I corsi 150 ore…

Per non dimenticare quella straordinaria esperienza che sono stati per me i “corsi 150 ore” ad Affori Comasina, , le donne coraggiose che fecero aprire un “modulo” presso la Scuola Media di via Gabbro 6, e che poi non vollero più tornare a chiudersi tra le mura domestiche.
Ne seguirono corsi monografici, bienni sperimentali e una cooperativa di indirizzo grafico, “Gervasia Broxon”.
Correva l’anno 1976 quando per felice sorte fui nominata nel primo corso per adulti e incontrai le ‘pioniere’ di Affori, insieme alle quali avrei trascorso dieci intensissimi anni, come insegnante, come donna, come femmista…e ballerina di liscio.

http://www.memomi.it/it/00007/13/il-femminismo-a-milano.html

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Laboratorio di scrittura d’esperienza

Dalla pagina ufficiale del Festival delle donne e dei saperi di genere: 

Scritture d’esperienza, per interrogare modelli di pensiero e produrre liberazione. Laboratorio con Lea Melandri.
“Il laboratorio di scrittura d’esperienza” tenuto da Lea Melandri, si compone di tre segmenti: la prima lezione aperta sul tema: “Scrittura d’esperienza e linguaggio non sessista” di venerdì 31 marzo, ore 16:30, che si svolgerà presso l’Ex PalaPoste in compagnia della docente e nota linguista Cecilia Robustelli, a questo incontro parteciperanno inoltre: Mimmo D’Oria (Alliance française de Bari) e Lorena Saracino (giornalista). L’incontro è organizzato in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti di Puglia.
Seguiranno le due giornate di laboratorio pratico: “Laboratorio di scrittura d’esperienza” che si svolgeranno sabato 1 aprile, ore 9:30/16:30, e domenica 2 aprile, ore 9:30/13:00, presso la Casa delle Donne del Mediterraneo in Piazza Balenzano; queste due giornate di formazione si svolgono in collaborazione con gli Stati Generali delle Donne e con l’associazione culturale “Donne in corriera” di Bari.
I posti per seguire il laboratorio sono limitati, è necessario prenotarsi entro il 27 marzo scrivendo a info@festivaldonnesaperidigenere.it oppure chiamando al 339.620.18.62 dal lunedì al venerdì, dalle 9:30 alle 14:30.

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Articolo su Ilikepuglia.it qui

Scritture di esperienza

Frammenti dalla Lettura al libro di Elia Malagò:
“L’ombra ripresa”, Tre Lune Edizioni, 1999.

Ma se le “radici” che conservano oscuramente tanta parte di sé sono lasciate così a lungo nella dimenticanza –”nascoste ai propri stessi occhi”, “sepolte e mai sfiorate”–, è soprattutto perché le accompagna una sofferenza che “non si è disposti a vivere neanche nel ricordo”.

Quando l’infanzia diventa “cosa da non dire”, il “buco nero” di un pianeta che è impossibile “ricostruire”, disegnato ora da punti vaghi ora dall’esattezza di “inutili particolari”, significa che il dolore che l’ha attraversata ha cambiato nome, costretto come la punta di un iceberg a lasciar crescere nell’ombra i suoi sedimenti, conficcati nel petto come tenaglie, e a convertire il bisogno di consolazione nella forza di un’orgogliosa solitudine.

Per questo i “racconti di casa”, avverte Elia Malagò, fin dalle prime pagine del suo libro, non possono essere detti con la leggerezza di un divertimento, né confondersi con le “filastrocche di controcanto” inventate per la dolcezza di un pomeriggio fuori città.
“Tornare a capo”, facendo finta che sia l’inizio, è il movimento raro di un pensiero che ha faticosamente misurato il tempo particolare dell’infanzia, “breve” e “lunghissimo”, casuale e definitivo, concluso e irrimediabile.

“Terribile l’infanzia. Ogni volta che si respira e si muore, si svolta l’angolo di casa o si va nel bosco è per sempre. Quando cessa la felicità e entra la vita con la sua angoscia, si chiude la porta. Non si riaprirà mai più, neanche per un momento, neanche in un sogno, senza che non si sappia anche il sapore del rimpianto, non si conosca con precisione che è tutto finito. Sempre e mai più. Accade nel giro di pochi anni, ed è irrimediabile. Vissuto, stabilito e risolto una volta per sempre, con le parole definitive che si spalancano la strada con la violenza di una tromba d’aria: in un attimo si insediano per tutto iI resto della vita.”

