‘Stai libera’

Dedicato alla donna che una volta mi disse “STAI LIBERA”, che mi ha legittimato a prendere distanza da lei come madre, che mi ha insegnato ad apprezzare il piacere e quando arriva a non dire mai che “è tardi”, ad amare il canto e il ballo… la vita, nelle sue ‘fatalita” e nelle sue sorprese.

“Ho fatto ballare le madri, ma non posso dimenticare che quando mia madre ballava,
io stavo seduta,
e che quando faceva l’amore,
io avevo appena finito di leggere. “

(da L.M., “Come nasce il sogno d’amore” )

Nella foto d’epoca: io e mia madre, Nerina Olivieri. Ho parlato sempre tanto di lei in pubblico, mi piace mostrare, adesso che non c’è più (la sua morte risale a una decina di anni fa) anche la sua foto. So che non le dispiacerebbe.

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‘Gender creative: la libertà di genere non è una moda’

Ethan Eretico Bonali:

“Il diritto alla felicità e all’autodeterminazione nascono con il soggetto e non possono essere sospesi in nome e dietro l’idea della tutela. La tutela passa dall’ascolto dei desideri e delle necessità espresse da un essere umano che non ha ancora le forze per contrastare da solo i meccanismi di potere nei quali è già immerso quando nasce.”

Articolo pubblicato su Abbatto i Muri il 10 gennaio 2017

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Obiezione – Milano

Al presidio partecipa Non Una di Meno- Milano
con un volantino in cui si dice, tra l’altro:
“…. Il 68,2% di medici è obiettore di coscienza e in 6 ospedali lombardi tutti i medici sono obiettori
• L’aborto farmacologico viene effettuato nel 5,1% dei casi e nel 52% delle strutture non viene neanche praticato. Inoltre, a differenza che in altre regioni, le donne vengono obbligate a tre giorni di ricovero ospedaliero (in Francia può essere fatto in consultorio seguite da un’ostetrica)
• nel 2016 sono stati spesi 153.414,00 euro per pagare a gettone il personale esterno che garantisce la possibilità di abortire negli ospedali con alti tassi di obiezione
• una legge regionale prevede l’obiezione di struttura nei consultori, rendendo difficile per le donne esercitare il loro diritto ad abortire.
Tutto questo si inserisce in un quadro in cui i consultori vengono depotenziati fino a tagliare i servizi per le donne in menopausa costringendole a rivolgersi agli ospedali, in cui l’educazione sessuale è praticamente inesistente o parziale e inefficace, in cui la prevenzione scompare in favore di una logica aziendale che poco ha a che vedere con la salute.
Per questo il 7 aprile dalle 11 alle 14 saremo in piazza sotto Regione Lombardia nella giornata europea in difesa del servizio sanitario pubblico, a ricordare che la salute sessuale non può essere slegata dal benessere, dal piacere e dalla libertà di scelta, che deve essere possibile sempre.
Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi.”

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C’è di che preoccuparsi…

C’è di che preoccuparsi…
“E’ un messaggio rivolto a tutti, ma forse c’è un terzo messaggio rivolto ad alcuni. Può essere una coincidenza, ma in molte delle scuole, anzi delle classi perquisite c’erano studenti appartenenti ai collettivi studenteschi. Se non è solo una coincidenza, allora il terzo messaggio è questo: vi controlliamo tutti, ma in particolare teniamo d’occhio voi che fate politica, voi dei collettivi, voi che vi definite comunisti o anarchici; rientrate nei ranghi, che è meglio per voi. E lei, professore, torni pure a parlare di Martin Heidegger. Non è successo niente”.

