A proposito di prostituzione…

“La disuguaglianza di accesso alle risorse, la donna è stata spinta forzatamente a fare del corpo il suo capitale, una merce di scambio, sia nelle relazioni matrimoniali riproduttive, che in quelle non matrimoniali. Detto altrimenti: la donna non è stata pensata come soggetto di desiderio, con una sua specifica sessualità: “La sua sessualità, cancellata come tale, viene piegata verso l’oggetto riproduttivo e verso il servizio sessuale.”
La reciprocità non è pensabile dentro rapporti di dominio. Scambiandosi con altro da sé – il denaro – la sessualità femminile si avvia a diventare un servizio e infine un lavoro.”

Articolo pubblicato su Minima&Moralia 11.II.2015, link

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Né sedotte né seduttrici…ma a volte mascolinamente competitive

La complicità femminile nel condividere, a proprio danno, logiche di potere e di violenza del sesso maschile continua a stupire, a sollevare interrogativi, come se fosse un evento inaspettato e dalla cause misteriose. Non sembra destare invece alcuna meraviglia che delle donne si possa dire una cosa e il suo contrario, considerarle una minaccia o una salvezza: la sessualità, “la colpa dell’uomo divenuta carne” o la sua redenzione.
Le donne non sono né sedotte né seduttrici, né vittime innocenti di un potere che si è appropriato dei loro corpi e delle loro menti, né maliarde disposte a usare contro l’uomo le loro ‘potenti attrattive’. Ma questa è l’immagine, contraddittoria, che con poche eccezioni è stata data di loro nel corso dei secoli e che ancora oggi affiora incontrastata nel discorso pubblico.
Sono uscite alcuni anni fa due inchieste che dicono, sostanzialmente, quanto grande sia la percentuale di donne che condividono le opinioni e i comportamenti più detestabili dei maschi: stando all’indagine condotta dall’Airs, l’associazione italiana per la ricerca in sessuologia (2009), il 33% pensa che è colpa delle donne stesse se vengono violentate o picchiate; in uno studio americano, raccontato dal New York Times, il mobbing subito dalle donne nei posti di lavoro sarebbe per il 70% praticato dalle proprie simili (La Repubblica 27.5.09).
Le attese nei confronti delle donne sono pari, per quantità e pesantezza, alle ingiurie materiali e ideologiche di cui sono state fatte oggetto. Gli uomini hanno sempre dialogato solo con se stessi, e, quando le donne hanno preso parola pubblica per dire del paradosso di un potere che passa attraverso i corpi e le esperienze più intime degli esseri umani, hanno chiuso le orecchie per non sentire.
Da oltre un secolo, il femminismo si interroga su cosa abbia comportato per le donne essere state espropriate del loro essere, a partire dal corpo e dalla sessualità, costrette a pensare se stesse e il mondo attraverso l’unica intelligenza che ha avuto cittadinanza nella storia. Da questa lunga ricerca di autonomia dal pensiero unico che ha finora guidato la civiltà nel suo sviluppo, non sono emersi né il femminile innocente mitizzato dagli adoratori ottocenteschi delle madri, come Bachofen e Michelet -la risorsa di umanità integra capace di rigenerare la stanca tempra dell’uomo-, né la figura di una replicante ben ammaestrata.
Nell’accostamento a una individualità femminile sottratta ai ruoli imposti e a stereotipi alienanti, si è potuto capire, a dispetto di tutte le semplificazioni, che molte restano le zone indecifrabili dove si incrociano, nel rapporto tra i sessi, l’amore e la violenza, la debolezza e la forza, il condizionamento biologico e la storia, l’adattamento e la scelta, la tenerezza e la rabbia, la dipendenza del figlio e il privilegio del padre.
Nessun uomo pensa seriamente che le donne siano esseri deboli e indifesi, corpi passivamente arresi alla potenza virile, avendole conosciute, nel momento del maggior bisogno e della maggiore inermità, come madri, generatrici prodighe di cure, e iniziatrici ai primi piaceri sessuali. Come si può pensare che di una capacità biologica diventata, attraverso il ruolo imposto di madre, moglie, amante dell’uomo, l’arma spuntata di un loro inequivocabile potere, le donne non si sarebbero servite? Perché avrebbero dovuto rinunciare a usare a loro vantaggio quelle che agli occhi del dominatore apparivano “potenti attrattive”- la sessualità e la maternità-, tenute perciò ferocemente sotto controllo?
Come potevano sopportare una sorellanza che si prospettava solo come condizione di miseria e di schiavitù, quando l’unico modo per sottrarvisi era la rivalità? Finché la ragione su cui si fonda la subalternità delle donne è anche, inspiegabilmente e contraddittoriamente, la loro unica moneta di scambio -un corpo generoso di vita, di cure, di piaceri sessuali-, ogni giudizio volto a esaltarle per dignità e abnegazione, o a screditarle per spudoratezza, non può che nascondere un fondo di ipocrisia, soprattutto da parte di chi, come l’uomo e la cultura che porta il suo segno, in qualunque forma economica, politica, sociale si sia espressa, non sembrano aver tenuto in alcun conto il terremoto che ha scosso le vite delle donne e, attraverso di esse, saperi, poteri e istituzioni, costruiti senza di loro.
In assenza di un processo analogo di liberazione da parte dell’uomo, costretto comunque a recitare il copione di una virilità anacronistica, anche la più estesa presenza delle donne oggi sulla scena pubblica è destinata a ‘femminilizzare’ il mondo sulla base di modelli tradizionali, di donne-oggetto sessuale, madri e mogli irreprensibili, androgini o donne mascolinamente competitive.
(Riduzione di un articolo uscito su “L’Altro” nel giugno 2009)

