‘Quel corpo che mi abita’

Rossana Rossanda, “Quel corpo che mi abita”, a cura di Lea Melandri, Bollati Boringhieri 2018

Sono felice di informare che uscirà a breve un libro che sognavo da anni, il dono di un’amicizia tra me e Rossana Rossanda che dura da tanti anni e che ha trova nella raccolta dei suoi articoli sulla rivista “Lapis” (1987-1997) pensieri di straordinaria intensità, coraggiosa narrazione e riflessione su di sè.
Il titolo della mia “postfazione” – “L’amicizia. Un tranquillo deposito di sè”- sono parole sue, ma che condivido profondamente e di cui le sono grata.

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Aborto. La grande ossessione dell’immaginario maschile…

“Si discute molto in questo momento della scelta di fare o non fare figli, e della violenza quotidiana che subiscono le donne per lo più da parte di uomini con cui hanno intrattenuto legami amorosi e famigliari. Come si fa a non vedere il legame fra due questioni di primo piano nel rapporto tra i sessi e il ritorno di quella grande ossessione della cultura maschile più conservatrice, fatta propria purtroppo anche dalle donne, che è l’interruzione volontaria di gravidanza?

La grande ossessione che attraversa la storia fin qui conosciuta del rapporto uomo-donna è chiaro che riguarda essenzialmente la maternità, vista come destino naturale o obbligo procreativo per la donna: madre sempre e comunque, anche quando è solo moglie, figlia, sorella, compagna di vita; snaturata se non fa figli o se li uccide allo stato embrionale, ma anche se decide di abbandonare il luogo dove l’uomo si aspetta di trovarla -la casa, la famiglia, la cura del suo benessere e del suoi interessi.

La violenza maschile ha molti aspetti –da quelli più selvaggi e manifesti a quelli più invisibili, che si ammantano di sacralità e rispetto dei più alti valori umani- , ma un obiettivo sempre più evidente: impedire che le donne trovino il senso della propria vita in se stesse, e non nell’essere al servizio o in funzione dell’altro, nel rifiuto di conformarsi a modelli che contrastano coi loro desideri, a essere, come sono sempre state un «mezzo per un fine», nella sessualità come nella procreazione e nelle forme più elevate dell’amore.”

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Sull’opera lirica

“Più vicina alle ragioni profonde del cuore, e sostenuta dal linguaggio dotto della musica, l’opera lirica si muoveva indifferentemente tra i grandi teatri cittadini, le impalcature innalzate all’aperto dentro la cornice scenografica del Pavaglione di Lugo, e il più modesto Teatro Corelli di Fusignano.

Dietro paludamenti solenni, che davano a un dramma quotidiano la misteriosita’ di un evento fatale, la romanza conosceva la strada dei campi come la canzonetta, e se i bar del paese straboccavano per il Festival di San Remo, nelle case isolate dei dintorni un religioso gruppo infreddolito si stringeva intorno alla radio che trasmetteva l’opera, il sabato sera.

Personaggi famigliari a chi non aveva trovato posto nella famiglia della storia, la Traviata, il Trovatore, Aida e Madama Butterfly, venivano a coprire un vuoto di memoria, e a un ascoltatore rassegnato al silenzio parlavano la lingua tragica dell’origine.

Preziosa eredità per l’esule di una patria troppo ricca e troppo avara, la voce della lirica conforta una memoria lenta e ricalcitrante, e dissuade la corsa di un pensiero ostile agli umori caldi del corpo”

*da L.M. “Alfabeto d’origine” Neri Pozza (di prossima pubblicazione)

‘Amore’, di Stefano Levi Della Torre

Cominciamo dall’alfabeto dei sentimenti primari…

Che possibilità hanno di entrare nella scuola i libri che nascono a seguito della rivoluzione culturale del femminismo sui temi del corpo, della sessualità, della maternità e dell’amore?

Un libro interessante, a questo proposito:
Stefano Levi Della Torre, “Amore”, Rosenberg & Sellier, Torino 2013.