Testo completo

Quella che segue è la lettera di Antonio Vigilante, insegnante di filosofia e scienze umane al Liceo “Piccolomini” Siena
“Le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nella mia classe quinta, mentre stavamo parlando di Martin Heidegger. Irruzione è un termine forte, ma esatto in questo caso: nessuno ha bussato e chiesto il permesso. Hanno svolto un controllo antidroga facendo passare tra i banchi un pastore tedesco, poi sono andati via. A mani vuote, come si dice.Non è la prima volta che succede, naturalmente, anche se è la prima volta che succede a me. E’ successo, qualche giorno fa, al liceo Virgilio di Roma, e la cosa è finita sui quotidiani nazionali, perché il Virgilio è un liceo molto ben frequentato. E’ successo qualche giorno prima al Laura Bassi di Bologna, anche lì con molte polemiche. E’ successo e succede quotidianamente in decine di istituti tecnici e professionali, che fanno poco notizia perché non sono così ben frequentati come il liceo Virgilio di Roma. E due anni fa, a Terni, un docente è stato sospeso dall’insegnamento per essersi opposto all’ingresso delle forze dell’ordine in classe.
Quelli che sono favorevoli a queste incursioni ragionano come segue: spacciare è un reato, e il reato è un male, e va perseguito; se uno è a posto, nulla ha da temere. Diamo per buono questo ragionamento, ed esaminiamone le conseguenze. Se è così, allora è cosa buona e giusta che le forze dell’ordine facciano irruzione nelle abitazioni private. Sarebbe un modo efficacissimo per combattere il crimine. Controlli a tappeto, a sorpresa, nelle case di tutti. Poliziotti, carabinieri, cani antidroga. In qualsiasi momento aspettatevi che qualcuno bussi alla vostra porta. Che un cane fiuti tra le vostre cose. Se siete a posto, non avete nulla da temere. E perché non estendere i controlli anche nei luoghi di culto? Sì, lo so, molti di voi stanno pensando alle moschee: e la cosa a molti non dispiacerebbe. Ma io penso alle chiese. Immaginate un’irruzione delle forze dell’ordine in una chiesa, durante un rito. I cani tra i banchi che annusano. Cinque minuti e tutto è finito. Se qualcuno ha della droga, lo si porta via. E amen, come si dice.Non vi piace l’idea? Perché? Perché nel primo caso si tratta di un luogo privato, nel secondo caso si tratta di un luogo sacro, direte. E la scuola che luogo è? Io che vi insegno, la considero al tempo stesso un luogo privato – una casa – ed un luogo sacro. Il più sacro dei luoghi, perché è quello in cui si formano gli uomini e le donne di domani. Ma, direte, la scuola è un luogo dello Stato, ed è bene che le forze dell’ordine dello Stato controllino un luogo dello Stato. E’ cosa loro, per così dire. Bene, concedo anche questo. Ed anche in questo caso, vediamo le conseguenze. Il Parlamento è un luogo dello Stato. E’ il luogo più importante dello Stato. E’ lo Stato. Che succederebbe se delle forze facessero irruzione in Parlamento con cani antidroga? Sarebbe una cosa sensatissima, perché in Parlamento si fanno leggi che riguardano la vita di tutti, ed è assolutamente vitale per la salute della nostra democrazia ed il futuro dello Stato che chi fa le leggi sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Eppure se succedesse una cosa del genere, sarebbe un grande scandalo politico. Perché? Per lesa maestà. Perché è umiliante per un senatore essere perquisito, annusato. Sospettato di essere un drogato, o peggio uno spacciatore.
E veniamo al dunque. Quando io vengo a casa tua – perché la scuola è la casa degli studenti – e ti sottopongo a perquisizione, io ti sto dando diversi messaggi. Il primo è che ti considero una persona poco raccomandabile. Non è una questione personale: può essere che tu sia a posto, ma è poco raccomandabile la categoria cui appartieni. Il fatto stesso che si facciano controlli antidroga è una conseguenza dell’infimo status degli adolescenti nella nostra società. E’ risaputo che l’alcol fa in Italia diverse migliaia di morti e causa tragedie terribili. Eppure la vendita di questa sostanza stupefacente pericolosissima è consentita. Lo Stato consente la vendita di alcolici, per giunta con il suo monopolio, mentre i Comuni promuovono apertamente il consumo di vino ed altri alcolici con apposite manifestazioni locali. Il consumo di alcolici è consentito perché è cosa da adulti. E’ una abitudine diffusa tra persone perbene, stimabili, con un buono status sociale. La droga, che fa meno morti dell’alcol, è invece roba da adolescenti, da ragazzetti, da soggetti con uno status marginale: dei minus habentes. E’ significativo che il consumo e lo spaccio di hashish e marijuana siano perseguiti con molto più zelo del consumo e dello spaccio di cocaina, una sostanza molto diffusa tra soggetti dotati di uno status anche considerevole, come professionisti e politici. Non è la sostanza stupefacente il problema. Se così fosse, l’alcol sarebbe proibito. Il problema è chi consuma, non cosa consuma.
Il secondo messaggio è che la scuola è un posto in cui non ti puoi sentire come a casa. Per quanto ti stimi poco, non verrei mai a perquisirti a casa, a meno che non abbia un mandato. Ma a scuola sì. A scuola ti tengo d’occhio. Rispondendo alle polemiche dei genitori per i controlli antidroga al liceo Laura Bassi di Bologna, il procuratore aggiunto Valter Giovannini ha dichiarato:”trova ancora spazio l’arcaico convincimento ideologico che l’università e più in generale gli istituti scolastici godano di una sorta di extraterritorialità“. Nessuna extraterritorialità. Non siete a casa vostra, siete in un posto in cui possiamo entrare e uscire quando vogliamo. Possiamo perquisirvi, possiamo farvi annusare dai nostri cani. Siete sotto il nostro controllo. Del resto, non sono gli adolescenti di continuo sotto il controllo dei professori? Non sono di continuo osservati, richiamati, sanzionati se non si comportano come si deve? Ecco dunque il poliziotto ed il carabiniere che vengono a ribadire il concetto, nel caso in cui non fosse abbastanza chiaro. La scuola è un luogo in cui siete controllati e controllabili, perquisiti e perquisibili. Non è una casa della cultura e dell’educazione, come qualcuno potrebbe dire retoricamente. Non ha nulla di sacro. E’ una istituzione che raccoglie – concentra – dei minus habentes, e non è escluso che concentrarli per controllarli sia il suo scopo principale.
E’ un messaggio rivolto a tutti, ma forse c’è un terzo messaggio rivolto ad alcuni. Può essere una coincidenza, ma in molte delle scuole, anzi delle classi perquisite c’erano studenti appartenenti ai collettivi studenteschi. Se non è solo una coincidenza, allora il terzo messaggio è questo: vi controlliamo tutti, ma in particolare teniamo d’occhio voi che fate politica, voi dei collettivi, voi che vi definite comunisti o anarchici; rientrate nei ranghi, che è meglio per voi. E lei, professore, torni pure a parlare di Martin Heidegger. Non è successo niente”.
Antonio Vigilante, insegnante di filosofia e scienze umane al Liceo “Piccolomini” Siena

