Sul FertilityDay

Molto peggio del Family Day.
Se le donne fossero “mucche da latte”, come sembra considerarle il Piano Fertilità del Ministero della Salute, interverrebbe la protezione animali per sfruttamento intensivo. Del tipo: allevamento.
Ipocrisia massima: le donne sono state da secoli un “bene comune ” (vedi: obbligo procreativo). Quello che oggi fa problema è che cominciano a non volere esserlo più.

Condivido l’ottimo articolo di Giorgia Serughetti, riservandomi riflessioni meno emotivamente ‘pregiudizievoli’ dopo aver letto il sermone ministeriale alle ‘cattivissime’ donne che non fanno figli.
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“Le donne childfree in Italia sono circa il 20%, e secondo una ricerca dell’Università di Firenze, solo una piccola percentuale di ultraquarantenni che non hanno avuto figli avrebbe cambiato idea nel caso fossero state in atto migliori politiche pubbliche di sostegno alla maternità. Un terzo delle donne intervistate non è voluto invece diventare madre per via delle eccessive rinunce che un figlio comporterebbe, constatando che sono le donne a dover sopportare in toto il peso della cura dei figli, la cui presenza determina molto frequentemente un peggioramento del loro status e la perdita di diritti e posizioni all’interno della coppia, così come nella società.”

(Immagine tratta dalla campagna del FertilityDay)

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Il piano contro la violenza sessuale è un’occasione mancata

Articolo pubblicato il 12 giugno 2015 su ‘L’Internazionale’

Il piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, approvato il 7 maggio, nasce dal lungo e paziente lavoro volontario dei centri antiviolenza. Oltre che dall’impegno di larga parte del femminismo per far uscire la violenza maschile contro le donne dal confinamento nei casi di cronaca nera, nella patologia, nelle conseguenze del degrado sociale e dell’arretratezza di culture straniere. Ma di questo “precedente” storico, culturale e politico, benché ampiamente documentato, nella premessa del piano non c’è traccia.

Si parla di “fenomeno strutturale”, dovuto a rapporti di potere diseguali tra i sessi, della necessità di un “sistema integrato di politiche pubbliche” per la salvaguardia e promozione dei diritti umani delle donne, di azioni a favore delle vittime e interventi di contrasto alla violenza di genere, associata – nella ratifica alla convenzione di Istanbul (15 ottobre 2013, legge 119) – “alle disposizioni urgenti in materia di sicurezza” e “protezione civile”.

Il primo e unico passaggio in cui viene riconosciuta ai centri antiviolenza una “rilevanza” particolare e un legame con il femminismo, si trova negli “Obiettivi del piano”. Da quel punto in avanti saranno sempre accomunati, senza alcuna distinzione, alla realtà del privato sociale, del terzo settore, dell’associazionismo governativo.