Frammenti

“Ci si può innamorare per il desiderio di essere amati, o anche per il bisogno inesauribili di sentirsi amati. La psicologia e in particolare la psicoanalisi hanno fatto luce su una stimmate originaria, più o meno sanguinante in ogni essere umano: la ferita inevitabile subita nell’infanzia dal nostro desiderio di essere infinitamente amati, desiderio che si scontra col fatto che la prima dispensatrice reale immaginario di questo amore, la madre, non è parte di noi ma è persona distinta , capace di assenza e di imporci confini.
Questa disillusione è un viatico che ci apre alla realtà del mondo, alla realtà dei nostri limiti e della nostra separatezza individuale, e resta un rumore di fondo doloroso di ogni nostra esperienza affettiva.
E’ la disillusione in agguato che può trasformare la libertà del nostro desiderio nella schiavitù di un bisogno. Sì che siamo spesso portati a chiedere amore a chi ce lo nega (almeno nel’infinito che vorremmo), quasi a ritornare in un “gioco dell’oca” a quella casella di partenza per rilanciare i dadi, sperando in un altro esito che smentisca quella ferita iniziale e ci guarisca per sempre.”

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Obiezione – Milano

Al presidio partecipa Non Una di Meno- Milano
con un volantino in cui si dice, tra l’altro:
“…. Il 68,2% di medici è obiettore di coscienza e in 6 ospedali lombardi tutti i medici sono obiettori
• L’aborto farmacologico viene effettuato nel 5,1% dei casi e nel 52% delle strutture non viene neanche praticato. Inoltre, a differenza che in altre regioni, le donne vengono obbligate a tre giorni di ricovero ospedaliero (in Francia può essere fatto in consultorio seguite da un’ostetrica)
• nel 2016 sono stati spesi 153.414,00 euro per pagare a gettone il personale esterno che garantisce la possibilità di abortire negli ospedali con alti tassi di obiezione
• una legge regionale prevede l’obiezione di struttura nei consultori, rendendo difficile per le donne esercitare il loro diritto ad abortire.
Tutto questo si inserisce in un quadro in cui i consultori vengono depotenziati fino a tagliare i servizi per le donne in menopausa costringendole a rivolgersi agli ospedali, in cui l’educazione sessuale è praticamente inesistente o parziale e inefficace, in cui la prevenzione scompare in favore di una logica aziendale che poco ha a che vedere con la salute.
Per questo il 7 aprile dalle 11 alle 14 saremo in piazza sotto Regione Lombardia nella giornata europea in difesa del servizio sanitario pubblico, a ricordare che la salute sessuale non può essere slegata dal benessere, dal piacere e dalla libertà di scelta, che deve essere possibile sempre.
Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi.”

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A proposito di prostituzione…

“La disuguaglianza di accesso alle risorse, la donna è stata spinta forzatamente a fare del corpo il suo capitale, una merce di scambio, sia nelle relazioni matrimoniali riproduttive, che in quelle non matrimoniali. Detto altrimenti: la donna non è stata pensata come soggetto di desiderio, con una sua specifica sessualità: “La sua sessualità, cancellata come tale, viene piegata verso l’oggetto riproduttivo e verso il servizio sessuale.”
La reciprocità non è pensabile dentro rapporti di dominio. Scambiandosi con altro da sé – il denaro – la sessualità femminile si avvia a diventare un servizio e infine un lavoro.”

Articolo pubblicato su Minima&Moralia 11.II.2015, link

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‘Il mestiere più antico del mondo’

Ho conosciuto Gabriella Pacini in questi giorni al Laboratorio di scrittura di esperienza tenuto a Roma alla Casa internazionale delle donne, ma solo ora leggo con emozione questo suo testo nella trasposizione teatrale che ne è stata fatta e che spero di poter vedere presto a Milano.
Come ostetrica, Gabriella ha potuto osservare e riflettere sulla violenza, che resta ancora poco dicibile per la retorica di cui è ancora avvolta la maternità, sulle donne in una sala parto.
“Mi ricordo il primo turno, ho cominciato con una notte. Si stava dalle nove la sera fino al mattino alle sette, senza fermarsi un attimo. Eravamo sei allieve e quattro ostetriche per ogni turno, la più anziana era la capo ostetrica e comandava tutte quante. La sala travaglio era una grande stanza con sei letti e un soffitto alto con dei neon grigi e sporchi che ce li facevano sembrare ancora più alto e triste. Era d’estate, si sentivano le cicale e faceva un caldo terribile, da mancare l’aria. Le donne erano tre per ogni lato, ognuna con la sua storia: da una parte c’era quella che aveva appena iniziato con i dolori e ci guardava con aria spaventata sentendo le urla della poverina che era già nella sala parto lì accanto. Su un altro letto c’era una che piangeva perché le era morto il bambino dentro e adesso le toccava anche di partorirlo, morto, e non si capiva se piangeva di più per la creatura che era morta o per la paura di passare tutti quei dolori…”

Clicca qui per vedere il video 

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Franco Rella, “Ai confini del corpo”, Garzanti 2012.

