Dal discorso di Wislawa Szymborska

“L’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato, e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so”. ”

(da “il discorso di Wislawa Szymborska tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel”, 7 dicembre 1996)

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”I pensieri vagabondi di Amalia”

Amalia Molinelli, “I pensieri vagabondi di Amalia” (pubblicato in proprio nel 2002)
In ricordo di Amalia Molinelli, che ha fatto parte del primo gruppo di donne, per lo più casalinghe, iscritte nel modulo 150 ore di via Gabbro, dove mi sono trovata a insegnare nel 1976. Da allora non ci siamo più separate. Vi hanno fatto seguito corsi monografici, bienni sperimentali e una Cooperativa di indirizzo grafico –Cooperativa “Gervasia Broxon”-, un lungo percorso durato una decina di anni e che aspetta ancora di essere raccontato come merita.
L’unico libro che ne parla è “Verifica di identità. Materiali, esperienze, riflessioni sul fare cultura tra donne”, a cura di Paola Melchiori (Utopia, Roma 1987). Ma è introvabile.
Frammenti:
“Io voglio dire che mi sono trovata con mezzo secolo di vita sulle spalle e una vita trascorsa così, lavorando ma senza mai pensare che oltre al lavoro ci si poteva anche interessare di altre cose. Sentivo come un vuoto dentro di me e certi giorni mi chiedevo: “Che cosa ho fatto io nella mia vita?”. Molto, ho fatto, ma tutto un lavoro costruttivo più per gli altri che per me. E allora uno si chiede: “Ma che vita inutile senza più nessuno scopo, a che serve e che mi resta ancora da fare?” Sempre le solite cose, le solite facce, i soliti e molto noiosi lavori casalinghi, sempre i soliti dialoghi, e perché non provare a cambiare vita? Facendo appunto la cosiddetta cultura. E tra una parola e l’altra, in quattro anni, ho anche scritto un libro. Sarà alquanto confusionato, ma la gente lo capirà lo stesso, perché questo libro l’ho intitolato “I pensieri vagabondi di Amalia”, e così, solo dal titolo, si capirà che il mio vagabondare alla ricerca di qualcosa è stato costruito pian piano sui discorsi che si facevano a scuola e con l’aggiunta di qualche pezzetto di biografia sui ricordi più assurdi della mia movimentata vita di povera donna.
(…)
Come si fa a ricordare per filo e per segno tutte le cose che capitano in una vita? Ma le cose che purtroppo di hanno toccato e offeso ingiustamente non si dimenticano mai: la chiesa parla della mortificazione del corpo, e io dico se non l’ho mortificato io il corpo, chi l’avrà mai mortificato. Ho fatto dieci anni senza figli e me ne facevano una colpa dicendomi le cose più assurde. Un giorno avevamo una mucca che non partoriva più e io ho detto che bisognava venderla, perché così non rendeva, e loro mi hanno risposto che anch’io ero da vendere perché anch’io non avevo partorito ancora. Io mi sono ritirata in casa pensando a questo e dicendo che purtroppo non ero una donna completa, ero una buona a nulla, perché una donna senza figli era da ripudiare secondo la mentalità e l’ignoranza di allora. Certo che se ci fosse stato il femminismo come adesso non so come sarebbero andate le cose, forse me ne sarei andata per i fatti miei, e basta.
(…)
Certo, il femminismo è noioso, ma solo perché denuncia la noia che è implicita nell’obbedienza. L’obbedienza è noiosa perché distrugge la libertà. E’ noiosa perché rivela la noia del sì ripetuto da secoli a uomini saccenti e petulanti e spesso volgari, che di solito amano misurare la loro superiorità intellettuale soltanto su donne sceme. Noiosa perché rifiuta l’abitudine di piacere, nell’industria di una moda che si regge su un’autentica vanità di essere solo giovani e belle, in un mondo che non ha mai avuto pietà per chi è vecchia e brutta. Noiosa perché distrugge il quadro famigliare, con i suoi letti fatti e rifatti, sempre in mezzo a boschi di uncinetti, aghi, ditali, a un cielo lavorato a maglia e a un grande profumo di sugo e brodo caldo!
La bella truccata e obbediente sparisce e s’affacciano le streghe. “Arrivano le streghe!”, gridavano le femministe l’8 marzo e certi pensavano: “Lo fanno solo un giorno la strega”. Poi, di nuovo abbassano la testa se vogliono tenere unita la famiglia.
Insomma la donna ha diverse scelte, ma la famiglia è la più segregante, comporta troppo impegno e troppo sacrificio. Se le donne si svagassero di più o si astenessero dai lavori domestici, la famiglia, la casa ne risentirebbero subito. Tutto sarebbe più trascurato, le cose non sarebbero più al loro posto, gli strappi si allargherebbero e non si vivrebbe più in santa pace, né col marito, né coi figli.
(…)
Ho promesso di fare un libro e mai continuo, cioè penso molto a ciò che devo scrivere, ma purtroppo lo lascio sempre in disparte perché, come sapete, c’è sempre da fare questo, quello, e lo scrivere è sempre accantonato. Il mio cervello è sempre in subbuglio nel pensare a quello che devo scrivere. Per farla breve dovrei portarmi dietro una penna e un foglio anche quando vado per strada, ma come fare, farsi vedere a scrivere per strada, e chi ti vede magari pensa: “Quella è matta”, a volte canticchio da sola perché quando sono fuori sono quasi sempre sola e allora mi tengo compagnia col mio canto e magari mi ripeto sempre lo stesso ritornello –poi mi accorgo che sono avvicinata da qualcuno e faccio silenzio.
(…)
Perché uno non si mette in testa che più studia, più è roba sua, che ha immagazzinato e che nel suo cervello resterà finché morte verrà? Questo è quello che posso dire io povera lavorante del pensiero: pensiero per vivere, pensiero per costruire, pensiero per saperne di più. E’ il pensiero che dà al forza per vincere ogni ostacolo.”

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Altre informazioni:

Lo Statuto dei Lavoratori prevede che i lavoratori dipendenti, sia privati che pubblici, possano usufruire di permessi o di particolari agevolazioni per la realizzazione del diritto allo studio, allo scopo di elevare la propria cultura e di sviluppare le proprie capacità professionali.
Possono fruire dei permessi studio tutti i lavoratori studenti iscritti e che frequentano regolari corsi di studio in scuole di istruzione primaria, secondaria e di qualificazione professionale, statali, parificate, legalmente riconosciute o comunque abilitate al rilascio di titoli di studio legali. La disposizione si applica anche a coloro che frequentano corsi di formazione professionale.

Quanto durano

L’ammontare dei permessi studio viene stabilita dai singoli contratti collettivi nazionali, ma è ormai prassi abbastanza consolidata quella di concedere 150 ore di permesso in un determinato periodo di tempo, di solito un triennio.
Se il titolo di studio che il lavoratore vuole conseguire è della scuola dell’obbligo (ad esempio il titolo di licenza media), le ore possono aumentare fino a 250.