Pasqua in poesia

Ricevo e pubblico con piacere il poemetto “più pasoliniano” di Sotirios Pastakas a detta di alcuni -a ragione- il suo “canto del cigno”: “RAPSANI”. “Alla mamma”.

A Sotirios gli auguri dagli amichi e dalle amiche che in Italia lo leggono con interesse ed emozione, soprattutto dopo la pubblicazione della raccolta di poesie “Corpo a corpo” (Multimedia Edizioni, Salerno 2016).

Sotirios PASTAKAS
RAPSANI
Alla mamma
Una kawasaki nera
inchiodata sui suoi pedali
all’ombra di un olmo,
mille cento cc
seduti per terra,
una mosca sulla faccia
della mamma a sinistra
della mascherina di ossigeno,
a destra della mano sinistra
con l’ago a farfalla
della quadrupla infusione intravena
poco più in su
del catetere.
Adesso si sbarazza delle lenzuola
come si spogliava in nostra presenza
nel capanno di paglia
a Tsàghesi: poichè
aveva visto il sole
starsene immobile
sopra la città di
Làrissa esattamente
alle dodici del mezzodì,
e noi per la prima volta
vedemmo per la prima volta
il culo ignudo
di nostra madre
e odorava di umida sabbia
quella fessura
tra le sue cosce,
sentor di canne
e paglia secca,
una fetta di melone
in mezzo alle sue cosce,
sentor di neve giovinetta,
come odora la campagna
le felci, gli escrementi,
le mosche cavalline, la fresca
pagnotta, il pomodoro
addentato a piena bocca
quando ci imbeccava
con le sue stesse mani.
E come teniamo in mano
stretta la pesca
un attimo prima di morderla,
tutta la notte la mano
le stringevo che voleva
strappare i tubicini
dell’ossigeno dal naso,
il catetere dalla fica,
la fica di nostra madre:
sapor di melomakàrono
e kurabiès al burro,
una fetta di pane spolverata
di zucchero e olio, talvolta
di cacao, uova strapazzate
rosse di pomodoro,
col materasso sul pavimento
in mezzo agli odori delle piote
non lavate e dei calzini frusti,
odor di focaccia al formaggio,
quando la prima volta vedemmo
il culo di nostra madre,
burek e sàmali,
turdilli e ravanì,
gombi e carciofi,
le sue due chiappe
con l’odor del mare
marcio e della stella marina
prosciugata sotto il sole,
pane ammuffito
e formaggio feta inverdito.
Ed erano una volta verdi
le acque e azzurre
a Tsàghesi, poi,
quando divenne Stòmio
papà ci trasferì
ad una stanza in affitto.
Quel capanno accanto all’onda
rivendicarono quelli che
non avevano ancora una radio,
non andavano a prendere
pile all’edicola
insieme ai topolino e romanzo,
il commissario Maigret,
i primi Asterix
e Al Bano –
ormai diventava cosa corrente
costruire alloggi abusivi
da Ajòkambos
a Velìka, Xinò Nerò
fino a Messàgala,
Nei Pòri,
Platamonas
e, più oltre: Skotìna,
Leptokarià, Litòchoro
e il litorale di Katerini.
Dovunque io volga lo sguardo
oggi che la mamma sta morendo
tutte le case sono aperte,
tutte le spiagge occupate,
il popolino abbandonato
al divino mese di luglio,
dopo aver vissuto l’epopea
della casa di campagna,
dal capanno di paglia
alle camere in affitto,
e edificato senza corrente
elettrica, senza acqua, fuori piano
regolatore, sì, e fuori da Làrissa città,
all’ombra delle buganvillee
dei gelsomini e degli alberi da frutta,
le unghie rosse dei piedi,
e aggiustato un po’ la cellulite
alle cosce e al pancino,
madri che si portavano le pettinatrici
da una casa all’altra, si smagliavano
(facilmente si smagliavano i primi)
i collant, si aprivan le maglie
le accomodavano coi rammendi.
Preparavano la dote
con le Singer a pedale,
cucivano, scucivano, ricamavano,
aprivano una finestra
all’iniziale pianta della “villa”,
vi aggiungevano un terrazzino,
una piccola veranda, una scala a corda
(eran testoni i loro mariti,
ma obbedienti: compravano dal macellaio
e portavano sempre una scatola
di pasticcini la domenica e le feste).
Ci crescevano a furia di botte al sedere,
ci punivano, ci smerdavano
ed era instancabile la nostra mamma:
erano lucide le sue ginocchiere
lungo i tornanti
guidando la millecento
che la portava a Rapsani
a gustarsi poi un’ anisetta
con noi in dolce compagnia sulla piazza,
sotto i platani che stormivano
e l’Orologio Comunale, prima di
prender da sola la strada per Sant’Attanasio,
la salita, su sedie di vimini
aveva sistemato il culo ,
quello che mi aveva svelato
quando avevo otto anni
a Tsàghesi e quello che adesso
mi mostra all’Ospedale Generale
di Làrissa, e ancora mi ubbriaca,
col flusso dell’acqua
chiara che scorre nel solco,
quell’odore preciso
della sacca per urine,
l’esalazione della carne
febbricitante, lo strazio
degli intestini, le feci,
le salive, le secrezioni,
il fetore del fico
che spinge i suoi rami
attraverso le finestre
della casa sventrata,
un insistente ronzio di mosche,
innumerevoli mosche
che hanno invaso all’improvviso
la corsia a quattro letti
dei moribondi. Così,
come la nostra mamma
e le mamme degli altri
abbandonano la vita,
ognuna nel proprio letto
con una bracciata di aghi di pino,
un fascio di paglia nelle mani,
un ciuffo di foglie di tabacco,
con gli aghi delle querce
a bruciar loro ancora le dita,
la teglia uscita dal forno
per il pranzo della domenica,
le ferite aperte
per le parole che talora nella rabbia
pronunciammo, tutti noi,
un mazzetto di origano,
un grembiule pieno di arance,
nella mano un solo, orgoglioso
melograno per il Capodanno,
e un cero per la Pasqua
per sempre acceso nella nostra memoria.
Mamma, smettila di giocare a nascondino.
Sei la mosca
immobile sopra il nostro naso
ogni volta che ci svegliamo
a mezzogiorno inoltrato la domenica
a Rapsani.