“Se si è costretti a parlare di “confini” tra corpo e linguaggio è perché abbiamo ereditato una visione del mondo dualistica: il corpo visto come oggetto da parte di un soggetto conoscente, una relazione ostile che si è trasformata in controllo, violazione e sfruttamento, ma che per questo non ha mai abbandonato la nostalgia per l’armoniosa riunificazione di ciò che la storia ha diviso. Dal momento che le condizioni materiali del vivere sono state identificate col sesso femminile, è attraverso il corpo della donna che l’uomo è andato cercando per secoli il mistero della sua esistenza, del nascere e del morire, della passione amorosa e della sofferenza. Scostandosi dall’“atto sacrificale” con cui si è affermato nelle civiltà esistenti il principio paterno − come principio spirituale che trascende le leggi della natura −, Rella porta allo scoperto una contraddizione evidente: non si può parlare, scrivere del corpo, senza interrogarsi sul soggetto conoscente, in quanto soggetto incorporato, sessuato, senza riportare su di sé l’interrogativo: “E io? E io e il mio corpo?”

Articolo pubblicato su minima&moralia il 22.01.2014, per leggerlo clicca qui

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Corpo e identità.

Lea Melandri e Franco Rella in dialogo
Frammenti dalla relazione di Franco Rella,
in “Postfilosofie. Rivista di pratica filosofica e scienze umane”, n.8. Anno 2015, Edizione CaratteriMobili, Bari 2015.
La filosofia è nata e si è mossa nella rimozione completa del corpo. Non solo del corpo, ma anche della soggettività. Musil dice che i filosofi con le loro volontà di potenza, non disponendo di eserciti, hanno imprigionato la realtà dentro i concetti. Platone, di fatto colui che ha “inventato” la filosofia, ha affermato che essa altro non è che l’arte di mettere a morte il corpo, perché il corpo è ciò che ci impedisce di avere una conoscenza vera delle cose, della loro essenza, in quanto ci spinge ad occuparci del colore, delle cose esteriori, di ciò che suscita sensazioni, ma che non ha però alcuna pertinenza conoscitiva.
La condanna platonica si ripete identica in ogni tornante della filosofia. Cartesio sostiene che bisogna abducere mentem a sensibus, staccare la mente dai sensi, perché altrimenti la memoria, che per Cartesio è sempre memoria sensibile, induce all’errore. È infatti la memoria dei nostri sensi che ci porta a sbagliare quando, ad esempio, nell’infanzia abbiamo attribuito più realtà al sasso in cui siamo inciampati piuttosto che ad un teorema matematico. Cartesio sostiene che questo distacco dai sensi, dalla sensibilità, non è possibile a chi ha il cervello molle, troppo umido, come i frenetici, i letargici o gli infanti. Si stabilisce un discrimine. Chi si occupa del corpo è dunque trascinato nel gorgo della follia o risospinto nell’infanzia. Bisogna dunque tenersi lontani dal corpo.
(…)
Il corpo è mutevole, il corpo cambia. Gli anni, i momenti, le cose lo cambiano; la malattia, l’amore, il sesso, la passione continuano a cambiarlo, e dunque devo continuamente riportarmi su di esso, investendo in ciò me stesso, mettendomi interamente in gioco. È ciò che in qualche modo i professori insegnano ai loro studenti di non fare quando lavorano ad una tesi. Bisogna essere oggettivi, dicono, bisogna “tenere la distanza”, mettendo in campo lo scudo della cosiddetta “letteratura secondaria”. Si tratta, dunque, di distruggere quella sorta di legame coatto che si dice esistere fra oggettività e verità. Ciò che è oggettivo non è necessariamente vero. Anzi può essere distorsivo. Può illuderci di aver conquistato d’un colpo la Verità, tanto da poterla mettere al sicuro, come si mette in tasca una cosa. In realtà ciò che possiamo sperare è cogliere qualche frammento di verità, dunque una verità possibile, una verità eventuale, una verità che siamo disposti a rimettere in gioco.