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Eredi di una libertà controversa

“La violenza più insidiosa e più lenta da sradicare si capi’ allora che era l’aver forzatamente fatta propria la rappresentazione del mondo dettata dal sesso vincente, la collusione involontaria tra la vittima e l’aggressore. Si prospettava un processo di liberazione e di autonomia che abbracciava territori di esperienza fino allora separati e contrapposti –la famiglia e la società, la sessualità e la politica, l’individuo e la collettività, la biologia e la storia- per il quale non sarebbe bastata certo una generazione.”

Da un articolo pubblicato su tysm il 21.I.2016, per leggerlo clicca qui

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Pazze di maternità. Ovvero: la faccia innominabile della Fertility

L’ “oggetto medico” per eccellenza resta quel corpo che, svuotato di una propria verità psicologica e ricoperto di idealità, non ha mai smesso, agli occhi del mondo, di partorire figli e mostri, vita e morte, beatitudine e dannazione.
Rilette con la consapevolezza che abbiamo oggi della maternità, le parole con cui Jules Michelet, nel 1959, descriveva il destino femminile, prendono un significato sinistramente capovolto:
“Deve amare e partorire, è questo il suo sacro dovere. Fin dalla culla la donna è madre, pazza di maternità”. Nell’idealizzazione di un uomo-figlio, certo di essere il destinatario naturale della felicità, niente lascia intendere che l’ “eccesso di passione” di cui si è creduta depositaria la donna avrebbe potuto compartire odio anziché amore, follia al posto di salute.
Eppure non doveva essere difficile immaginare che il sacrificio di sé, la dedizione totale agli altri, avrebbe potuto chiedere presto o tardi una contropartita altrettanto distruttiva. Anche Freud, così lucido nel riconoscere la commistione di sentimenti opposti, di tenerezza e ostilità, nei confronti di persone amate, non esita a ritagliare intorno alla coppia madre e figlio una zona franca, “esente da ambivalenze”. Se non fosse così “sorprendente” ancora oggi ammettere che una madre possa uccidere il proprio figlio, non si capirebbe perché, fra tanti delitti famigliari di cui è stata data notizia negli ultimi tempi, sia sempre “Medea” ad accentrare fantasie, perizie scientifiche, supporti statistici, “piani” governativi di attacco e difesa.
La fretta con cui l’infanticidio commesso da una madre viene archiviato sotto l’etichetta, per un certo verso rassicurante, della “follia” e della “malattia mentale” segnala che, in modo paradigmatico, il sovvertimento del rapporto più “intimo” e “umano” scuote le coscienze, sollevando il dubbio intollerabile che l’antico comandamento “non uccidere” stia rientrando dal lungo esilio, per chiedere riconoscimento e cittadinanza.
Restituire alla morte -quella che si dà ad altri o che si subisce- il posto che ha nella vita del singolo e della collettività, dove non ha mai smesso di mescolarsi all’amore, non ha altro significato che fare il passo necessario per comprendere l’ “umano” nella sua complessità, e sottrarre al determinismo biologico comportamenti che nascono nel contesto di storie e relazioni particolari, suscettibili pertanto di cambiamento.
Se è vero che la storia dell’umanità è “piena di assassinii”, e che l’uomo primitivo che è in noi non si è mai del tutto eclissato, non dovrebbe essere difficile capire quali sentimenti elementari, incontrollabili, fanno debordare la voglia di uccidere da semplice pensiero o desiderio silenzioso, rivolto a “chiunque ci sbarra la strada”, alla sua messa in atto.