Traduzione Crescenzio Sangiglio

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di Sotirios Pastakas

Πίτσα, ίντερνετ,
πράσινες μπύρες.
Μετρώ τα λάικ
στο φέισμπουκ.
Με 4.798 φίλους
μόνος μου να τρώω
κάθε βράδυ.

Pizza, internet
green beers.
I count the likes
on face-book.
With 4,798 friends
and here I am eating alone
every night.

(Ροή Ρακής, Flow of raki)

Παστάκας, Σ. (2014), Συσσίτιο, Forepaw Press, σελ. 85 / Pastakas, S.(2014), Food line, Forepaw Press, p. 85

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Le silenziose elezioni di settembre, di Sotirios Pastakas

17 settembre 2015
Le silenziose elezioni di settembre

Un articolo di Sotirios Pastakas

In giro, nel mercato popolare, c’è aria di mutismo: non abbiamo incontrato neppure un politico per strette di mano, opuscoli, come capitava sempre in periodo elettorale. Resta solo l’ inventiva sarcastica dei rivenditori: Tsipras, durante il dibattito televisivo dell’ altra sera, non beveva l’acqua potabile. Nel bicchiere aveva “tsipouro” senza anice (gioco di parole col cognome di Tsipras) come impone la moda fra i giovanni benestanti Ateniesi.
Meimarakis è stato considerato il migliore, ha vinto il dibattito in tv, ma ha perso per aver voluto dare l’impressione del “macho forte”. Questo può fargli guadagnare il consenso di alcune elettrici che insistono sul “cazzo e botte”, ma ha perso la sua fisionomia da destra moderata e laica.
In ogni caso, buone le schermaglie televisive, i politici sono efficacemente protetti dallo schermo, come in un acquario, ma non hanno più il coraggio di uscire e camminare da soli in mezzo al popolo. Ci siamo risparmiati strette di mano e abbracci e selfi. Fuggiti via dalla polpa dei manifesti e striscioni: l’unico manifesto che ricorda le elezioni in tutta la città di Larissa è quello di “Syriza”.

