Conversazione con Ermanna Montanari, grande attrice, carissima amica

Il Teatro delle Albe, nato a Ravenna, ma ormai conosciuto in varie parti del mondo, suscita sempre in me un coinvolgimento emotivo profondo, ma, dovrei anche aggiungere, un’affettuosa riconoscente invidia. Ermanna Montanari e Marco Martinelli, la coppia che l’ha fondato, sono riusciti a mettere in scena, o, meglio, a “mettere in vita” quell’origine contadina -il dialetto, la terra, le voci e i gesti di vecchie famiglie patriarcali- che nella mia esperienza sembra essersi inabissata, quando sono fuggita dal paese. Tutta la loro ricerca è all’insegna della ‘contaminazione’, di una coraggiosa alchimia che può tenere insieme elementi diversi: l’italiano, il dialetto romagnolo e il wolof degli attori senegalesi, che sono con loro da anni; frammenti di testi classici e improvvisazione; il paese d’origine e le città del mondo, dove sono stati a portare la loro “testardaggine asinina”, la convinzione di poter cambiare qualcosa: “piantare il melo anche se scoppiano le bombe”. E’ questo “teatro impuro”, che fa giocare insieme i vivi e i morti, i drammi della storia e le tempeste dell’anima, ad affascinarmi, forse perché un po’ mi appartiene.
Incontro Ermanna in occasione di uno dei miei non facili ritorni in Romagna e vederla mi riconcilia sempre momentaneamente con luoghi che mi sono dolorosamente famigliari.
Ermanna
Il teatro non è qualcosa che si fa sul picco di una montagna, non riguarda solo l’estetica, è anche una questione di etica. Se sei un artista che vuole essere in relazione col mondo, in qualche modo ti devi ‘sporcare’ le mani. Questo è il senso che abbiamo dato a “impuro”. Nel momento in cui ti collochi dentro la pòlis, ti accorgi che, paradossalmente, ciò che è ‘locale, per esempio il dialetto romagnolo, che oggi si parla in pochissimi, una lingua possiamo dire di morti, una lingua fantasma, diventa paradossalmente ‘ultralocale’. E’ quello che succede quando vai in profondità nel riattraversamento dell’infanzia, quando ti addentri nei terremoti dell’anima, disposto a farti invadere da sogni e visioni antiche. Quando abbiamo abbandonato le nostre famiglie, io e Marco eravamo adolescenti che avvertivano un grande vuoto attorno, la mancanza di una comunità. Sono fuggita anche perché Campiano, il paese dove sono nata, era per me la puzza, la bruttezza, la famiglia patriarcale, il villaggio, la chiacchiera, il costume che diventava legge. Ho messo una saracinesca: non volevo più dire una parola in dialetto. Poi abbiamo cominciato come coppia a fare teatro. L’abbiamo imparato facendolo, ‘mettendo in vita’ le nostre vite. Non abbiamo mai recitato un testo, al massimo il testo veniva frantumato, ridotto in polvere, perchè sentivamo che il teatro stava diventando un museo. Nel momento in cui ho iniziato come attrice, mi sono trovata nel corpo ‘quel’ linguaggio: il dialetto scaturiva spontaneamente, in forma poetica. Vuol dire che ne ero invasata, che il mio corpo era ‘quella cosa’. I gesti venivano da soli, erano i gesti di mia nonna già vecchia, quel movimento del collo, tutti i gesti inutili che nel teatro diventavano comunicativi erano i suoi. La cosa meravigliosa che mi accadeva era di essere parlata da dentro. Per Marco, che non è romagnolo e che non sa una parola di dialetto, usare un’altra lingua è stato un esercizio di lucidità, di pensiero e di scrittura molto importante. Le figure inventate, incarnate sulla scena, erano anche persone reali, nonne a cui devo molto, perchè è come se mi avessero donato i loro gesti. Io nel corpo sono tremendamente ‘etnica’. Ogni volta che inizio, nel palcoscenico vuoto, quello che mi salta addosso è la mia lingua, il dialetto.
Lea
Il corpo, e tutte le storie, i volti, le impressioni che conserva, è al centro dell’originalissima drammaturgia di Marco: una scrittura inscindibile dalle membra vive degli attori, dalle ferite e ‘infezioni’ della pòlis, dalla esuberanza dionisiaca dei Senza Parola, gli allievi della vostra “non scuola”. Ma la tua presenza scenica è piuttosto quella di una “ voce-carne” che fa vibrare un corpo immobile. E’ nella tua voce che si realizza la più straordinaria delle alchimie tra parola, suono, gesto, memoria e senso; è in quella tua lingua particolarissima, che arrotola le parole fino a renderle incomprensibili, che il dialetto romagnolo, ruvido, fatto di suoni gutturali e di terra, si fa canto, musica, mescolanza di sensi e azioni, partitura materica capace di comunicare al di là di Campiano, fino ai più lontani paesi del mondo.Tu distingui nettamente corpo e voce: il corpo, dici, è “un soldatino” che “a volte mi abbandona”, un corpo di cui non ti sei mai sentita sicura, che non riesci a vedere nella sua interezza. E’ la voce che fa da guida, che muove il tutto. Nella voce c’è il tuo carisma, la tua capacità di estendere il corpo oltre i suoi confini, di uscire da te stessa, diventare altro, animale, fiore, sporgerti su quel pozzo di segreti che è il nostro organismo e ripescare, in una estrema lucidità, i tuoi fantasmi contadini. Non c’è nulla, tu dici, che “io possa insegnare alla voce, come se appartenesse alla semplice legge delle zolle”, a quel nonno patriarca che scandiva le parole lentamente come macigni. Su quel suono hai modellato la tua voce, mentre nel corpo in scena hai ritrovato piuttosto gesti di donne conosciute nell’infanzia. Non è forse una mescolanza riuscita di maschile e femminile, tratti solitamente contrapposti che, in quella specie di “plus-vita” di breve durata che è l’azione teatrale, si abbracciano?