La scuola

Quando cominciai il mio insegnamento in una scuola media nel 1968, la preside mi chiese se conoscevo la Riforma della nuova scuola media del dicembre 1962, in cui si parlava di una scuola “obbligatoria, gratuita e non selettiva”.
Avevo già incontrato il movimento non autoritario degli insegnanti e non dovette insistere perché mettessi in pratica quei principi che ritenevo e ritengo tuttora giusti.
Condivido l’articolo di Franco Lorenzoni e suggerisco la rilettura del libro “L’erba voglio” Einaudi 1971, che contiene utilissime attualissime riflessioni di alunni e insegnanti su “Voti, bocciature e potere”.

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Noi «divise», gli uomini «compatti» al potere. Ma qualcosa è cambiato

“Il rimprovero che viene fatto alle femministe è la facilità con cui i loro gruppi continuano a «dividersi, frammentarsi, disgregarsi», allontanandole dall’obiettivo di una presenza paritaria in politica. Ciò di cui le donne mancherebbero, per incidere sulla vita pubblica come forza collettiva, sarebbe la «coesione» e la «compattezza» che ha permesso agli uomini di conquistare potere e di spartirselo. Il prezzo, così come viene solitamente descritto, ricorda l’aspetto più deteriore della politica maschile: risparmiare o rinviare a migliore occasione la critica, anche quando si è in disaccordo, sostenere candidati del proprio schieramento anche quando non li si considera idonei al loro ruolo, limitandosi a «detestarli silenziosamente», rinunciare alla «schiettezza» e alla voglia di esprimere le proprie emozioni, mantenere la distanza «tra l’amore e la civile convivenza». Non si può non restare perplessi di fronte a un’idea di convivenza che sembra tutto fuorché «civile», fatta di reticenze e odi mascherati, ma soprattutto di compattezze costruite sull’irrigidimento di fedeltà e appartenenza, che come sappiamo hanno sempre avuto come contropartita l’esclusione dell’altro, del diverso, vissuto come un pericolo per l’integrità del gruppo.”