Le elezioni di settembre 2015 avvengono in un assoluto silenzio. I politici non convincono più il loro elettorato tradizionale: i loro discorsi nelle piazze non eccitano nessuno. Dal canto suo il corpo elettorale sta in coma: nessuno alza la voce, nessuno è appassionato, nessuno dà loro un senso.
Il vincitore di queste elezioni è il mutismo. Il Pasok silenzioso si aggiudicherà di nuovo il risultato elettorale, per il quale il popolo greco tuttavia non dà un centesimo.
Quando per le elezioni europee del 2014 ho scritto sul “Pontiki” (una rivista satirica greca) che il vincitore delle elezioni sarebbe stato il “Pasok profondo”, il mio articolo naturalmente non è stato pubblicato e ha segnato la fine della mia collaborazione col sudetto giornale.
Il Pasok nascosto nelle viscere della vita politica greca, lo sanno tutti che ha contribuito enormemente alla vittoria elettorale di “Syriza” nel gennaio 2015 e continuerà a sostenerlo di nuovo: il Terzo Protocollo non passerà, se non c’è un governo di “sinistra” nel paese. Meimarakis conscio di questo fatto, e prima di andare al congresso della Nuova Democrazia per consegnare le dimissioni da capo estemporaneo del partito, può comportarsi ancora da bulletto di periferia.

Il mutismo di strati popolari può essere una sorpresa naturalmente. Breve salmo Alleluia. I politici si nascondono. Gli elettori non sono appassionati. Il partito dell’astensione sarà il terzo partito. La Grecia insiste a sopravvivere attraverso una serie di miracoli in successione, da ricordare a Kazantzakis.
I Greci aspettano dunque il prossimo miracolo che li salverà nel vuoto assoluto dei politici e indipendentemente dal risultato di un voto cupo.

