Oh, quanti bei ”pranzi”, madama Dorè

“Le donne che apparecchiano tavole nelle case e che accolgono mariti e figli nelle pause di un tempo sociale sempre più vorace delle energie dei singoli, hanno perso la “dolce” e “domestica” serenità dei dipinti di Vermeer, ma molto più tenace e duraturo è il sentimento che costruisce l’esistenza propria sull’indispensabilità a quella degli altri, la necessaria considerazione di sé sui rimandi, solitamente rari e imprevedibili, di uno sguardo benevolo e amoroso.
L’ “intero” che formano due mondi complementari, i cui territori hanno finito per coincidere con il destino di due sessi diversi, non può essere pacificante per chi vede i suoi giorni divorati dalla fame altrui e il suo contributo alla convivenza sociale passare oscuro e senza peso.
Ma se è facile misurare il divario tra il lavoro che scompare ingoiato dalle case e dalle bocche famigliari, dall’intrigo degli affetti e delle speranze, e quello che trova cittadinanza nel mondo, più vischiosa sembra la trama delle forme e dei desideri che gli uomini da sempre disegnano sul corpo da cui sono nati.
Nelle immagini di una vergine o di una madre, di una moglie o di un’amante, passano le voci della nostalgia e della paura, delle tenerezza e della violenza con cui si è costruita, nei suoi esiti incerti e artificiosi, l’individualità dell’uomo.
Ma dietro quelle maschere, che rappresentano la genericità di un sogno o di una funzione, la vita reale di una donna cerca ancora il segno di una sua legittima, necessaria presenza accanto all’uomo.
(L. Melandri, “Migliaia di foglietti. Una mineralogia del pensiero”, MobyDick, Faenza 1996)
Vermeer, La lattaia

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Noi e le donne di Vermeer

“Che cosa mai accadrebbe se quei volti di donne di Vermeer soffusi di tanta dolce saggezza di tanta serenità domestica cominciassero a gridare ‘no no è finito quel tempo’che cosa accadrebbe? Quale donna per il proprio uomo non è stata una volta un tempo una donna di Vermeer? (…) sino ad oggi mi sembrava di non donare nulla se non il mio corpo a cui essi davano forma a cui essi davano pensieri a cui essi prestavano immagini io l’avevo capito che essi volevano solo dialogare con se stessi o con un’altra inventata da loro stessi ché non inquietasse ché non proponesse una lettura diversa della vita…”

(Agnese Seranis, “Smarrirsi in pensiero lunari”, Graus Editore, Napoli 2007)

Forse le donne che apparecchiano tavole nelle case e che accolgono mariti e figli nelle pause di un tempo sociale sempre più vorace delle energie dei singoli, hanno perso la “dolce” e “domestica” serenità dei dipinti di Vermeer, ma molto più tenace e duraturo è il sentimento che costruisce l’esistenza propria sull’indispensabilità a quella degli altri, la necessaria considerazione di sé sui rimandi, solitamente rari e imprevedibili, di uno sguardo benevolo e amoroso. L’ “intero” che formano due mondi complementari, i cui territori hanno finito per coincidere con il destino di due sessi diversi, non può essere pacificante per chi vede i suoi giorni divorati dalla fame altrui e il suo contributo alla convivenza sociale passare oscuro e senza peso.
Ma se è facile misurare il divario tra il lavoro che scompare ingoiato dalle case e dalle bocche famigliari, dall’intrigo degli affetti e delle speranze, e quello che trova cittadinanza nel mondo, più vischiosa sembra la trama delle forme e dei desideri che gli uomini da sempre disegnano sul corpo da cui sono nati.
Nelle immagini di una vergine o di una madre, di una moglie o di un’amante, passano le voci della nostalgia e della paura, delle tenerezza e della violenza con cui si è costruita, nei suoi esiti incerti e artificiosi, l’individualità dell’uomo. Ma dietro quelle maschere, che rappresentano la genericità di un sogno o di una funzione, la vita reale di una donna cerca ancora il segno di una sua legittima, necessaria presenza accanto all’uomo.
(L. Melandri, “Migliaia di foglietti. Una mineralogia del pensiero”, MobyDick, Faenza 1996)

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