L’infanzia –la Braiola, il cortile che come “un’isola nel cuore di un paese del Po” ha racchiuso segrete comunanze di una “razza diversa”, le asprezze di gente povera e fiera– è l’osservatorio da cui si impara ad amare e odiare a lungo, la preistoria sepolta, ma mai del tutto cancellata di una vita costretta a ricalcarla a sua insaputa, o col sapere muto di “impronte” durature infossate nelle viscere, tra le scapole, nella falcata delle gambe. Si può accettare un “ritorno a casa” consapevole di una perdita definitiva e disposto a dire “i nomi della paura”, “snidare il tormento dei sogni” e della “ragione che precede”, soltanto quando la “follia” di impenetrabili acque originarie ha svelato il suo segreto e quando la felicità totale riposta nelle fusioni intime dei primi amori, ha riconosciuto il suo ambiguo sapore di

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Laboratorio di scrittura di esperienza, Roma, 20-22 gennaio 2017

Rimandato rispetto alla data prevista dei primi di novembre, causa ponte, il mio Laboratorio di scrittura di esperienza si terrà quest’anno dal 20 al 22 gennaio presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, che ringrazio.

Scritti/Prescritti/Postscritti/Trascritti/Riscritti.
Riprendono i Laboratori di scrittura di esperienza. Casa internazionale delle donne. Roma

(da “A zig zag”, Gruppo sessualità e scrittura, Milano 1978)

“Che cos’è la scrittura?
Una costrizione, un modo per eludere la sofferenza, il sostituto di una passeggiata, di un rapporto amoroso, il sogno onnipotente di esistere per molti e in più luoghi contemporaneamente, oppure il piacere di tentare l’immaginazione, la libertà di nascondersi dietro un travestimento?”

“Ma io, perché scrivo?
Ho scritto, nella mia infanzia, per non sentire i rumori della casa, il crepacuore delle liti violente tra familiari, per non vedere i cambiamenti sempre uguali della campagna, per sopportare la malinconia dei giorni festivi quando non viene mai sera; da adulta, per sopportare gli abbandoni o per avere il pretesto di crearli; altra volte, di domenica, perché avrei avuto voglia di ballare, fare all’amore, fare una passeggiata.
Dietro ogni tipo di scrittura, sentimentale o teorica, privata o pubblica, si cerca affannosamente una persona che non c’è (“ma tu dove sei?”). Sarà che il pensiero e la scrittura sono stati troppo a lungo usati contro il corpo, e sarà anche il fatto che il corpo che la scrittura lascia intravvedere, non possiamo riconoscerlo come nostro.
L’importante è uscire dalla dicotomia: che il corpo è qui e il pensiero altrove, la sessualità una cosa, la scrittura un’altra, per scoprire, semplicemente, che la sessualità è dovunque, e che ha portato finora un segno di violenza.”

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Seamus Heaney, il poeta che voleva ”preservare l’esperienza”

Articolo pubblicato su Doppiozero il 01 settembre 2013

Il poeta che voleva “preservare l’esperienza “.
“Aveva scoperto che solo parlando di ciò che davvero conosceva e sentiva poteva parlare a tutti. Già in una delle prime poesie ricordava il momento in cui da collegio tornò a casa perché un fratellino era morto investito da un auto, e le sue impressioni di ragazzo salutato dagli adulti che erano “sorry for your trouble” — dispiaciuti per la tua pena. Parole di convenienza, ma che altro dire. (In questi giorni le sentiranno i suoi familiari affranti, che in lui hanno perduto una persona dalle straordinarie qualità umane).
“C’è una sua poesia di congedo in cui il poeta raccomanda al lettore di non dimenticare di trovare qualche ora per mettersi in auto e andare sul promontorio ventoso e fermarsi lì, quando le raffiche di vento arrivano una dopo l’altra e “prendono il cuore di sorpresa e lo aprono”. Èquesta una descrizione perfetta dell’effetto-Heaney, che avviene sul momento, come conclusione imprevista di un incontro con delle parole lette o udite. Improvvisamente siamo nudi ed esposti, compresi dello stupore di una vita così ricca di cose da provare, capire e condividere.”

