La costruzione patriarcale della ‘razza’

LA COSTRUZIONE PATRIARCALE DELLA “RAZZA”

(Dal profilo di Gianluca Carmosino)
Il “diverso” è sempre il frutto della reificazione di relazioni sociali nelle quali il dominio di alcuni viene cancellato per generare vite di scarto. Accade nei rapporti che creano povertà e razzismo, ma prima di tutto sessismo. Scrive Lea Melandri: «Oggi, “vite di scarto” sono quelle del povero, del vagabondo, del migrante visto come miserabile e spesso come delinquente, una presenza “selvaggia” che semina paura, fastidio, odio, per le strade della “civile” Europa. In questa schiera di indesiderati, da cui molti vorrebbero vedere ripulite le nostre città, entrano di tanto in tanto gli stupratori, soprattutto se stranieri…»

Articolo pubblicato il 6 settembre 2017 su Comune.info, clicca qui

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Le silenziose elezioni di settembre, di Sotirios Pastakas

17 settembre 2015
Le silenziose elezioni di settembre

Un articolo di Sotirios Pastakas

In giro, nel mercato popolare, c’è aria di mutismo: non abbiamo incontrato neppure un politico per strette di mano, opuscoli, come capitava sempre in periodo elettorale. Resta solo l’ inventiva sarcastica dei rivenditori: Tsipras, durante il dibattito televisivo dell’ altra sera, non beveva l’acqua potabile. Nel bicchiere aveva “tsipouro” senza anice (gioco di parole col cognome di Tsipras) come impone la moda fra i giovanni benestanti Ateniesi.
Meimarakis è stato considerato il migliore, ha vinto il dibattito in tv, ma ha perso per aver voluto dare l’impressione del “macho forte”. Questo può fargli guadagnare il consenso di alcune elettrici che insistono sul “cazzo e botte”, ma ha perso la sua fisionomia da destra moderata e laica.
In ogni caso, buone le schermaglie televisive, i politici sono efficacemente protetti dallo schermo, come in un acquario, ma non hanno più il coraggio di uscire e camminare da soli in mezzo al popolo. Ci siamo risparmiati strette di mano e abbracci e selfi. Fuggiti via dalla polpa dei manifesti e striscioni: l’unico manifesto che ricorda le elezioni in tutta la città di Larissa è quello di “Syriza”.

Le elezioni di settembre 2015 avvengono in un assoluto silenzio. I politici non convincono più il loro elettorato tradizionale: i loro discorsi nelle piazze non eccitano nessuno. Dal canto suo il corpo elettorale sta in coma: nessuno alza la voce, nessuno è appassionato, nessuno dà loro un senso.
Il vincitore di queste elezioni è il mutismo. Il Pasok silenzioso si aggiudicherà di nuovo il risultato elettorale, per il quale il popolo greco tuttavia non dà un centesimo.
Quando per le elezioni europee del 2014 ho scritto sul “Pontiki” (una rivista satirica greca) che il vincitore delle elezioni sarebbe stato il “Pasok profondo”, il mio articolo naturalmente non è stato pubblicato e ha segnato la fine della mia collaborazione col sudetto giornale.
Il Pasok nascosto nelle viscere della vita politica greca, lo sanno tutti che ha contribuito enormemente alla vittoria elettorale di “Syriza” nel gennaio 2015 e continuerà a sostenerlo di nuovo: il Terzo Protocollo non passerà, se non c’è un governo di “sinistra” nel paese. Meimarakis conscio di questo fatto, e prima di andare al congresso della Nuova Democrazia per consegnare le dimissioni da capo estemporaneo del partito, può comportarsi ancora da bulletto di periferia.

Il mutismo di strati popolari può essere una sorpresa naturalmente. Breve salmo Alleluia. I politici si nascondono. Gli elettori non sono appassionati. Il partito dell’astensione sarà il terzo partito. La Grecia insiste a sopravvivere attraverso una serie di miracoli in successione, da ricordare a Kazantzakis.
I Greci aspettano dunque il prossimo miracolo che li salverà nel vuoto assoluto dei politici e indipendentemente dal risultato di un voto cupo.

Un dialogo con Emir Kusturica, su guerra europa e dintorni (noi stiamo nei dintorni).

Un dialogo con Emir Kusturica, su guerra europa e dintorni (noi stiamo nei dintorni).
“Di tutto ciò che l’uomo spinto dal suo istinto vitale costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio”.
Ivo Andrić, I ponti (1963)

Articolo pubblicato su ‘Vita’ – per leggerlo clicca qui

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Un’interessante analisi del ‘populismo’ di Sandro Mezzadra

Articolo pubblicato il 1 agosto 2016 su OperaViva

Un interessante analisi del “populismo ” di Sandro Mezzadra.
“Assumere il ” populismo» come sintomo e battersi senza tregua contro le sue manifestazioni dominanti in Europa significa in fondo riferirsi a un «popolo che manca» e lavorare per l’invenzione di nuove forme di soggettività e azione politica, che sappiano muoversi e articolarsi su una molteplicità di scale territoriali per investire direttamente lo spazio europeo.”
(Sarebbe importante aggiungere che ” il popolo che manca” o che è mancato finora è un popolo di uomini e di donne, una storia, come scriveva Carla Lonzi, che abbia le donne come “soggetto ” politico.)