Ermanna
Nella voce, non so perché, trovo una sorta di infinità, sono collegata al prima e al dopo. La voce è aria, mi porta fuori dal biologico. Come materia scenica è incandescente, smisurata, una materia con cui è bellissimo lavorare, perché scaturisce da sola. Il mio corpo invece non lo sopporto, perché è finito, ha un perimetro, un’altezza, che posso misurare. E’ questa misura che mi blocca, tanto è vero che non mi specchio mai, o mi specchio a pezzi. Ho timore di questa finitezza. Il corpo lo penso femminile, la voce maschile: il corpo mi da la misura dei gesti delle donne, gesti inutili di non comando, di sottrazione, un terremoto interno che non può apparire. Per questo io lavoro spesso nell’immobilità, ma è un’immobilità che dentro freme, che da un momento all’altro può scoppiare, come un vulcano sonoro, pieno di fuoco. Il pubblico deve percepire questa potenza che erompe come una lava nella voce. Il collegamento è nel punto più basso della terra, ma il movimento porta verso l’aria. La voce è terribilmente carnale, ma è anche ciò che si libera. Quello che mi fa ogni volta timore è che si tratta di un fuoco prepotente, che mi può incenerire. In questo modo finisco per essere terribilmente limitata e terribilmente libera, in quanto sono corpo e voce. E’ chiaro che l’uno e l’altra non si possono distinguere, la voce è parte del mio corpo, ma è l’aria che la costruisce. La voce è selvaggia, anarchica, estremamente mobile. E’ lei la mia guida e la mia disciplina. Lei sa cantare. Ne parlo in terza persona perché, se la pensassi come mio possedimento, sarei già una gabbia, sclerotizzata. Perciò cerco di non tarparle mai le ali, come se si trattasse di qualcosa che mi vola dentro. Credo sia un dono, e le sono molto grata
Lea
Tu hai scritto di essere rimasta per Marco una di “quelle donne di Campiano a cui muore la parola in gola”. Campiano è il dialetto, che hai parlato prima dell’italiano, è la terra, sono i ‘teloni-utero’ che i contadini mettevano sopra i pagliai a protezione del raccolto, sono gli antenati, l’umanità selvatica a cui hai cercato di dare una “misura”, incerta se vergognartene o esserne orgogliosa. Dal paese d’origine ti sei allontanata a vent’anni ma hai anche scritto: “Campiano mi ha attanagliata ogni volta che soffiavo un parola, che facevo un gesto, e con questo fastidio sono iniziati i miei lavori”. Hai detto anche: “E’ la luce che mi devasta, che trova sempre un buco dove infilarsi”. Io non sono riuscita, se non indirettamente a ‘rimettere in vita’ le mie radici, un passato che si è fatto deserto di memoria alle mie spalle e che non riesce a entrare, se non nascostamente, neppure nella scrittura più vicina alla vita. Ma, occupandomi con la stessa vostra tenacia ‘asinina’ del tema delle origini, so di aver cercato anch’io di estendere quel pezzo di terra dove sono nata oltre i confini segnati da un canale, per ricongiungerla con tutte le campagne del mondo e con la vitalità dei Senza Parola che le abitano. E’ così che voi avete potuto scoprire che la Romagna è un pezzo d’Africa e che i griot senegalesi non sono poi così diversi dai fulèr, i narratori delle stalle romagnole.
Ermanna
Il luogo d’origine può anche aprire l’orizzonte, anziché chiuderlo. Siamo stati da poco in Africa e prima ancora negli Stati Uniti. Sia nel villaggio senegalese che a Chicago abbiamo portato Ubu re di Jarry, lavorando con adolescenti del luogo. Ubu re è una figura riconoscibile universalmente, in quanto icona del potere. Questo è l’assunto iniziale, poi subentra quella disciplina quotidiana che è il Teatro delle Albe. Nessuno ha una proprietà di linguaggio precisa, per cui l’interstizio attraverso cui si è passati è stata in entrambi i casi la musica: a Chicago avevamo il rap, in Sènegal i tamburi. Da lì scaturisce l’azione energetica. Con lo stesso spettacolo siamo andati anche in Iran, in tutto il mondo. E’ sempre l’orda selvaggia degli adolescenti del luogo a creare le maschere universali dell’autorità: padre e madre Ubu. Non andiamo a proporre qualcosa di astratto, ma una realtà che si vive lì e che lì può essere riconosciuta.
Lea
“Essere attore -hai scritto nei tuoi appunti su Rosvita- è vivere in un breve tempo contemporaneamente la vita e la morte. Condizioni eccessive. Spasimare, bruciare. Tessere la vita di un essere invisibile che tra poco morirà. Essere attore è una mancanza. E’ carne riempita e paurosa…Fare del proprio corpo una croce. Corpo a pezzi. Corpo ossessionato dalla misura”. Quanto ha a che fare questa immagine del corpo terremotato con il fatto di essere donna e attrice?
Ermanna
Ha a che fare col mio modo di essere attore, una condizione contraddittoria, di allegrezza ma anche di terremotamento. L’immagine che ho è quella di doversi ‘purificare’: uno svuotamento fisico e psichico. Sai che non si va a ‘rappresentare’ ma a ‘mettere in vita’ un fantasma. E’ una ‘plus-vita’, un eccesso, l’invasione di qualcosa che ‘ti arriva’. Penso che anche tu l’abbia provato scrivendo: in alcuni momenti c’è la tua volontà che interviene, in altri è una grazia, e noi dobbiamo essere pronti a riceverla.

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