Dalle “differenze di genere” alle “singolarità incarnate”

Intervengono: Carlotta Cossutta, Lucia Leonardi, Maia Pedullà e Federico Zappino Coordina: Lea Melandri
Cosa significa liberare il corpo e la sessualità dai modelli culturali eteronormativi egemonici e appropriarsene per la creazione di nuove forme di intimità, di relazione e di mutualità controegemoniche? Quali somiglianze e differenze di analisi e pratiche politiche tra generazioni? Se negli anni Settanta è stata centrale la creazione di una “individualità femminile autonoma” dai modelli interiorizzati, oggi è importante interrogarsi sullo statuto politico e trasformativo delle sperimentazioni identitarie e corporee, su chi coinvolgano, e se, e in che modo, le categorie di “differenza sessuale”, di “genere” e di “eteronormatività” consentano di leggere i processi di individuazione e di relazione contemporanei.

A Milano, domani, sabato 19.XI.2016

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‘La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo’ (Castoriadis-Lasch)

Cornelius Castoriadis- Christopher Lasch, “La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo”, Elèuthera 2014.
C.Lasch:
“La sopravvivenza è da sempre una preoccupazione, anzi per gran parte delle persone è la preoccupazione principale. Ma è solo nella nostra epoca che sembra abbia acquisito uno status quasi morale, come se la sopravvivenza non fosse più la precondizione a una vita morale, ma l’unica cosa che esiste.”
C.Castoriadis:
“Giorno per giorno”, per riprendere questa espressione molto azzeccata, è ciò che io definisco assenza di progetto. E questo vale tanto per l’individuo quanto per la società nel suo insieme. Perché trent’anni fa, o sessant’anni fa, le persone di sinistra ti parlavano del Gran Giorno della rivoluzione, le persone di destra ti parlavano del progresso infinito e così via. Oggi, nessuno osa formulare un progetto ambizioso o anche solo moderatamente ragionevole che vada la di là della legge di bilancio e delle prossime elezioni. Insomma, c’è un orizzonte temporale limitato (…) Ma questo orizzonte temporale è privato. Nessuno invece partecipa a un orizzonte temporale pubblico (…) Ci sono milioni di persone immerse in un oceano di oggetti sociali, sono tutti esseri sociali in un luogo sociale, e tuttavia sono completamente isolati, si odiano l’un l’altro, e se avessero il potere di disintegrare le macchine che hanno di fronte lo farebbero! Che cosa è oggi lo spazio pubblico? Di fatto, è più che mai presente. Anzi, per essere precisi, entra in ogni casa con la televisione. Ma di che cosa si tratta esattamente?”
C.Lasch:
“Noi viviamo in un mondo che sembra altamente instabile, un mondo fatto di immagini sfuggenti che tende sempre più –in parte grazie alle tecnologie della comunicazione di massa- ad assumere un carattere allucinatorio: una sorta di mondo fantasmatico basato sulle immagini, ben diverso da un mondo fatto di oggetti reali in grado di durare oltre la nostra vita. (…) Un mondo dove tutto è possibile, in qualche modo non lo è. E oltretutto, il confine tra l’individuo e il mondo che lo circonda tende a farsi sempre più indistinto.”
C.Castoriadis:
“Io non vedo conflitti in giro (…) Credo che quello che sta accadendo non sia poi così difficile da capire: le persone ritengono,a ragione, che non valga la pena battersi per le idee politiche che circolano attualmente nel mercato politico. E pensano pure che i sindacati siano più o meno dei grandi apparati burocratici che badano ai propri interessi o al massimo dei gruppi di pressione.”
C.Lasch:
“…crescente ricorso alla vittimizzazione come unico criterio di giustizia in grado di ottenere un riconoscimento. Se si riesce a provare di essere stati vittima di qualcosa, di essere stati discriminati (e quanto più a lungo lo si è stati tanto meglio è), questo diventa la base su cui fondare le proprie rivendicazioni. E, insisto, si tratta di rivendicazioni avanzate da gruppi specifici convinti che la propria storia sia altamente specifica e che dunque abbia poco a che spartire con quella di altri settori sociali e con quella della società nel suo complesso.”
C.Castoriadis:
“Ovvero una concezione per la quale la politica esiste solo per permettere a ognuno di difendersi dallo Stato, dunque del tutto incapace di prefigurare il nostro instituirci in comunità politica.”
Michael Ignatieff:
“Che genere di individuo possiamo inventare? Che genere di teoria politica del soggetto possiamo cominciare a costruire? (…) Mi sembra che dunque nella società ci siano persone che si battono contro i ruoli che la società ha loro imposto. Allora, questa libertà che lotta per un io differente, per affrancarsi dalle vecchie identità, come si rapporta con ciò che a detta di tutti manca, cioè un linguaggio condiviso su cosa dovrebbe essere l’individuo? Come si concilia la libertà di un individuo di scegliere cosa essere, in qualche modo di costruirsi, con l’esistenza di una società che abbia un linguaggio condiviso sulla soggettività?”
C.Castoriadis:
“…Noi non accettiamo più il padre patriarcale, non accettiamo più il marito patriarcale, e penso che abbiamo ragione.”