SARAJEVO, di Sotirios Pastakas

Non “ponti lastricati di poesia ” – come nella toccante poesia di Sotirios Pastakas- ma filo spinato e muri nell’Europa di oggi.
Sotirios Pastakas, SARAJEVO
a Raffaella Marzano
Una pausa a microfono aperto
un «grazie» con voce strozzata
occhi velati,
si incrina anche la voce
crolla come un ponte.
Un ponte è la voce
che unisce le due sponde
del Miljacka
per far passeggiare
la gente si incontra e scambiarsi
abbracci. Un ponte per far
camminare le poesie.
Sento la guerra
nella voce di Josip Osti,
colpi di mitraglia,
raffiche di Kalashnikov.
Amore e pace
nella voce di Jack Hirschman,
il perdono concesso ai torturatori
nella voce di Carmen Yanez,
l’umorismo mortale serbo
nelle battute
di Sinan Gudzevic,
la robustezza nella voce
di Tony Harisson
mentre narra
i suoi spettacoli
al Teatro Antico di Epidauro,
davanti al monumento
della Fiamma Eterna
e le sue esperienze
come corrispondente di guerra
dall’assedio di Sarajevo.
Perché la voce
che meriterà la poesia
deve essere provata
in tutte le condizioni,
deve aver camminato
su ponti fatti saltare
per divenire un ponte
essa stessa. Deve
aver cantato
non solo Bella Ciao
ma anche tutte le canzoni popolari.
La voce che articolerà
un giorno
la Poesia
deve aver raccontato molte barzellette,
risolto vari scioglilingua
nonsense e calembour.
Prima della recita
Jack Hirschman ci haracontato
di Edipo a New York,
lo hanno chiamato
motherfucker i tassisti
-all’unico ristorante
della Barshasha che serviva
cevapcici insieme ad un bicchiere
di chiaretto,
e dopo
ha cantato per noi Kalinka
e “fiume amaro dentro me”,
gli amici stretti
le amanti occasionali
e ufficiali,
la sua stessa madre.
Perché la poesia
e’ un gioco di scacchi
con pezzi enormi
fra la gente,
ha parole pedoni
e alfieri parole
torri corpose
cavalli sciolti,
poesie maschie da Re
e femmine da Regine.
Perché la poesia
è sempre una dei due
è sempre nera o
è sempre bianca.
Solo quelle non riuscite
rimangono come una partita
di scacchi in corso,
insieme bianche e nere
l’incompiuta
l’infinita
l’ermafrodita.
Quelle che non hanno camminato
mai agli antipodi,
non stanno in piedi
-perché la traduzione
e’ la borsa dei canguri
e quel che scriviamo
deve reggersi sui due piedi
in tutte le lingue del mondo
ha bisogno di farsi
strada nel mondo
senza paura,
sia nei viali illuminati
sia nei vicoli ciechi dei drogati,
divenire una strada
semplice e tranquilla
come piaceva a lui
da battezzare con il suo nome
Izet Sarajlic,
una piccola strada
nel labirinto della città.
La traduzione della poesia
e’ questa marsupiale
pita kebab
le cipolle infarcite nelle viscere,
un bicchiere di kefir,
questo sole
che gioca a nascondino
tra le nuvole.
Sono Raffaella, Pier Paolo
E Giancarlo Cavallo
che ci fanno cenno
dal tavolo di fronte,
sono il sorriso
di Eloy Santos,
il rap di Deborah Major,
la calvizie verticale
del poeta di Dubrovnik,
l’introversa poetessa
turca,i talismani
e le borse a tracolla di Aggie Falk,
la lente dell’occhio
di Mario Boccia, il vigile
guardare di Francesco Napoli
e la gentilezza innata
di Sergio Iagulli, la languida
passione nella voce di Maram al Masri
sono tutte queste pietre
le une accanto alle altre
a formare il ponte lastricato
con le poesie
sopra il Miljacka
in tutti questi dieci anni,
perché la poesia è sempre
la scommessa di chi
riesce a rubare
all’assurdo
la causa della sua esistenza,
a disarmarlo,
a renderlo indolore per noi.
La poesia è sempre
il ko finale
dell’ afasia, del lutto,
della mancanza di volontà del destino,
ha il naso rotto
di Paul Polansky.
Tutti i poeti sono pugili
anche se sono inetti
nella vita quotidiana
anche se non sanno guidare.
sostituire una lampada
o inchiodare un quadro
al muro e tremano
come le foglie di betulla
alle raffiche di Kalashnikov,
perché i poeti
si fanno lisciare
da tutte le lingue del mondo
fino al punto
che la morte non avrà
nessun potere su di loro,
perché la morte
non possiede ponti di parole,
sui suoi ponti
non camminano poesie.
La morte è un fiume
che fluisce attraverso
ponti crollati,
voci inudibili
nessun fonema da distinguere,
né gerundio, né verbo.
La morte non ha voce
strade case piazze
ne’ biblioteche ha la morte,
questa città che ci e’ stata data,
sta guardando la morte,
pronta a riempirla di edera
rampicante, per far
camminare i vermi
con la segreta speranza
che spuntino loro le ali.
La morte un colle verde
di ossa col muschio
dell’utopia,
ma non cambiano colore le parole
di Izet, che dalla sua tomba
qui in alto le disperde
ogni giorno nel cielo
di Sarajevo.
(Dal libro di Sotirios Pastakas, “Corpo a corpo”, Multimedia,Salerno 2016)

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‘Che cos’è la poesia’? Risposta di Sotirios Pastakas

A Massimiliano Damaggio che gli chiedeva:
“Che cos’è la poesia per lei?”, Sotirios Pastakas risponde:
“La poesia è lingua, e come lingua crea nuove sinapsi fra le cellule nervose, i neuroni del cervello umano; dopo una poesia sconcertante il cervello umano inizia a lavorare diversamente; cambia il modo con cui vediamo il mondo e tutto ciò che ci accade. In questo modo, la poesia cambia il mondo. E poiché i neuroni e le sinapsi sono miliardi di miliardi, ci saranno sempre nuovi poeti che scuoteranno il nostro pigro cervello”.
La poesia può vagabondare per il mondo perché appartiene, nelle sue espressioni più riuscite, al corpo/anima del mondo e tutte/tutti coloro che lo abitano.