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‘La delusione della guerra’ di S. Freud

L’Europa senza patrie.
Il Parnaso perduto o mai realizzato nella descrizione di Freud. Un secolo fa?

Da S.Freud, “La delusione della guerra” (1915) . Traduzione di C.L.Musatti.

“E anche vero che si poteva constatare che all’interno di queste nazioni civili erano qua e là frammischiate minoranze etniche quasi sempre non gradite, e perciò ammesse solo controvoglia e non completamente a partecipare al comune lavoro civile, benché si fossero dimostrate sufficientemente idonee a un tale lavoro. Ma gli stessi grandi popoli, si pensava, dovevano aver acquistata tanta comprensione per ciò che fra loro vi è di comune, e tanta tolleranza per quanto vi è di diverso, da non dover più, come ancora avveniva nell’antichità classica, confondere in un unico concetto lo “straniero” e il “nemico”.
Fiduciose in questa unificazione dei popoli civili innumerevoli persone hanno abbandonato la loro casa in patria per trasferirsi all’estero, legando la loro esistenza ai rapporti di scambio esistenti tra popoli amici. E colui che non era trattenuto altrettanto stabilmente in un luogo determinato dalle necessità della vita, poteva costituirsi con i vantaggi e le attrattive dei paesi civili una nuova patria più ampia, dove poteva circolare senza trovare ostacoli o suscitare sospetti. Poteva in tal modo bearsi del mare azzurro e di quello grigio, delle bellezze dei monti nevosi e di quelle delle verdi praterie, dell’incanto della foresta nordica e dello splendore della vegetazione meridionale, dei sentimenti suscitati dai paesaggi legati ai grandi ricordi storici e dell’immobile silenzio della natura inviolata.
Questa nuova patria era per lui anche un museo pieno di tutti i tesori che gli artefici dell’umana civiltà hanno creato in tanti secoli lasciandoli a noi.
(…)
Né si deve scordare che ogni cittadino del mondo civile s’era fatto un suo privato “Parnaso”, una sua “Scuola di Atene”. Fra i grandi pensatori, poeti e artisti di tutte le nazioni, era andato scegliendo coloro ai quali pensava di dovere il meglio di ciò a cui aveva attinto per capire e gustare la vita, e nella sua ammirazione li aveva collocati accanto ai classici antiche e ai familiari maestri del suo paese. Nessuno di questo grandi gli era apparso straniero sol perché aveva parlato in una lingua diversa dalla sua, si trattasse di un acuto esploratore delle umane passioni, o di uno zelatore entusiastico della bellezza, o di un profeta dalle forti invettive, o di un sottile ironista, e mai aveva creduto di doversi sentire per questo colpevole di tradimento verso la nazione o verso la cara lingua materna.

Nella foto:
Idomeni. Bambini in cerchio per un’Europa senza confini.
Da Indipendenti.eu

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Brexit. Gruppo chiuso o aperto?

Articolo pubblicato il 26 giugno 2016

Storicamente lo straniero, l’uomo che spunta sconosciuto all’orizzonte, è stato, ed è, più spesso nemico che amico. Di qui il riflesso di chiusura del gruppo nei suoi confronti… “. Per questo abbiamo sempre bisogno di mettere al centro di qualsiasi gruppo o comunità, per dirla con Elvio Fachinelli, “l’affermazione e la ricerca di ciò che accomuna tutti…”, ma sappiamo anche che si tratta di un processo permanente perché ogni gruppo è “tentato di cercare la propria sicurezza in un proprio ‘interno’ indiviso…

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Brexit o remain, gruppo chiuso o gruppo aperto?