In questo libro, la cui stesura mi ha occupato per più tempo di tutte le altre cose che ho scritto, ho continuato a rimettere tutto in gioco. Ho letto Essere maschi. L’autore, Stefano Ciccone, dice che il maschio non sente il proprio corpo. In realtà la mia esperienza è opposta. Non c’è stato un giorno, ma nemmeno un minuto della mia vita, in cui non abbia sentito la voce del mio corpo: qualcosa che mi metteva continuamente in questione, a disagio. Negli anni Settanta ho trovato chi si metteva in ascolto di quella voce che io sentivo e che altri dicevano e dicono muta. Qualcuno che cercava di amplificarla nei racconti e nelle discussioni che sono emersi e che hanno animato il Movimento delle Donne, al quale, anche per questo, ho sempre guardato con molta attenzione, pensando che lì ci fosse davvero un salto nella ricerca di una nuova teoria del corpo e del soggetto.
(…)
Riconosco l’audacia, della scienza. Non è questa che è in questione. Oggi in realtà c’è un dominio più che della scienza delle tecnoscienze, che sono tutt’altra cosa. Si assiste al dominio delle tecnoscienze, che spesso si autodotano della propria giustificazione e della propria ideologia, che è estremamente limpida. È fattibile? Sì, è fattibile, e dunque lo si fa, senza porsi inutili e fuorvianti problemi di ordine etico. Ci sono filosofi che seguono felici questa direzione. Ad esempio, Aldo Schiavone che afferma gioiosamente che la tecnica è andata così avanti che stiamo per fare un passo ulteriore, verso qualcosa di nuovo, qualsiasi cosa ci lasciamo alle spalle. Dice anche che tra non molto tempo decideremo non solo dove e quando morire, ma addirittura se morire. Non uno sguardo ai “dannati della terra”, quelli che non solo non sono destinati a vincere la morte, ma che sono perdenti nella battaglia per la vita.
Quindi, da un lato, la volontà di potenza che si esprime nelle tecnoscienze, e poi, invece, esiste la scienza, con l’ebbrezza della scoperta e, prima ancora, dell’ipotesi che avvia alla scoperta. Pochi testi sono intensi come quello di Galileo, che muovendo dal cigolio di una porta parla delle cicale, e quindi della vibrazione e del suono.
(…)
Il mio problema in questo libro, nei confronti del sapere scientifico, nasce da un interrogativo: la scienza è certamente in grado di parlare del corpo, ma è in grado di parlare dell’esperienza del corpo, dell’esperienza notturna del corpo, del corpo che si è abbandonato nell’insonnia ai fantasmi che lo abitano? È in grado di parlare del momento in cui ci si pone sull’orlo della passione o della caduta completa della passione, del suo annientamento? Di parlare di quando ci si sente sull’orlo della morte, quando essa pare avanzare a grandi passi, quando ci sentiamo quasi braccati da essa?
Non credo che la scienza abbia il dominio della precisione e la poesia il dominio della vaghezza. Penso che anche nella scienza ci sia, come ho detto, audacia e ricerca. Credo abbia ragione Steiner quando afferma che un teorema di matematica può essere bellissimo come una sinfonia, come una cantata, come una poesia. C’è una sorta di poeticità, ha scritto Steiner, che è propria del pensiero, anche del pensiero scientifico, anche del pensiero più astratto.
Questo libro non pretendeva – come scrivo nella prefazione – di confrontarsi con la scienza, e neanche con la tecnica, ma con l’esperienza del corpo a partire dalla mia esperienza del corpo, che è un’esperienza fatta senza una strumentazione scientifica, ma attraverso un ascolto reso possibile da una strumentazione letteraria, filosofica e politica – un aspetto che oggi ho trascurato ma che Lea ha messo in luce – perché la gestione del corpo è una gestione politica. Spesso, nel dominio del corpo, la scienza viene completamente strumentalizzata da parte della politica: qui sto pensando a come si siano ammantati di falsa scientificità i politici che pretendevano di penetrare violentemente nel dominio più impervio dell’esperienza umana: l’inizio e la fine della vita.

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‘Perchè la libertà delle donne fa tanta paura?’

‘Lea Melandri: Quali poteri ha visto l’uomo nel corpo femminile da temerne la ricomparsa dietro le libertà che le donne vanno conquistando? Si può ipotizzare che, nell’attribuire alle donne come destino naturale la sessualità e la maternità -perché questo è il retaggio della cultura greco-romana-cristiana-, l’uomo abbia fissato l’esperienza che ha fatto da bambino rispetto al corpo che l’ha generato.’

Articolo pubblicato il 17.XI.2016 su Tysm – Philosophy and social criticism, per leggerlo tutto clicca qui.

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