“Le azioni violente non vengono necessariamente commesse da individui pervertiti, ma da persone comuni che si trovano intrappolate in circostanze tragiche: la maggior parte degli esseri umani è in grado di commettere azioni violente” (R.Papadopoulos).
Questo “sollievo” che precipita subito dopo nell’inferno, questa “rivincita di persone tormentate” che permette, sia pure in un solo attimo, di eliminare, insieme al pensiero, un conflitto e una sofferenza intollerabili, più che i tratti della depressione richiama l’impulso disperato ad aprirsi comunque una via d’uscita, a costo di passare sul proprio corpo e su quello di chi, come un figlio, si considera parte di se stessi.
Le madri e i padri, la figlie e i figli che uccidono soffrono, prima ancora che di abbandoni, di legami invasivi, che promettono vita e che strangolano, che fanno dell’intimità familiare e amorosa una difesa, e nel medesimo tempo, un’ingiustificata limitazione.
All’inviata de “La Repubblica” (30 maggio 2002), un’infermiera dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, dove vengono internate madri infanticide riconosciute incapaci di intendere e volere, al momento del delitto, spiegava con meraviglia che molte di loro preferirebbero a quel luogo nel verde, “con una parvenza di casa”, il carcere.
Forse, forzando il significato del loro desiderio, si può intendere che espiare una colpa anziché subire l’esilio protetto della malattia mentale, è un modo per sentirsi ancora parte della collettività, per dire implicitamente quanto la patologia, nelle sue varie forme, sia imparentata con la comune, ordinaria sofferenza umana.
Nella foto: Dalla mostra “La Grande Madre” – Palazzo Reale, Milano 2015.
Anna Maria Maiolino, “Por um Fio”, 1976

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“PENSIERI DI PACE DURANTE UN’INCURSIONE AEREA”

Breve, coraggioso scritto di Virginia Woolf sui volti diversi del “desiderio di dominare”, pubblicato su Le strade di Londra (Il Saggiatore, Garzanti 1974, e ora, sul libro curato da Liliana Rampello.

Alcuni frammenti:
“Lassù in cielo combattono giovani inglesi contro giovani tedeschi. I difensori sono uomini, gli attaccanti sono uomini. Alla donna inglese non vengono consegnate armi, né per combattere il nemico né per difendersi. Ella deve giacere disarmata, questa sera. (…) ma c’è un altro modo di lottare senza armi per la libertà. Possiamo lottare con la mente; fabbricare delle idee, le quali possono aiutare quel giovane inglese che combatte lassù in cielo a vincere il nemico”

“Cerchiamo di fare conscio l’inconscio hitlerismo che ci opprime. E’ il desiderio di aggressione; il desiderio di dominare e di rendere schiavi. Persino nel buio possiamo vederlo chiaramente. Vediamo le vetrine dei negozi illuminati a giorno, e le donne che guardano; donne incipriate; donne travestite, donne dalle labbra rosse e dalle unghie rosse. Sono schiave che cercano di rendere schiavi gli altri. Se possiamo liberarci della schiavitù, avremo liberato gli uomini dalla tirannia. Gli Hitler sono generati dagli schiavi.”

“Ma se fosse necessario per il benessere dell’umanità, per la pace nel mondo, che l’esercizio della maternità venisse ristretto, e l’istinto materno messo a tacere, forse le donne non si rifiuterebbero. Gli uomini le aiuterebbero. Onorerebbero queste donne per il loro rifiuto di generare. Aprirebbero altre possibilità al loro potere creativo. E anche questo deve essere parte della nostra lotta per la libertà. Dobbiamo aiutare i giovani inglesi a togliere dai loro cuori l’amore delle medaglie e delle decorazioni. Dobbiamo creare attività più onorevoli per coloro i quali cercano di dominare in se stessi l’istinto combattivo, l’inconscio hitlerismo. Dobbiamo compensare l’uomo per la perdita delle sue armi.”

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