La rivoluzione che viene dagli archivi

Un documento scritto dal gruppo femminista “Il cerchio spezzato” dell’Università di Trento, nel 1971, portava come titolo “Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna”, e si apriva con una lucida messa in discussione del movimento studentesco e dei successivi gruppi politici, cominciando dalla modalità con cui si tenevano le assemblee.

“I gruppi di lavoro politici hanno riverificato la nostra sistematica subordinazione…L’analisi delle assemblee ci ha portato a vedere una élite di leaders, una serie di quadri intermedi maschili e una massa amorfa composta dal resto maschile e da tutte le donne”.

“L’attribuzione alla donna e all’uomo di un determinato ruolo è del tutto essenziale, sia al funzionamento materiale del meccanismo capitalistico (proprietà privata) sia al suo sistema di valori. Questo sistema di valori è cresciuto come esaltazione dello spirito di impresa, come gusto e culto della violenza e della forza, come supremazia del ‘maschile’ che ha bisogno, come si è visto di trovare in una concezione del ‘femminile’ la sua legittimità e la sua fondazione stessa. Un’azione nella sfera privata, a nostro avviso, è dunque strategicamente fondamentale per dare concretezza alla rivoluzione culturale, per cambiare cioè profondamente l’uomo. La famiglia è uno dei primi obiettivi di lotta. La personalità dell’individuo è infatti innanzitutto la storia dei suo adattamento ai modelli e ai valori culturali della società in cui vive. Fin dalla nascita l’esempio, le credenze, le abitudini degli altri membri della comunità plasmano la sua esperienza ed il suo comportamento. E la famiglia in particolare è organizzata in modo da rendere possibile la socializzazione attraverso l’esempio e la coercizione dei membri in ruoli ben definiti…La nostra cultura basa tutti i suoi ruoli sociali sul rapporto di potere perpetuato dalla famiglia e fa dell’appartenenza a un sesso piuttosto che all’altro il simbolo primario, esemplificativo, di tale rapporto.” (Manifesto del Gruppo Demau, Milano 1966/67).

. E’ vero che recentemente si è tornato a parlare di famiglia, ma lo si è fatto a proposito delle ‘unioni di fatto’, come richiesta di leggi, riconoscimento di diritti civili, e solo marginalmente come messa in discussione di quel concetto di ‘naturalità’del matrimonio che cristallizza, nella nostra Costituzione, sia il compito primario di riproduttrice della donna -e quindi la divisione sessuale del lavoro-, sia la normatività della coppia eterosessuale.
Politiche sociali e politiche famigliari ancora si muovono sull’equivoco che la ‘conciliazione’ di casa e lavoro extradomestico sia un problema ‘femminile’, come se la maternità fosse una malattia particolare che ha bisogno di tutela, e il lavoro domestico, il lavoro di cura prestato a bambini, anziani, ma anche mariti, padri, fratelli in perfetta salute, la ‘naturale’ disposizione femminile, a cui si richiama insistentemente la Chiesa.

“E’ dalla famiglia, in particolare dal lavoro gratuito delle donne, che i detentori di potere economico ricavano enormi profitti risparmiando servizi sociali e sfruttando due lavoratori con un solo salario: l’operaio e sua moglie…le ore lavorative per le donne, oltre alle prestazioni domestiche, hanno anche il ‘privilegio’ del lavoro extradomestico. Nessun operaio lavora altrettanto. Inoltre, l’operaio è pagato, la casalinga no. L’operaio può scioperare, la casalinga no…Ma soprattutto, questa famiglia nucleare è la cinghia di trasmissione dell’oppressione sociale da una generazione all’altra. La condizione subalterna della donna si perpetua infatti attraverso la famiglia che prima inculca nelle bambine la pseudo-vocazione di casalinghe e di madri, e poi sospinge le ragazze alla ricerca di un marito e infine inchioda le donne adulte al ruolo di fornitrici non retribuite di servizi…La famiglia è in realtà il centro dove le frustrazioni dei coniugi si scontrano e si proiettano sui figli, produce individui prepotenti con i deboli e remissivi con i forti, incapaci di ribellioni razionali…Questo tipo di famiglia va demolito.” (Fronte Italiano di Liberazione Femminile, 1970).

(Stralci da un articolo pubblicato su “Liberazione”, 5/12/2007)

Via Tibaldi e il comunismo

Il diritto alla casa, le occupazioni a Milano nel 1971, le mie prime battaglie politiche con il movimento non autoritario e la rivista “L’erba voglio” ai suoi inizi.
Ringrazio le amiche e gli amici di Shake edizioni per la pubblicazione di uno dei miei primi scritti pubblici -“Via Tibaldi e il comunismo”, uscito sul n.2 della rivista settembre 1971, e poi nel libro “L’infamia originaria. Facciamola finita col Cuore e la Politica” ( 1977, 1997).
Sia la rivista che il libro sono oggi online.

Lo scarto irriducibile

“L’azione per la quale il padre e il fallo diventano riferimenti universali si colloca all’origine della storia e ne determina radicalmente lo sviluppo, ma anche fuori dalla storia finché i protagonista non ne prendono coscienza, finché il rapporto uomo-donna non cessa di essere una specie di storia nella storia”.

(Da ‘L’infamia originaria’, su Pensiero femminista radicale, clicca qui

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”L’infamia originaria” (1977) ritorna…in digitale

Rossana Rossanda (Il Manifesto 6/11/1997):

“Quando uscì, L’infamia originaria mi arrivò come un corpo contundente.
(…) sentivo di essere guardata come una che, obnubilata nella propria donnita’, tradiva la comune condizione (…) Del resto quegli uomini che su altro mi ascoltavano, sul capitolo femminismo o si astengono o ne usano come strumento demolitorio di tutto quello per cui mi batto.
In questa incomoda situazione mi arrivava la voce vendicatrice di Lea. Ma mi attrasse più delle altre. La sua requisitoria non andava nel senso del “donna è bello”, che sentivo da tutte le parti (…) Lea Melandri non lo riproponeva proprio. Invitava a finirla con questa roba, se intendevo bene quel che chiamava Cuore. Non che non sapesse come tutte fossimo tirate dal di dentro in questa storia, del sogno d’amore era maestra; ne aveva una sorta di spietata pietà (…) Lea era fuori dallo stereotipo del l’emancipazione come da quello di una femminilità soddisfatta di sé, sia nella versione ‘donna è bello”, sia nella proiezione ambiziosa del mito della Madre e di una genealogia femminile, simmetrica al primato e alla genealogia del Padre. ”

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