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Il ‘sesso’ della violenza

Se invece…
– Se invece di piangere lacrime di retorica sulle foto dei bambini colpiti dalle bombe,
-se invece di deprecare ogni volta la ferocia della guerra, dei fondamentalismi, dei razzismi,
-se invece di portare ossessivamente l’attenzione sul corpo delle donne…
gli uomini cominciassero a porsi domande scomode ma necessarie sull’origine della violenza (in tutte le sue forme) praticata dai loro simili nel corso della storia conosciuta finora?
Riprese
(Il Manifesto 10 aprile 2915)
“Le stragi, le guerre, le persecuzioni, gli orrori privati e pubblici hanno un sesso.
Prima che l’assuefazione, il senso di impotenza e una rassegnata apatia prendano il sopravvento di fronte agli orrori di ogni specie a cui assistiamo quotidianamente, vale la pena porsi qualche domanda.
E’ vero che non tutti gli uomini uccidono, che la cultura maschile dominante da secoli non ha seminato solo morte, ma dato vita anche a opere sublimi di civiltà; è vero che l’amore, la solidarietà, il pacifismo non le sono estranei.
Mi chiedo se è per questo che esitiamo a nominare alcune verità evidenti:
-che la violenza, in tutte le forme manifeste che conosciamo, dalle guerre tra Stati alle guerre civili dovute al fanatismo o a problemi sociali, alla persecuzione delle minoranze, è stata praticata finora dal sesso maschile, sia pure con l’aiuto e la complicità delle donne;
-che l’amore e l’odio, considerate pulsioni contrapposte, non si danno mai isolatamente, vincolate come sono l’una all’altra.
Ad Albert Einstein, che in una lettera del settembre 1932 gli chiedeva “metodi educativi”, “modi di azione” per frenare la “fatalità della guerra”, Freud rispondeva:”…la pulsione di autoconservazione è certamente erotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta ad oggetti, necessita di un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle”. (Freud, “Il disagio della civiltà e altri saggi”, Bollati Boringhieri 1987, p. 93).
Come è possibile che ancora oggi, dopo tanto parlare di patriarcato e di maschilismo, non si riesca a scalfire la maschera di ‘neutralità’ che impedisce di riconoscere ai responsabili di tanti orrori l’appartenenza a un sesso?
Che cosa impedisce agli uomini sinceramente convinti di dover operare per la pace nel mondo di interrogarsi sulla matrice ‘virile’ della violenza?
Perché, a loro volta, le donne sono così poco inclini a chiedersi quando e come un figlio, un marito, un amante passano dalla tenerezza alla violenza?
Può darsi che il rapporto di potere tra i sessi e le inevitabili complicità che ne hanno permesso una così lunga durata non siano, come sono portata a pensare, il maggiore ostacolo materiale e psicologico a una convivenza più umana, più giusta e solidale. Ma finché non vengono portati alla coscienza e fatti oggetto della riflessione che meritano, non sapremo mai se dobbiamo rassegnarci a una “naturale” violenza maschile, o sperare nella possibilità di un cambiamento che non riguarderebbe solo il sessismo, ma tutte le forme di distruzione e di morte che gli uomini hanno agìto contro i loro simili.”

