulle insidie che si porta dietro.
“Lo smartphone” -si legge nel libro di Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo 2015– si può considerare “la riedizione post-infantile dello stadio dello specchio: dischiude uno spazio narcisistico, una sfera dell’immaginario nella quale rinchiudermi.”
Gli individui nell’era digitale sono sì isolati, ma tutti alla ricerca di un loro “profilo”, anzi “lavorano senza posa all’ottimizzazione di sé”, ambiscono insistentemente all’attenzione. Le ideologie, che una volta costituivano l’orizzonte politico, si disgregano, ma come non giudicare positivo il fatto che al loro posto subentri una “infinità di opinioni e opzioni individuali”, la richiesta di “maggiore partecipazione e trasparenza”, sintomo della crisi che attraversa oggi la democrazia rappresentativa?
Il “Noi”, così come lo abbiamo ereditato da secoli di dominio maschile, ha conosciuto una serie infinita di esclusioni: fuori dalla sfera pubblica, dalle sue istituzioni, dalle sue forme organizzative, non sono rimaste solo le donne, ma tutto ciò che segnalava una diversità: gruppi sociali, popoli ed esperienze umane, come la sessualità, la maternità, considerate “non politiche”. Si è dovuto arrivare alla metà del secolo scorso per riconoscere la politicità della vita personale e uscire da contrappposizioni astratte: maschile/femminile, corpo/pensiero, individuo/collettivo, ecc.
Non dovremmo meravigliarci perciò se il bisogno di pensarsi come individualità concreta, restituita all’interezza del proprio essere, si manifesta come “ripresa” di un sé intento a ricostruire la propria immagine attraverso quello “specchio digitale”che, al medesimo tempo, lo isola e lo espone al mondo.
Il rischio che l’immagine prenda il sopravvento e che la libertà vada a coincidere paradossalmente con una “nuova schiavitù”, quale è la “costrizione a comunicare”, in effetti c’è.
Ma nessuna acquisizione nuova della coscienza, nessuno svelamento di un “rimosso” storico, può considerarsi indenne da limiti, ripiegamenti o sconfitte. Per questo l’attenzione alla strada che si sta percorrendo non è mai troppa, e gli “apocalittici” sono, da questo punto di vista, un prezioso indicatore di marcial social.

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Un articolo di Elvira Serra

Un articolo di Elvira Serra sul Blog 27esimaora.
“In tutti questi discorsi continuo a vederci stereotipi e pregiudizi», non cambia idea la storica del femminismo Lea Melandri. «Parliamo di bellezza, corpo, estetica e piacere perché da sempre è quella la collocazione femminile. Le donne, purtroppo, hanno interiorizzato questa visione del mondo. Spesso non se ne accorgono nemmeno». O forse sì. E vanno oltre.

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