Articolo pubblicato il 22.XI.2016 (ultima modifica, 24.XI.16, 11.47 su la27ora, 27esimaora.corriere.it, per leggerlo clicca qui

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Perché oggi possiamo pensare di cambiare i ruoli di potere

“Che altro sono il populismo, la “normalità”, il risentimento verso la “politica” tradizionalmente intesa, da cui viene il consenso a una figura “impresentabile” come Trump, se non quel retroterra che la civiltà ha creduto di poter controllare, tenere fuori dalla scena pubblica, dalle sue istituzioni, dai suoi “valori”, identificato per secoli col destino femminile? Se Bill Clinton dovette umilmente piegarsi a processo mediatico planetario senza precedenti, Trump può esibire con arroganza e vanteria la sua prestanza virile perché il capovolgimento temuto e tenuto a bada per secoli tra il corpo e la polis, la sessualità e la politica, oggi è sotto gli occhi di tutti. È passato quasi mezzo secolo da quando una generazione di donne “imprevista” sulla scena del mondo ha preso parola per dire “il personale è politico”. Oggi finalmente è chiaro – è quello che si legge nell’articolo di Mauro Magatti- che «quanto sta accadendo negli Stati Uniti ci riguarda tutti, uomini e donne».

Articolo pubblicato su La27Ora il 17 ottobre 2016, clicca qui per leggerlo

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Dialogo tra una femminista e un misogino

Articolo pubblicato il 6 agosto 2016 su Tysm – Philosophy and social criticism 

Grazie Marco Dotti!
“Come può avere ragione un misogino, sessista, che identifica le donne con la sessualità e la maternità, considerandole prive di un Io, di una individualità?
La ragione sta nella cultura di cui Weininger è il tragico sostenitore e testimone, quella che abbiamo ereditato, che trasmettiamo nelle scuole quasi sempre senza alcuna consapevolezza dell’ideologia su cui si è costruita, quella che si regge ancora oggi sulla sua falsa “neutralità”.

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Praticità «domestica» o autorità «virile»? Cosa convince delle donne al potere

Articolo pubblicato il 20.VII. 2016 su La27Ora

Scusandosi per «l’oltraggioso retropensiero», Natalia Aspesi su Repubblica del 12 luglio scorso si chiede se l’improvviso sfondamento del tetto di cristallo, che ha impedito finora a donne geniali, preparate, di accedere ai ruoli più alti del potere, non sia da ricondurre alla disastrosa situazione del mondo, che gli uomini avrebbero deciso di lasciare nelle mani delle donne, per poi, una volta spianata la strada, riprendersi il tutto. In sostanza: la riconferma che il femminile, da ombra minacciosa del privilegio maschile, può diventare quando occorre la sua salvezza.

La diffidenza rispetto a processi di emancipazione che sembrano obbedire più alla logica di uno «svantaggio» da colmare, che alla critica dell’ordine patriarcale che lo ha creato, non dovrebbe sorprenderci. Si può dire che è stato l’atto di nascita del femminismo degli anni ’70, la svolta rivoluzionaria di una generazione che al «dilemma uguaglianza/differenza» ha sostituito teorie e pratiche volte allo svelamento di quella rappresentazione del mondo che ha definito i destini del maschio e della femmina, a partire dalle vicende più intime: il corpo, la sessualità, la maternità.

Alle spalle, e senza la dovuta gratitudine, come accade per tanti cambiamenti radicali, le donne «nuove» e «impreviste» si lasciavano le battaglie per i diritti, l’uguaglianza, il riconoscimento delle «virtù del cuore» come requisito per una cittadinanza piena.

La critica dell’atto fondativo della politica – la separazione tra privato e pubblico, la divisione sessuale del lavoro, l’esclusione delle donne dal governo del mondo – è apparsa allora indistinguibile dalle costruzioni storiche – poteri, saperi, linguaggi, ecc.- che ne hanno permesso la continuità.

[…]

Come suona lontana, sepolta negli archivi di una stagione traboccante di speranze, creatività, apertura di orizzonti imprevisti e mirabolanti promesse, la scritta che campeggiava sul primo manifesto delle donne che erano riuscite, contro la diffidenza del sindacato, a far aprire un «corso 150 ore» presso la scuola media di via Gabbro, nel quartiere Affori-Comasina di Milano nel 1976: «Più polvere in casa, meno polvere nel cervello». Quasi tutte casalinghe, una volta aperta la porta di casa, non avevano più voluto che si chiudesse. Dopo la licenza media, corsi monografici, bienni sperimentali, una cooperativa di indirizzo grafico, sono venuti a dare realtà al sogno di un pensiero finalmente libero dalla «praticità obbligata», dal ruolo tradizionale di madri e mogli, reso consapevole delle infinite strade di una cultura rimasta per secoli appannaggio esclusivo dell’altro sesso.

