‘Il mestiere più antico del mondo’

Ho conosciuto Gabriella Pacini in questi giorni al Laboratorio di scrittura di esperienza tenuto a Roma alla Casa internazionale delle donne, ma solo ora leggo con emozione questo suo testo nella trasposizione teatrale che ne è stata fatta e che spero di poter vedere presto a Milano.
Come ostetrica, Gabriella ha potuto osservare e riflettere sulla violenza, che resta ancora poco dicibile per la retorica di cui è ancora avvolta la maternità, sulle donne in una sala parto.
“Mi ricordo il primo turno, ho cominciato con una notte. Si stava dalle nove la sera fino al mattino alle sette, senza fermarsi un attimo. Eravamo sei allieve e quattro ostetriche per ogni turno, la più anziana era la capo ostetrica e comandava tutte quante. La sala travaglio era una grande stanza con sei letti e un soffitto alto con dei neon grigi e sporchi che ce li facevano sembrare ancora più alto e triste. Era d’estate, si sentivano le cicale e faceva un caldo terribile, da mancare l’aria. Le donne erano tre per ogni lato, ognuna con la sua storia: da una parte c’era quella che aveva appena iniziato con i dolori e ci guardava con aria spaventata sentendo le urla della poverina che era già nella sala parto lì accanto. Su un altro letto c’era una che piangeva perché le era morto il bambino dentro e adesso le toccava anche di partorirlo, morto, e non si capiva se piangeva di più per la creatura che era morta o per la paura di passare tutti quei dolori…”

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