Le donne ‘colludono’ col maschilismo?

Interrroghiamo la nostra cultura greco-romana-cristiana
Stando alla definizione del dizionario Zingarelli, “puttana”significa, in senso etimologico, “puzzolente”, “sporco”, e in secondo luogo la denominazione volgare di “meretrice, prostituta”. Qualsiasi donna sa che non c’è bisogno di vendere il proprio corpo, offrire un servizio sessuale in cambio di denaro, per attirarsi l’epiteto insultante di “puttana”. Basta uscire dai canoni del riserbo e del contegno morale che gli uomini si aspettano da lei, allo scopo di occultarne la sessualità, considerata un male in se stessa o il bene riservato a un legittimo padrone. Nessuna meraviglia perciò se un giudizio analogo, di spregio e disapprovazione, sia caduto sul femminismo, sulle sue pratiche volte alla riappropriazione del corpo e della sessualità femminile.
Se ci si indigna e si considera degradante il fatto che la donna venga rappresentata come corpo erotico, corpo seduttivo offerto allo sguardo dell’uomo, non è forse perché l’enfasi con cui è accolto oggi il “femminile” nella sfera pubblica richiama in modo inequivocabile quella che è stata, nella cultura classica greco-cristiana, la “natura” della donna, cioè la sessualità, e di conseguenza la sua collocazione nella “vita inferiore” dell’umano?
La “maledizione” -come ha scritto giustamente Pierre Bourdieu – non è nella “natura” della donna, ma nell’aver essa forzatamente incorporato il pregiudizio che a tale “natura” ha dato forma e nomi. “Nella misura in cui le loro disposizioni sono il prodotto del pregiudizio sfavorevole contro il femminile che è istituito nell’ordine delle cose, le donne possono solo confermare costantemente tale pregiudizio. Questa logica è la logica della maledizione. Le stesse disposizioni che inducono gli uomini a lasciare alle donne i compiti inferiori e le attività ingrate e meschine, insomma a sbarazzarsi di tutti i comportamenti poco compatibili con l’idea che gli uomini si fanno della loro dignità, li portano anche ad accusarle di “ristrettezza mentale”(Il dominio maschile, Feltrinelli 1998).
Una forma di dominio “inscritta in tutto l’ordine sociale” e che “opera nell’oscurità dei corpi”, poteva facilmente essere scambiata per legge di natura, indurre l’uomo a dar corpo ai suoi fantasmi, ad allontanarli da sé, facendone depositario l’altro sesso.
Madre, prostituta o vergine, la donna “non è che mezzo per uno scopo”, nell’erotismo più elevato così come in quello più intimo. Interessante, per capire quanto questo immaginario permanga nella cultura e nel senso comune, è l’aspetto onnicomprensivo che assume la sessualità nella definizione del “carattere” della donna, e più in generale del suo rapporto con l’umano.
“La donna – scrive Otto Weininger (“Sesso e carattere”, Vienna 1903)- si consuma tutta nella vita sessuale, nella sfera dell’accoppiamento e della procreazione, nella relazione cioè di moglie e madre; essa viene totalmente assorbita, mentre l’uomo non è solamente sessuale (…) Personalità e individualità (Io, intelligibile) e anima, volontà e carattere, significano sempre la stessa cosa che, nella sfera umana, appartiene solo all’uomo, e manca alla donna (…) Il loro aspetto esteriore, ecco l’Io delle donne.”
E’ così che la distanza tra la moglie e la prostituta si riduce fin quasi a scomparire.
Presa dentro l’”enigma del dualismo” -la spinta dall’illimitato verso il limite, dello spirito verso la materia, della libertà verso la servitù-, la donna viene così a trovarsi al centro di una definizione quanto mai contraddittoria e paradossale del “femminile”. Se per un verso essa dipende per la sua esistenza dall’uomo, dall’altra, incarnando la “maledizione” di un maschile diviso tra l’animalità e il divino, viene a rivestire una missione decisiva per il sesso vincente.
La stessa “ragione” che la respinge e la separa da sé come minaccia per la sua integrità, è costretta subito dopo a riporre in lei alte doti di moralità e attese salvifiche. La sua appartenenza al genere umano le dà diritto all’equiparazione giuridica ma non all’ “eguaglianza morale e intellettuale”, che spetta solo al sesso che ha in sé corpo e anima, che è soggetto e oggetto al medesimo tempo.
Per rendersi conto di quanto queste contraddizioni siano ancora presenti nella condizione femminile, basterebbe analizzare più a fondo i nessi che ci sono sempre stati tra la riduzione della donna a corpo e la sua assenza dai luoghi dove si esprimono individualità, pensiero, volontà, potere decisionale.

