Il rapporto tra i sessi – e in generale tra i diversi- nei processi educativi. Un’intervista con Lorenza Pirazzoli.

Lorenza
Nel tuo ultimo libro “amore e violenza” analizzi l’importanza dell’educazione nel processo di affermazione dei generi e del rispetto reciproco, quanto è cambiato l’atteggiamento degli educatori negli ultimi decenni?

Lea
Sono fuori dalla scuola ormai da molti anni e, tenuto conto della crescente precarietà del lavoro degli insegnanti, a fronte di un impegno molto più gravoso, per la presenza di allievi di culture e lingue diverse, penso che il compito educativo sia diventato più difficile e faticoso di quanto non fu per la mia generazione. A ciò va aggiunta l’influenza crescente dei mezzi di formazione/informazione esterni alla scuola, come Internet, social network, cellulari, ecc. Quello da cui oggi non si può più prescindere, perché vistosamente presente nel discorso pubblico e nelle relazioni quotidiane, è il problema della convivenza tra “diversi”. Mi riferisco al rapporto tra maschi e femmine –identità, ruoli, poteri, valori attribuiti storicamente ai due sessi dalla comunità storica degli uomini-, a quanto cioè sia ancora presente nella cultura alta come nel senso comune il dominio che l’uomo ha esercitato sulla donna, a partire dai legami famigliari, dalla vita intima: la sessualità, la maternità, la cura dei figli. Ma penso anche alla “diversità” delle culture che, per effetto della globalizzazione, dei flussi migratori, si trovano a convivere nelle stesse case, città, scuole, luoghi di lavoro.
Ma per portare la scuola ad affrontare una materia di esperienza che è stata per secoli il “fuori tema” –fuori dalla cultura, dalla storia, dalla politica-, confinato nella sfera personale e nell’ordine dei fenomeni ‘naturali’, è necessario, a mio parere avviare prima di tutto una formazione degli insegnanti, e in particolare delle donne, ancora in prevalenza dentro la scuola, dove si trovano a trasmettere un sapere da cui sono state escluse. L’educazione al rispetto reciproco tra maschi e femmine presuppone un lavoro di “presa di coscienza”, a partire dagli adulti, di che cosa sono stati tradizionalmente i destini di un sesso e dell’altro, i pregiudizi su cui si è costruito un dominio così duraturo, le conseguenze della divisione sessuale del lavoro, che il bambino interiorizza fin dall’infanzia nell’ambito domestico. Mettere in discussione gli stereotipi di genere non è qualcosa che consegue automaticamente a una legge, a un decreto degli organi preposti alla Pubblica Istruzione.

Lorenza
Perché l’uomo si trova a non avere altre carte se non la violenza?

Lea
Sulla questione della violenza maschile sulle donne, in particolare su quella che avviene in ambito domestico –maltrattamenti, stupri, omicidi, persecuzione psicologica, ecc.- si è cominciato a discutere e a manifestare perché non fosse più relegata nei casi di cronaca nera, o attribuita sono a ragioni patologiche, solo da un decennio a questa parte. Anche il femminismo, ma dovrei dire io stessa, ho cominciato a scriverne e promuovere iniziative pubbliche solo dal 2004 in avanti. La spiegazione che mi sono data, partendo dalla mia esperienza famigliare, è che purtroppo la violenza si è confusa a lungo con l’amore. Il dominio maschile è, tra tutti quelli conosciuti dalla storia, il più ambiguo, contraddittorio, difficile da portare allo scoperto, perché passa attraverso le vicende più intime, come la sessualità e la maternità. E’ vero che non si uccide per amore, ma l’amore c’entra, se è vero che a uccidere sono mariti, amanti, figli, fratelli. Gli uomini sono i figli delle donne, il corpo su cui si accaniscono è quello che li ha generati, che ha dato loro le prime cure, e che incontrano nella vita amorosa adulta. Ma è anche il corpo che conoscono nell’infanzia, e quindi da una posizione di massima dipendenza e inermità, un corpo visto come potente. Confinando la donna nel ruolo di madre, anche quando gli è moglie, l’uomo ha in qualche modo prolungato una relazione di infanzia, illudendosi di essere libero fuori casa, ma restando bambino tra le pareti di una casa.
Le donne, a loro volta, hanno cercato un potere sostitutivo di altri poteri a loro negati rendendosi indispensabili all’altro. Non c’è perciò da meravigliarsi se la rabbia e il rancore maschile scoppiano di fronte a un abbandono, una separazione. La scelta di libertà da parte della donna è come se li mettesse per la prima volta di fronte alla loro fragilità e dipendenza. La donna non è più nel luogo dove era certi di trovarla, per un privilegio maschile interiorizzato magari inconsapevolmente, trasmesso di padre in figlio per secoli. La libertà femminile viene vista come un capovolgimento di potere, e non come l’opportunità di interrogare se stessi, il peso alienante che ha avuto anche su di loro il copione ‘virile’.