Il lato oscuro degli uomini – frammenti dallo scritto di Claudio Vedovati, “Violenza e libertà. IL cambiamento è nelle relazioni”

“Il dibattito pubblico, la politica, ed i saperi implicati nel contrasto alla violenza fanno resistenza a misurarsi con le sfide portate dalla libertà delle donne e con la crisi della cultura patriarcale. Probabilmente è la natura stessa di ciò che consideriamo come “spazio pubblico”, come “politica”, come “comunicazione”, come “sapere”, segnati come sono dalla storia maschile a rendere cieco dal punto di vista di genere il loro sguardo. E allora i discorsi arretrano.
Qui la difficoltà di capire e l’interesse a non capire sono spesso una cosa sola. La maggioranza degli uomini ancora non comprende in che misura la violenza li riguardi, li chiami in causa. Le donne rimangono sempre sotto lo sguardo maschile, come vittime da proteggere, come soggetti “deboli” da tutelare (…) In ogni caso, gli “uomini violenti” sono sempre “altri uomini”.”

“…l’idea stessa del lavoro culturale sembra prescindere dal lavoro su di sé (…) Le relazioni sono il vero spazio pubblico di cui dovremmo avere cura, riportando alle relazioni anche quello spazio che chiamiamo pubblico ma che è abbondantemente privato e autoreferenziale e che è stato storicamente il luogo di affermazione degli uomini.”

“Quando un mondo frana, come frana il patriarcato, e non sono visibili altrettante risorse di senso, simboliche e materiali, il rischio della violenza maschile aumenta, sostenuto dalla novità del risentimento maschile. Gli uomini applicano a sé la figura della vittima, già usata per svalorizzare le donne, accusando proprio le donne (o la cosiddetta “femminilizzazione” della società) di avere messo fine al dominio del proprio genere.”

“Nel lavoro di Maschile Plurale (…) esce un quadro che non si esaurisce in quei generici “educare alla relazione”, “insegnare comportamenti non violenti”, “lavorare sulle emozioni”, “sviluppare consapevolezze di sé”, che caratterizzano molti programmi di prevenzione della violenza maschile. Quello che è investito è un livello profondo che riguarda il rapporto che gli uomini hanno con il proprio corpo, la sessualità, il proprio desiderio e le rappresentazioni che ne danno. Le risposte alla violenza vanno cercate qui, in quello che gli uomini possono vedere dentro di sé, oltre che nelle domande poste agli uomini dalla libertà delle donne.
Faccio alcuni esempi. La socialità vissuta come luogo di cameratismo, di competizione o di affermazione di sé senza fragilità (…) Il bisogno di aderire a modelli normativi di virilità da cui dipende la propria identità sociale. La rappresentazione del desiderio maschile come “basso istinto”, distinto dai sentimenti e dunque come pulsione da tenere sotto controllo, da “governare”, “civilizzare”, “disciplinare”, di cui non fidarsi. Il piacere sessuale vissuto come prestazione (…) La facilità con cui si può rimuovere il proprio corpo. E dunque la costruzione di saperi e discipline usate come protesi di un corpo silente. L’affermazione di sé attraverso modelli di appartenenza identitari come il gruppo, la nazione, il lavoro, la guerra, usati per superare la percezione di precarietà della propria virilità. La passio per il potere come strumento che definisce pubblicamente la propria identità, che dà virilità, che nasconde la paura dell’impotenza.”

“In questo nuovo scenario c’è una domanda che rischia di portarci di nuovo fuori strada: chi sono gli uomini violenti? La domanda nasce da una esigenza giusta (…) Tuttavia la costruzione della categoria degli uomini violenti porta con sé la separazione di questi uomini dalla cultura maschile condivisa da cu nasce la violenza stessa. La tentazione dell’identikit dell’uomo violento è un gesto apotropaico, di allontanamento, che consente la cultura maschile di rimuovere, ancora una volta, qualcosa di sé. Consente all’esperto o agli operatori che lavorano in questo ambito di rappresentarsi come non coinvolti in questa cultura della violenza. Consente alla comunità degli uomini di avere capri espiatori con cui conservare i vantaggi degli squilibri nelle relazioni di genere.”

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