C’era una volta la buona abitudine di analizzare i fenomeni più inquietanti andando alla radice, alle ragioni inconsapevoli da cui erano mossi, proprio per evitare che si ripetessero. Era chiaro che le migrazioni in massa verso l’Europa, lasciate allo sbando, avrebbero creato allarme, non importa quanto reale o immaginario, paure di essere invasi, danneggiati, espropriati da “stranieri”, e, conseguentemente, arroccamenti difensivi, ricerca di capri espiatori -cioè nuovi ‘nemici’ al proprio interno (vedi oggi in Inghilterra: gli anziani, le periferie, i contadini, gli ignoranti, ecc.).
Lo scritto di Elvio Fachinelli, “Gruppo chiuso o gruppo aperto?”, nato
dall’esperienza del controcorso – un gruppo di analisi su settarismo e accomunamento- nel ’68 all’Istituto Superiore di Scienze Sociali all’Università di Trento e inserito nel libro “Il bambino dalle uova d’oro”, Feltrinelli 1974, appare oggi purtroppo ancora una volta di una lucidità tristemente profetica. Senza andare troppo in là con gli anni, basterebbe ricordare cosa è successo nei Balcani e porsi qualche interrogativo su dove stiamo pericolosamente andando.
Alcuni frammenti
(da Elvio Fachinelli, “Il bambino dalle uova d’oro”, Feltrinelli 1974)
“Abbiamo delineato due movimenti di gruppo che, usando modalità formalmente simili, giungono a conclusioni radicalmente divergenti. La prima soluzione, quella che porta al gruppo sempre più chiuso, appare all’inizio come la più ‘realistica’, la meglio motivata sul piano dei compiti pratici, effettivi; ma il suo sviluppo tende a smentire nettamente le sue motivazioni di partenza. Le inevitabili pulsioni e frammentazioni interne, che sono il frutto di una continua difesa dell’ideale del gruppo continuamente minacciato, segnano il percorso di un ‘processo di settarizzazione’. La seconda soluzione -quella che da inizio a uno svolgimento opposto, di tipo espansivo- nel nostro caso non ha neppure avuto la possibilità di cominciare; è chiaro dunque che ad essa si oppongono grosse difficoltà, tali da renderla, non irreale, ma certamente ‘rara’. Potremmo chiamarla ‘processo di accomunamento’, anche se il termine non rende affatto l’intensità dello svolgimento, che si incarna compiutamente nel punto più alto, più espansivo, di uno sviluppo rivoluzionario. La difficoltà di trovare una parola che centri il fenomeno corrisponde dunque alla rarità del fenomeno stesso.
Esso presuppone infatti un uso assolutamente inconsueto di uno degli schemi più forti di comportamento e di formazione del gruppo: quello che ne fonda la coesione sulla presenza di un altro gruppo esterno ad esso. Storicamente lo straniero, l’uomo che spunta sconosciuto all’orizzonte, è stato, ed è, più spesso nemico che amico. Di qui il riflesso di chiusura del gruppo nei suoi confronti, che è tanto più forte quanto più il gruppo è internamente debole, incerto, diviso, e che riesce a dargli momentaneamente una sua unità e una sua forza. Il processo di settarizzazione sembra dunque ripetere, esasperandolo, moltiplicandolo, questo riflesso di difesa rispetto a un ‘esterno’ percepito quasi esclusivamente come nemico, come negativo.
(…)
Ma il processo di accomunamento, ed è qui la sua eccezionalità, riesce a capovolgere questo riflesso sedimentato nella collettività, e da cui anch’esso trae origine: l’esercito agguerrito che schiaccia la setta diventa per esso la massa sterminata offerta alla propria comunicazione. E’, in altre parole, quella diversa valutazione dell’estraneo che abbiamo visto profilarsi nel nostro gruppo. Perché questo avvenga, occorre però che la comunicazione, la generalizzazione, l’affermazione e la ricerca di ‘ciò che accomuna tutti’, sia la parte essenziale del bene interno che viene comunicato.
(…)
Certo non ha vinto! Ogni ostacolo incontrato, esterno o interno, tende a far sì che il gruppo, o una sua parte, sia tentato di abbandonare, nei fatti, l’azione di comunicazione iniziata; sia tentato di cercare la propria sicurezza in un proprio ‘interno’ indiviso. A questo punto il processo di accomunamento rischia continuamente di capovolgersi in modo talora rapidissimo, nel processo opposto…”