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Corpi a digiuno, di Sotirios Pastakas

Corpi a digiuno di Sotirios Pastakas dal libro Corpo a corpo, Multimedia Edizioni, Salerno 2916.

 
Corpi a digiuno s’appendono
alle maniglie nel tram,
nella metro. Compressi,
si toccano come succede
la domenica quando diventano
archi i giovani corpi.
Quando li lacera l’eccitazione.
E si abbracciano.
Che non entri il controllore
e ne trovi uno da solo
senza biglietto.

Sotirios Pastakas, ‘Corpo a corpo’

Ho apparecchiato la tavola per uno.
Solo per me. Ho acceso la tv.
Mi sono seduto. Per salvare il capitalismo
sono richiesti sacrifici a tutti noi.
Il telefono ha squillato. Mi hai chiesto
se potevi venire.
Potevi. Ho spento la tv.
Mi sono alzato. Il capitalismo
sanguina e sta morendo. Ho pensato.
Ho cambiato la tovaglia.
Ho apparechiato la tavola per due.

Sotirios Pastakas, Corpo a corpo, Multimedia Edizioni, 2016

Έστρωσα το τραπέζι για έναν.
Για μένα. Άναψα την τιβί.
Κάθισα. Για να σωθεί ο καπιταλισμός
απαιτούνται θυσίες απ’ όλους μας.
Χτύπησε το τηλέφωνο. Ρωτούσες
αν μπορούσες να περάσεις.
Μπορούσες. Έσβησα την τιβί.
Σηκώθηκα. Ο καπιταλισμός
αιμορραγεί και πεθαίνει. Είπα.
Άλλαξα τραπεζομάντιλο.
Έστρωσα το τραπέζι για δύο.

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(πίνακας: Edward Hopper (July 22, 1882 – May 15, 1967))

Sotirios Pastakas: “Perchè l’arte torni a sorprendere la gente comune”

Un suo scritto: Il compito dell’artista in tempi di antipolitica.
“Perchè l’arte torni a sorprendere la gente comune”
La fisica della poesia
L’arte e la scienza sono mondi paralleli. Le molecole che esistono nella loro unicità, quando si attraggono e si respingono contribuiscono alla creazione dell’universo. Sono fermamente convinto che il principio del kosmos è la parola. La parola dà inizio all’universo. A cominciare da Omero, e ancora di più, prima di lui, da Esiodo, tutta l’umanità ha creduto ed è rimasta entusiasta della poesia. Ciò è continuato fino al 1950 circa, o, per essere più precisi, fino al 6 Agosto 1945: dopo l’esplosione della bomba atomica su Hiroshima, il mondo è stato affascinato da qualcosa che ha finito per erode lentamente il suo interesse per le arti.
Il rapido sviluppo della fisica e della scienza in generale ha spostato lentamente l’interesse dall’arte alle realizzazioni tecnologiche.
Le conquiste della scienza, negli ultimi 50 anni così spettacolari, sono state scolpite nell’ immaginario inconscio di noi tutti, così profondamente da sostituire la sorpresa fino a poco tempo fa fornita solo dall’ arte.
La mia opinione personale è che la crisi, di cui tutte le arti sono travagliate al giorno d’oggi, non sia dovuta ai luoghi comuni che sentiamo tutti i giorni: la crisi degli autori, la debolezza delle opere, la vista incompleta dei media, i ragazzi che non leggono ecc, ecc.
Per anni ho consolidato la mia convinzione personale che le arti hanno cessato di sorprendere la gente comune. La sorpresa la offrono le scoperte scientifiche che bombardano il nostro quotidiano, e che hanno spostato l’ interesse dell’ immaginario collettivo verso le esigenze della Fisica, della Biologia, della Medicina e dell’ informatica.
Il poeta sembra non esserne toccato: bloccato in una routine che spesso è ancora più misera e petulante dei suoi lettori, dissipa il suo “canto” per esperienze quotidiane banali. Il suo dire non ha più l’alibi dell’ unico e dell’ irripetibile.
La poesia, come le altre arti, ha un urgente bisogno di riscoprire la sua natura: che la spinta propulsiva che ha viaggiato da Omero ai giorni nostri ci possa accompagnare fino alla fine del mondo … In principio era il Verbo, sarà ancora la poesia a scrivere la parola fine.
Auspico una Poesia escatologica che prenda ancora una volta il primo posto nelle nostre emozioni. Basta farsi cullare dal pensiero che in ” tempi di antipolitica”, il compito dell’artista è semplicemente mantenere viva la fiamma della candela, con la speranza che ci sarà una nuova era.
Non possiamo più aspettare. Andrej Tarkovskij è l’ultimo poeta che ci ha indicato la via: il Poeta (con la P maiuscola prego) è il cacciatore testardo dell’ assoluto. Per inseguirlo è disposto a sacrificare se stesso.
Solo quando l’artista sarà disposto a inseguire l’assoluto e offrire in sacrificio per il bene dell’ Arte la sua esistenza personale, solo allora saremo di nuovo poeti. Fino ad allora, fino a quando non si manifesteranno questi giovani artisti (nella musica, nei film, nella pittura, nella poesia, nel teatro), l’ Arte rimarrà comunque un prodotto di consumo ad opera di vari servizi culturali, e continuerà a essere molto indietro rispetto al passo della scienza.