Lorenza
Che cosa spinge la donna a non rispettarsi ridicolizzandosi in performance televisive dove l’unico protagonista è il corpo? In che cosa ha vinto e in che cosa ha fallito il femminismo?

Lea
Alla donna l’uomo ha attribuito due forti attrattive: la seduzione e la maternità. Da un lato il “corpo erotico”, la donna come oggetto del suo piacere – anzi, la sua sessualità incarnata-, dall’altro il “corpo che genera”, che garantisce la continuità della specie.
Le donne sono state sottomesse, asservite al privilegio maschile, non perché “deboli” ma perché forti di quelli che sono stati considerati attributi “naturali”. Come dice Rousseau, è il più debole che ha avuto paradossalmente la meglio, capovolgendo le parti.
Non c’è da meravigliarsi perciò se le donne, nel momento in cui fanno il loro ingresso nella vita pubblica, si lasciano tentare da quella che, più che un’emancipazione, assomiglia a una “rivalsa”: usare a proprio vantaggio quegli stessi attributi per cui sono state escluse dal governo del mondo. Il femminismo diceva : “il corpo è mio e lo gestisco io”. Adesso alcune donne dicono. “il copro è mio e lo vendo a chi pare”. Non parlerei di fallimento del femminismo, che per fortuna è ancora oggi molto presente, anche se ignorato dai media. Forse abbiamo solo sottovalutato il fatto che le donne hanno forzatamente dovuto fare propria la visione maschile del mondo, sopravvivere per mezzo di adattamenti, poteri sostitutivi. La tentazione oggi è di usare, per denaro, carriere, notorietà, il potere seduttivo o materno che l’uomo ha dato loro.
Io l’ho definita una “emancipazione malata, perversa”.

Lorenza
Nell’introduzione a “e’ paradis” di Giuseppe Bellosi sembra trasparire una sorta di nostalgia per il paesaggio della campagna e un’ammirazione per chi ha mantenuto un legame con le proprie radici.

Lea
Le radici di terra e di cultura contadina, come sono le mie, anche se dolorose –o forse proprio per quello- lasciano un’impronta incancellabile nella vita emotiva come nella formazione intellettuale. Se ho parlato e scritto spesso della “memoria del corpo” è perché, a differenza di Giuseppe Bellosi, le esperienze del mio passato non hanno trovato finora la felicità di potersi esprimere nella lingua che le conserva, il dialetto romagnolo, la mia prima lingua. Ci sono emozioni, pensieri, fantasie che si inabissano, incorporati a livello così profondo da non diventare neppure ricordi. E’ da lì che la mia scrittura ancora cerca di stanarli, traducendoli in brevi frammenti, rintracciabili in tutti i miei libri. Ma sono solo schegge, mentre Bellosi, a cui va la mia ammirazione e un po’ di affettuosa invidia, gli ha dato la voce rara della poesia.

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Giovanni Zaccherini intervista Lea Melandri

Articolo pubblicato il 5 agosto 2016 su The Wall Street International – disponibile in varie lingue

Ringrazio Giovanni Zaccherini per questa intervista.
Si può leggere in varie lingue: spagnolo, francese, inglese, tedesco e portoghese.
“Ho detto spesso che i miei libri nascono “strada facendo”. Non so cosa vuole dire mettersi a tavolino, avere un’idea in mente articolata in capitoli, comporre le argomentazioni secondo un ordine prestabilito. Forse questo fanno gli studiosi. Io ho avuto la fortuna di non avere una formazione accademica, anche se ho fatto l’università, e di aver cominciato la mia scrittura pubblica con un movimento antiautoritario che mi permetteva di fare della vita, dell’esperienza personale, non più il “fuori tema”, come era stato al liceo, ma “il tema”. Mi considero una pensatrice libera, solitaria e socievole tanto da poter tenere insieme una pratica politica fatta di incontri, riflessione collettiva, e momenti in cui il pensiero torna sui propri passi, e ritrova il silenzio necessario per scavare nel profondo della vita personale, inseguendo quei tracciati remoti che accompagnano l’individuo come un destino… Sono rimasta la figlia del contadino, che aiutava i famigliari nella semina, che sognava le strade del mondo ma poi si rintanava dentro le braccia protettive degli alberi.”
Riportato da Nietta Paolillo che ringrazio.

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