Dedicato alla carissima Lisetta Carmi

Lisetta Carmi, “I travestiti”
(da Lisetta Carmi, “Ho fotografato per capire”, Pelitiassociati 2013)

Dalla Prefazione di Lisetta Carmi:

“Io sono entrata nell’ambiente dei travestiti per caso, nel 1965, durante una festa di Capodanno: li ho visti successivamente nella loro vita quotidiana e ho cominciato a vivere con loro, a fotografarli (…) Non è un caso se il mio interesse e la mia partecipazione ai loro problemi ha creato fra me e loro una fiducia, un affetto e una comprensione che mi hanno permesso di fare questo lavoro con un rapporto che andava al di là di un normale rapporto tra fotografi e fotografati.
Io stessa in quel tempo ero assillata –forse a livello inconscio- da problemi di identificazione maschile e femminile. Oggi capisco che non si trattava tanto di accettazione di uno ‘stato’, quanto di rifiuto di un ‘ruolo’.
I travestiti (o meglio il mio rapporto coi travestiti) mi hanno aiutato ad accettarmi per quello che sono: una persona che vive senza ruolo.”

Dalla Prefazione di Elvio Fachinelli al libro di Lisetta Carmi

“Ma che cosa c’è alla radice del rifiuto dell’omosessualità (essenzialmente di quella maschile)? C’è sostanzialmente, da parte del maschio eterosessuale, la paura di perdere, nel contatto con l’omosessuale, la propria virilità, intesa qui molto profondamente come identità personale. (….) Ma che cos’è che produce un mutamento del senso della virilità, e correlativamente dell’accettazione o del rifiuto dell’omosessualità? Si è accennato al fatto che, al fondo della paura di perdere la propria virilità, sembra esserci la presenza di una figura inquietante che spesso rimanda più alla madre che al padre.
Si può perciò supporre che un mutamento della posizione della donna sia, a lunga scadenza, decisivo sotto questo aspetto. Dall’epoca di Proust in poi, in ragione del mutamento storico-sociale, la figura del padre è andata sbiadendo nella società di tipo occidentale, si è fatta anonima e meno significativa. E’ un fatto noto. Contemporaneamente però la donna si sta facendo più autonoma, meno legata al “destino” di madre e casalinga, e quindi meno bisognosa di trovare nei figli una giustificazione di se stessa, meno bisognosa di recuperare attraverso di loro un potere da cui è esclusa. All’aumento del potere reale, è possibile che corrisponda una diminuita necessità di potere fantasmatico sui figli, e quindi una diminuita angoscia da parte loro di fronte ad essi.
Da questa situazione, o meglio da questa tendenza, deriverebbero i tratti contraddittori, rispetto al sesso, rinvenibili nella nostra epoca: da un lato, diminuita virilità dei maschi, nel senso tradizionale maschilista, per la ridotta possibilità di identificazioni decisive col padre; dall’altra però, minore drammaticità e, si direbbe, maggiore facilità e sicurezza nell’assunzione di un ruolo maschile meno impegnativo, per la maggiore autonomia della madre. Una conseguenza di ciò sarebbe, appunto, un’accresciuta tolleranza nei confronti dell’omosessualità, sia di quella manifesta sia di quella tendenziale esistente in ciascun maschio. Il passaggio in pochi anni del travestitismo da sofferenza-piacere individuale, consumo segreto e psicanalitico, a fenomeno abbastanza diffuso, se non di largo consumo, sarebbe un indice vistoso di questo nuovo orientamento. Vistoso, anche se spesso, come è ovvio, ‘non visto’ o rifiutato.”
(Elvio Fachinelli, “Il bambino dalle uova d’oro”, Feltrinelli 1974)

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Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater (di Cuter-Bianchi)

Articolo pubblicato il 24 giugno 2016

“Nel 1984 Bruce Springsteen – in quegli anni una vera e propria icona della mascolinità americana – include in quello che diventerà il suo album di più grande successo commerciale, Born in the U.S.A., una canzone che può essere considerata un paradigma per le descrizioni di amicizie maschili. Il pezzo, che si intitola Bobby Jean, è una specie di lettera d’amore indirizzata al suo chitarrista di allora, Stevie Van Zandt, che poco prima dell’uscita dell’album lasciò la band per intraprendere una propria carriera solista.”
“Questa dinamica dii accettazione come pari solo tra persone dello stesso sesso si ritrova in tutte le organizzazioni omosociali che spesso, per esorcizzare il legame omosessuale sul quale si fondano, esprimono il desiderio omoerotico tramite il linguaggio della violenza. Questo linguaggio può anche essere espresso in forme ludiche e non sfociare in vere e proprie pratiche di sopraffazione, ma va costantemente riprodotto (anche in forme depotenziate o parodiche) per ribadire la sostanziale appartenenza al gruppo dei dominanti e non dei dominati”

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