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L’Europa vista dalla Grecia

Intervista al poeta greco Sotirios Pastakas, a cura di Francesco Napoli.
(“Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea”, n.1, 2013, Raffaelli Editore)
Stralci
“D. La tua impressione immediata alla parola “Europa”?
R. Cosa posso dirti, per me e per tanti come me resta uno spazio dove noi poeti Greci apparteniamo di diritto, e ci mancherebbe pure visto cosa abbiamo saputo dare origine con la nostra poesia, ma al quale “non appartiene” la nostra società, e non capisco perché.
D. Come appare adesso l’Europa vista da laggiù?
R. Mi piace una immagine medica: in particolare tutti i paesi del sud Europa sembrano essere sieropositivi, ma chi vi vive ne è perfettamente consapevole; mi chiedo se negli altri paesi ne sono allo stesso modo consapevoli. Perché la mia sensazione , e forse anche più di una sensazione, è che l’AIDS l’hanno un po’ tutto in Europa. Siamo tutti ammalati di una medesima malattia ed è certamente meglio aiutarsi che combattersi.
D. La Grecia, si sa, è al centro della discussione, almeno da questa parte del continente: come vivi nella tua nazione questo momento?
R. Posso dire una cosa che potrebbe apparire paradossale? Non abbiamo più paura della eventuale povertà, e credo possa essere considerata una forza. “Solo i morti sono poveri,Angela Merkel”, tanto per menzionare la chiusa della mia trilogia sulla povertà.
D. Euro o non euro, questo è il dilemma: ma non ti pare che sia in ballo anche altro?
R. Sicuramente in ballo c’è la Germania nazi di una sorta di Quarto Reich!
D. Non ti sembra che questa crisi dell’Europa possa essere letta come simbolo della crisi dell’uomo contemporaneo?
R. No, categoricamente no. Per me la crisi attuale è un prodotto lordo del sistema bancario, punto e basta. Esempio: le banche hanno nelle mani 1 euro e ne prestano 99…da chi vogliono indietro i 100? Ma dalle categorie più povere (Ma forse vale il contrario: hanno in mano 99, ne prestano 1 e poi vogliono 100).
D. Le ricette possibili per recuperare un’idea di Europa, e di uomo, ammesso che questa idea vada poi recuperata?
R. Non c’è ne può essere una. Quello che oggi è la Grecia per l’Europa, fra pochi anni sarà l’Europa nel suo insieme per la Cina: un continente fallito, abitato da vecchi.
(..)
D. La cultura greca come ha risposto alla situazione di oggi? E la poesia in particolare?
R. Come era lecito attendersi la poesia , come poeti e uomini legati al genere, ha reagito a modo suo ma con energia, quasi “violenza” mi verrebbe da dire. E non tanto commentando la situazione economica e politica, intervenendo nello specifico delle singole misure via via adottate, almeno nelle sue espressioni artistiche, ma con un insolito fremito vitale, quello stesso che caratterizza ogni essere che vuole conservare gelosamente la sua autonomia d’azione e di pensiero.
(..)
D. Nella tua poesia c’è ora ampio spazio al registro “civile”. Parlaci un po’ più diffusamente della tua storia poetica, così da farti conoscere meglio dal pubblico italiano.
R. E’ appena uscita, ottobre 2012, la mia trilogia sulla povertà: 100 composizioni in tutto, scritte dal 2010 a oggi. Non so se questo è il momento giusto di questo dialogo ma devo anche confessare che personalmente la crisi l’ho vissuta in anticipo essendo licenziato dal mio lavoro l’anno prima, nel 2009, e quindi la crisi ufficiale, quella letta su tutti i giornali e che nel paese è arrivata come una mazzata, mi ha trovato in qualche modo preparato.
(..)
D. Quali sono le tue attese per i prossimi anni, sia pure sul piano culturale, e non solo greco, ma anche su quello legato alla società dell’Essere?
R. Un grande poeta che verrà dagli strati più poveri, e direi quasi così come evocato da Alfonso Gatto. La povertà passa, non è certo una malattia, perché alcune di queste passano. Sono per inclinazione ottimista, anche su questa attuale società. Sono quasi certo che saprà trovare le energie per risorgere, anche dopo questa crisi ormai decennale e profonda come poche nella storia dell’Occidente. Potrebbe perfino venire fuori dalle ceneri di questa società odierna una più grande e migliore.