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Infante è il mondo

“I malsicuri padroni e i malsicuri liberti si guardano con terrore, nostalgici gli uni del sicuro dominio, gli altri delle catene sicure. L’amore e l’aperta battaglia minacciano allo stesso modo la loro sicurezza”.
(Carlo Michelstaedter, “La persuasione e la retorica”, Adelphi 1982)

Come
La legge della sopravvivenza vuole che due esseri simili e ugualmente liberi debbano avere bisogno l’uno dell’altro per garantirsi la vita. Anche se il vincitore è il solo a poter affermare la sua individualità di fronte a un nemico divenuto “materia” e “cosa” per i suoi bisogni, come il padrone e lo schiavo essi sono costretti a restare uniti.
Per aver diviso astrattamente la proprietà della vita dalla potenza reale di crearla, due funzioni diverse e contrapposte si fanno complementari, e la disparità coperta dall’essersi indispensabili, sembra contare meno della convinzione che il distacco significherebbe per entrambe la morte.
La guerra che precede la spartizione dei campi e la distribuzione del potere sociale tra gli uomini è quella che vede il figlio trionfare sul corpo che lo ha creato per non doverlo temere e per conservarne i vantaggi. Tanto più necessaria quanto più capace di offrire nutrimento e piacere all’uomo che da lei dipende dominandola, la donna si rende indispensabile alla vita dell’altro, convinta di assicurarsi in questo modo anche la propria.
L’onnipotenza dell’organizzazione sociale cresce sull’impotenza del singolo, ogni forma di dominio su una consegna di schiavitù. Così il bambino riaccende ogni volta le sue paure per potersi affidare a una madre, e quando sente muoversi la libertà nella sue gambe e nelle sue mani, trema ancora di più e si finge bisognoso del calore che sta per perdere. Non ancora capace di far sentire la propria voce, l’ “l’infante” del mondo cammina per sentieri che altri hanno preparato per lui, ugualmente ignari e inconsapevoli del traguardo ultimo di quella fatica.
Sulla gran “via polverosa” della civiltà cammina un uomo a cui una madre, non si sa se premurosa o timorosa di perderlo, ha dato piedi da bambino, perché nello smarrimento continuasse a cercare braccia rassicuranti. Se anche le sue opere lo hanno visto farsi grande e sovrastare il corpo che lo ha partorito, il riposo e il compenso di tanto lavoro conservano la dolcezza che hanno i giochi di infanzia.
Una “tranquilla e serena minore età” fa da velo alla storia di una specie che non conosce ancora né nascita né morte, e che se anche tiene lo sguardo sopra il mondo, non può vederlo perché ha occhi ciechi.
(da L. Melandri, “Come nasce il sogno d’amore”, Rizzoli 1988, Bollati Boringhieri 2002)

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Chi ha paura della cultura femminista?

Articolo pubblicato il 28 marzo 2016

A quarant’anni dalla nascita del neofemminismo, che ha messo in discussione in modo radicale il modello maschile di società, non si può dire che manchino una cultura e pratiche politiche portatrici di questa consapevolezza nuova

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A quarant’anni dalla nascita del neofemminismo, che ha messo in discussione in modo radicale il modello maschile di società – a partire dalla divisione tra privato e pubblico, identificata col diverso destino di un sesso e dell’altro -, non si può dire che manchino una cultura e pratiche politiche portatrici di questa consapevolezza e responsabilità nuove. Quello che qualcuno ha chiamato sprezzantemente “piccoli cenacoli autoreferenziali”, residui di una “vecchia guardia” femminista preoccupata di mantenere la propria “egemonia, sono le centinaia di associazioni, gruppi, centri di documentazioni, biblioteche, librerie, case editrici, collettivi, case delle donne, centri antiviolenza, riviste, ecc., che hanno resistito finora all’arrogante messa sotto silenzio e marginalizzazione da parte della cultura dominante, custodi di un patrimonio di sapere che potrebbe dare risposte adeguate agli interrogativi del presente: personalizzazione della politica, populismo, razzismo, omofobia, trionfo della merce, esaurimento delle risorse naturali, crisi di un modello di sviluppo.

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