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L’individuo e il cittadino: una inimicizia poco interrogata

Quando si constata con sorpresa –come nel caso degli operai che votano a destra- che “identità sociale” e “soggettività politica” sono scisse, si dice, indirettamente, che l’individuo, non solo non coincide col cittadino -anzi, diceva Tocqueville, è il suo “peggior nemico”-, ma non si identifica neppure totalmente con la sua collocazione nei rapporti di lavoro, col suo essere in un territorio, né solo col suo ruolo sessuale nella coppia, nella famiglia. L’essenza della politica, il motore primo della conflittualità sociale e della trasformazione, si sono venuti spostando, di volta in volta, su questo o quell’aspetto dell’esistenza, facendolo diventare unico e centrale.
Dire che nel vissuto del singolo si danno concentrati e confusi bisogni, identità, luoghi, rapporti, passioni, fantasie, interessi e desideri diversi, è riconoscere che c’è un ‘territorio’ che sfugge, o esorbita, dai confini della vita pubblica -e quindi irriducibile al sociale-, che è la vita psichica, una terra di confine tra inconscio e coscienza, tra corpo e pensiero, in cui affondano radici ancora in gran parte inesplorate. Le “viscere” razziste, xenofobe, misogine, su cui la destra antipolitica ha fatto breccia per raccogliere consensi, è il sedimento di barbarie, ignoranza e antichi pregiudizi, ma anche sogni e desideri mal riposti, che la sinistra, ancorata al primato del lavoro e della classe operaia, ha sempre trascurato, come se dopo il grande balzo della coscienza operato da Marx non ci fossero stati altri rivolgimenti altrettanto radicali, come la psicanalisi, il femminismo, la non violenza, la biopolitica, l’ambientalismo.
La persona, la soggettività intesa come esperienza del singolo e come corpo pensante, si sono fatti strada con fatica, fuori da vincoli famigliari e comunitari obbligati, e sono andati assumendo sempre più le forme di un individualismo chiuso alla solidarietà, anche perché su questo versante partiti e movimenti di sinistra hanno proceduto separati, guardandosi reciprocamente con sospetto.
Il “personale è politico”, per chi si preoccupava negli anni ’70 di salvaguardare la grande “unità di classe”, suonava come uno slogan “borghese”. Eppure è dalla testimonianza diretta dei singoli, dalle voci che si raccolgono fuori dal dibattito pubblico, fuori soprattutto dalla cerchia del ceto politico, che il “sociale” tanto invocato prende forma, caricandosi di ragioni e di senso. Non necessariamente quelli che ci aspettiamo, ma che tuttavia non possiamo ignorare, se si vuole davvero costruire una alternativa meno violenta e alienata di società.
Per tentare di sciogliere questo agglutinamento pericoloso, di cui si alimenta il populismo, bisogna tornare a interrogare l’esperienza, sapendo che oggi non è più pensabile al di fuori dei vincoli che la imparentano con saperi e poteri istituzionali. Per riappropriarsene occorre un sapere di sé capace perciò di confrontarsi con tutti i saperi specialistici, bisogna, in altre parole, imparare quello che Laura Kreyder, redattrice della rivista “Lapis”, ha chiamato “un salvifico bilinguismo”:“il ragionare con la memoria profonda di sé, la lingua intima dell’infanzia e, contemporaneamente, con le parole di fuori, i linguaggi della vita sociale, del lavoro, delle istituzioni” (10).
Ma si tratta anche si saper affrontare la conflittualità che questo sapere inedito apre in tutti i luoghi in cui siamo presenti.
(Stralci da L.M. “Amore e violenza”, Bollati Boringhieri 2011)

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Francoise Lefévre, “Il Piccolo Principe Cannibale”

Dalla prefazione di Lea
“Nell’esperienza femminile, la scrittura prende un rilievo particolare, messa all’incrocio di vita e di morte, di solitudine e di possibilità di incontro, di perdita, lutto e rinascita. Si ha l’impressione di scrivere “contro”, contro il mondo e contro se stesse, di “farsi violenza”, di togliersi l’aria, le stagioni, i corpi dei bambini, lo scorrere del tempo, gli odori, i ritmi naturali, di costringersi all’isolamento in quella “caverna” che è la parte segreta di sé. In questa alternativa drammatica, la scrittura diventa un impedimento a vivere.
Ma la vita, l’amore di una donna, finché è, soprattutto, amore per gli altri, per i figli –“troppo spesso nella parte di quella che prepara da mangiare, che si occupa dei bambini, nutre e accarezza”- finisce per “sgretolarsi” e “inasprirsi”. Occorre perciò “essere dentro” la propria vita e nello stesso tempo “a fianco”, sapersene scostare quanto basta per entrare in quelle regioni nascoste, dove è ancora possibile ritrovare la compagnia di se stesse, dare tregua al “timore di non essere amate” e, nel silenzio di altre lingue, “lavorare alla propria resurrezione”.
Non c’è da meravigliarsi allora se, quello che era sembrato un ritiro dal mondo, una volta che ha pescato parole da fondali così segreti, si rivela capace, per quelle stesse strade, di incontri, commozioni, imprevedibili.”

Francoise Lefévre, “Il Piccolo Principe Cannibale”, Muzzio Editore, 1993.