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L’Europa vista dalla Grecia

Intervista al poeta greco Sotirios Pastakas, a cura di Francesco Napoli.
(“Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea”, n.1, 2013, Raffaelli Editore)
Stralci
“D. La tua impressione immediata alla parola “Europa”?
R. Cosa posso dirti, per me e per tanti come me resta uno spazio dove noi poeti Greci apparteniamo di diritto, e ci mancherebbe pure visto cosa abbiamo saputo dare origine con la nostra poesia, ma al quale “non appartiene” la nostra società, e non capisco perché.
D. Come appare adesso l’Europa vista da laggiù?
R. Mi piace una immagine medica: in particolare tutti i paesi del sud Europa sembrano essere sieropositivi, ma chi vi vive ne è perfettamente consapevole; mi chiedo se negli altri paesi ne sono allo stesso modo consapevoli. Perché la mia sensazione , e forse anche più di una sensazione, è che l’AIDS l’hanno un po’ tutto in Europa. Siamo tutti ammalati di una medesima malattia ed è certamente meglio aiutarsi che combattersi.
D. La Grecia, si sa, è al centro della discussione, almeno da questa parte del continente: come vivi nella tua nazione questo momento?
R. Posso dire una cosa che potrebbe apparire paradossale? Non abbiamo più paura della eventuale povertà, e credo possa essere considerata una forza. “Solo i morti sono poveri,Angela Merkel”, tanto per menzionare la chiusa della mia trilogia sulla povertà.
D. Euro o non euro, questo è il dilemma: ma non ti pare che sia in ballo anche altro?
R. Sicuramente in ballo c’è la Germania nazi di una sorta di Quarto Reich!
D. Non ti sembra che questa crisi dell’Europa possa essere letta come simbolo della crisi dell’uomo contemporaneo?
R. No, categoricamente no. Per me la crisi attuale è un prodotto lordo del sistema bancario, punto e basta. Esempio: le banche hanno nelle mani 1 euro e ne prestano 99…da chi vogliono indietro i 100? Ma dalle categorie più povere (Ma forse vale il contrario: hanno in mano 99, ne prestano 1 e poi vogliono 100).
D. Le ricette possibili per recuperare un’idea di Europa, e di uomo, ammesso che questa idea vada poi recuperata?
R. Non c’è ne può essere una. Quello che oggi è la Grecia per l’Europa, fra pochi anni sarà l’Europa nel suo insieme per la Cina: un continente fallito, abitato da vecchi.
(..)
D. La cultura greca come ha risposto alla situazione di oggi? E la poesia in particolare?
R. Come era lecito attendersi la poesia , come poeti e uomini legati al genere, ha reagito a modo suo ma con energia, quasi “violenza” mi verrebbe da dire. E non tanto commentando la situazione economica e politica, intervenendo nello specifico delle singole misure via via adottate, almeno nelle sue espressioni artistiche, ma con un insolito fremito vitale, quello stesso che caratterizza ogni essere che vuole conservare gelosamente la sua autonomia d’azione e di pensiero.
(..)
D. Nella tua poesia c’è ora ampio spazio al registro “civile”. Parlaci un po’ più diffusamente della tua storia poetica, così da farti conoscere meglio dal pubblico italiano.
R. E’ appena uscita, ottobre 2012, la mia trilogia sulla povertà: 100 composizioni in tutto, scritte dal 2010 a oggi. Non so se questo è il momento giusto di questo dialogo ma devo anche confessare che personalmente la crisi l’ho vissuta in anticipo essendo licenziato dal mio lavoro l’anno prima, nel 2009, e quindi la crisi ufficiale, quella letta su tutti i giornali e che nel paese è arrivata come una mazzata, mi ha trovato in qualche modo preparato.
(..)
D. Quali sono le tue attese per i prossimi anni, sia pure sul piano culturale, e non solo greco, ma anche su quello legato alla società dell’Essere?
R. Un grande poeta che verrà dagli strati più poveri, e direi quasi così come evocato da Alfonso Gatto. La povertà passa, non è certo una malattia, perché alcune di queste passano. Sono per inclinazione ottimista, anche su questa attuale società. Sono quasi certo che saprà trovare le energie per risorgere, anche dopo questa crisi ormai decennale e profonda come poche nella storia dell’Occidente. Potrebbe perfino venire fuori dalle ceneri di questa società odierna una più grande e migliore.

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Da ‘L’Internazionale’: il femminismo preso in ostaggio dall’antipolitica

Articolo pubblicato il 16 marzo 2016:

‘In un articolo uscito sul quotidiano La Stampa, Francesca Sforza si pone una domanda interessante: “E se la scomposta maratona per l’emancipazione femminile – disseminata di ostacoli, ritardi, false partenze e fughe in avanti – passasse anche per il populismo?”.

Seguono esempi, europei e italiani: Marine Le Pen in Francia, Beata Szydło in Polonia, Frauke Petry in Germania, e nel nostro paese Virginia Raggi e Chiara Appendino, candidate a Roma e Torino dal Movimento 5 stelle – “tutte diverse, tutte donne, ognuna capace di usare un linguaggio che colpisce nel segno di un elettorato deluso, sfiancato, impoverito, arrabbiato”.

Il loro successo verrebbe dall’aver portato nel loro impegno politico doti femminili tradizionali: “parole concrete”, il “modo rassicurante che hanno le casalinghe quando fanno i conti delle entrate e delle uscite in una famiglia”, volti materni, “salti mortali” per tenere insieme responsabilità pubbliche e vita privata. Anche Angela Merkel, vista sotto questo profilo, appare come “la donna che i tedeschi amavano fino a che si comportava come una brava amministratrice di condominio, ma che hanno smesso di amare quando ha deciso di passare alla storia”.’

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