screen-shot-2016-09-19-at-10-08-26-pm

Le “cose ultime”: se fossero invece le “prime” di cui occuparci?

La lucida tragica visionarietà di Otto Weininger vale più di tanti asettici “studi di genere”:

“PEER GYNT” E IBSEN”
“Nel Peer Gynt l’amore e la possibilità della redenzione tramite suo consistono esclusivamente nel fatto che ‘l’uomo proietta sulla donna il suo io migliore, tutto quanto egli vorrebbe amare in se stesso, ma non può perché in lui ciò non esiste allo stato puro’, e ‘con questa scissione egli perviene più agevolmente ad un intenso rapporto con l’idea del bello, del buono e del vero’. E’ questo il motivo psicologico profondo di quell’atto di egoismo maschile che impone alla donna esigenze morali molto superiori a quelle dell’uomo (…) è questa la profonda radice del postulato della purezza, della verginità della donna. Un fenomeno di proiezione analogo a quello che si ha nell’amore vale per l’odio: il demonio è l’oggettivazione geniale di un’idea che ha alleviato a milioni di uomini la lotta contro il male presente nel loro stesso cuore, permettendo loro di proiettare il nemico fuori di sé, e quindi di distinguersi e separarsi da lui. Un atto metafisico di proiezione è così pure la radice universale di ogni dualismo presente nel mondo.”

“Così come dal punto di vista psichico è insito nel coito un elemento analogo all’assassinio, poiché la generazione della vita è affine alla sua soppressione, anche nell’amore più elevato è presente una peculiare “de-realizzazione” della persona amata, che mira a sostituire ad essa la propria superiore realtà (…) l’uomo viole ritrovare se stesso passando per la via traversa costituita dalla donna (…) La donna non è che mezzo per uno scopo, nell’erotismo più elevato così come in quello più infimo.”

“E invece tutta la grandezza morale di Ibsen ed il suo puro eroismo consistono proprio nel fatto che egli pretende che l’uomo consideri la donna come autonomo essere umano, che onori l’idea di umanità anche nella persona della donna, e non ne faccia semplicemente uso come mezzo per uno scopo, come avviene in ogni rapporto erotico (…) Per lui la donna non è più un paradosso della natura, non è più imposta all’uomo perché la porti con sé, nonostante ella sia riluttante; per l’uomo essa costituisce pur sempre il pericolo più insidioso, ma non un ostacolo costante, perenne, contrapposto al suo tendere verso l’ideale di un’umanità superiore. Secondo Ibsen anche il più sublime erotismo dell’artista ‘finora è sempre stato egoistico’, ma uomo e donna possono comunque pervenire entrambi a porsi come individualità.”

“Anche in Ibsen l’identificazione di madre e donna amata non è superficiale effetto destinato ad esprimere un’idea di riconciliazione subito prima della morte, bensì indica quello che madre e donna amata hanno sempre in comune. Non vi è dubbio che spesso (anche se non sempre) la giovane che ama un uomo si pone nei suoi confronti in un rapporto in qualche modo materno: anche l’uomo da cui può avere un figlio è già in un certo senso suo figlio lui stesso; d’altra parte l’uomo che ama la giovane diviene figlio di fronte a lei e può chiamarla madre. In Solvejg è il genio della specie immortale che si presenta a Peer prima della morte. In questo senso la concezione ibseniana ricorda decisamente quella schopenhaureiana della indistruttibilità del nostro essere in sé, il quale non è altro che la volontà di vita della specie; in seguito Ibsen ha superato questa visione del mondo che nega la logica della vita individuale, senza ritornarvi più sopra.”

Screen Shot 2016-06-27 at 9.01.42 AM