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Sotirios Pastakas, ‘Corpo a corpo’

E’ uscita finalmente in italiano un’ampia raccolta delle poesie di Sotirios Pastakas, poeta originalissimo e caro amico.

Il libro sarà presentato in occasione di un tour di Sotirios in varie città italiane a partire dal 24 giugno prossimo.

Qui: copertina e quarta di copertina.

“Sotirios è- come qualcuno lo ha definito -un poeta dello sguardo: uno sguardo che scava, spudorato e impietoso, nelle ferite del corpo, nominando i risvolti “indicibili” di un amore finito (L’esperienza del respiro), che si aggira negli interni delle case passando dai gesti più banali della quotidianità al dialogare tenero e pensoso col proprio gatto (Jorge). Ma è anche lo sguardo che riesce ad accostare la violenza del mondo alla distruttività con cui ci accaniamo talvolta sul nostro corpo, che può, attraverso pochi versi scarni, far incontrare in cucine disadorne, su tavole quasi vuote e cibi sempre più poveri, l’“empasse economica” che sta attraversando il suo paese e la spinta a creare nuove forme di “collettività” e di “altruismo” (Pasto dei poveri).
Lea Melandri

Siamo conviti che il lettore conoscerà, con questo libro, un eccellente poeta greco contemporaneo che riflette nei suoi testi molte delle tenebre economiche ed esistenziali che assediano il più luminoso dei paesi del mondo.
Jack Hirschman
Sotirios Pastakas è nato nel 1954 a Larissa in Tessaglia, dove è tornato a vivere due anni fa. Ha studiato medicina a Napoli e Roma e per trent’anni è stato psichiatra ad Atene. Ha pubblicato quattordici raccolte di poesie, un monologo teatrale, racconti e un libro di saggi ed ha tradotto diversi poeti italiani (Sereni, Penna, Saba, Pasolini, Gatto). Collabora con varie riviste letterarie con saggi e traduzioni. SSotirios Pstakas, “Dal 1994 è membro della Società degli Scrittori Greci (Greek Writers Society). È stato tradotto in dodici lingue e ha partecipato a vari festival mondiali di poesia.

Sotirios Pastakas, “Corpo a corpo”, Multimedia Edizioni, Salerno, 2016

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