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Cara Laura Boldrini

Cara Laura Boldrini,
Leggo oggi su Repubblica (10 giugno 2016), a proposito della impressionante sequenza di omicidi di donne, la sua indignazione e il suo giusto richiamo perché “Dai politici alla Tv, ognuno faccia la sua parte”.
Mi permetta di obiettare.
In questo Paese, che lei chiama a mobilitarsi in tutte le sue componenti, politici e tv -ma io aggiungo intellettuali, opinionisti, scrittori, professionisti,ecc.- la loro ‘parte” , riguardo alla barbarie perdurante nella relazione tra i sessi, l’hanno sempre fatta, ed è stata quella di passare sotto silenzio per non dire di osteggiare apertamente, il pensiero, le pratiche, l’impegno volontario, nati da quasi mezzo secolo di femminismo.
All’occorrenza si è parlato di “silenzio del femminismo”, quando serviva per una qualsiasi causa politica che le donne scendessero in piazza. Ma per il resto si è preferito decidere che fosse “muto” o “defunto”, pur di non aprire uno spazio e dare voce all’ unica cultura che in Italia ha scavato e continua a scavare a fondo in un dominio del tutto particolare, come quello maschile, che passa attraverso le vicende più intime, come la maternità e la sessualità, e che forse proprio per questo vede perversamente intrecciati amore e potere, amore e violenza.
Non parliamo poi della marginalizzazione a cui vanno incontro i centri antiviolenza, come conseguenza del “Piano straordinario d’azione”, appena approvato, che li nomina a malapena, come servizi sociali, Terzi settore, e non come i luoghi che hanno esteso da decenni all’accoglienza e alla tutela delle vittime la pratica di ascolto che è stata dell’autocoscienza, la difesa dell’autonomia e delle consapevolezze nuove venute d movimento delle donne degli anni ’70.
E infine: se vogliamo che siano gli uomini a rendersi conto che questa violenza “li riguarda”, in quanto legata alla storia e alla cultura del maschile come “genere”, perché non dare la visibilità che meritano alle associazioni come “‘Maschile Plurale” che da decenni si interrogano sulla “virilità”, su ciò che gli uomini hanno da guadagnare e non solo da perdere dalla libertà delle donne?
Questa è la “parte”, l’assunzione di responsabilità che molte di noi, femministe di diverse generazioni, pazientemente rabbiosamente aspettiamo da tempo.
Lea Melandri

Equivalenze che permangono: Famiglia=Donna=Madre=Figlio

(Brevi riflessioni di Maria Luisa Boccia e mie)
“Dalle leggi di assistenza alle madri nubili, le prime ad acquisire visibilità e perfino una qualche forma di ‘diritto materno’ (Mozzoni, 1975), alle leggi di tutela alla madre lavoratrice, a quelle di assistenza alla maternità, fino al riconoscimento della parità tra i genitori, l’interesse è stato rivolto alla famiglia e in questo ambito alla funzione materna, più che alla autonomia della donna singola (Saraceno, 1992; Pitch, 1998) (….) L’intervento dello Stato non è in realtà rivolto alle donne, quali soggetti, ma alla funzione riproduttiva che esse svolgono, ed è sempre più centrato sul nascituro, il vero soggetto debole, il cui interesse è compito prioritario tutelare (…) La maternità è insomma un bene pubblico, che lo Stato deve tutelare anche contro le madri, ed è grazie a questa rilevanza politica della funzione primaria a loro assegnata che le donne –singole o coniugate, madri e non- hanno acquisito la cittadinanza in modo del tutto peculiare. Diversamente dagli individui maschi infatti sono stati loro attribuiti diritti specifici, riferiti non tanto alla loro persona, ma alla funzione materna presunta naturale che, in quanto donne, sono tenute a svolgere. E spesso sono state le donne stesse a richiedere questa tutela, dando priorità al riconoscimento di diritti sociali piuttosto che a quelli civili e politici.”
(Maria Luisa Boccia, “La differenza politica. Donne e cittadinanza”, Il Saggiatore 2002)
“Questa ambigua presenza-assenza delle donne nella sfera pubblica si fa evidente quando viene posta dall’emancipazionismo tra Ottocento e Novecento la questione della cittadinanza. Il ruolo materno, inteso come differenza, «natura» femminile, dopo essere stato il luogo in cui si è giocata l’esclusione delle donne dalla res publica, diventa, come scrive Annarita Buttafuoco, «un requisito essenziale per la piena assunzione di diritti», oltre che un «valore civile» capace di creare forme più umane di socialità (Buttafuoco, 1997). La contraddizione non tarda a manifestarsi quando alla richiesta diritti uguali di cittadinanza si vengono ad affiancare leggi di tutela, col risultato che «la posizione di debolezza delle donne viene così confermata, normandola» (Boccia, 2002).
Le donne tentano, in altre parole, di ribaltare l’accezione negativa del modello che le ha tenute per secoli in condizione di minorità sociale, giuridica e politica: della sensibilità, della oblatività femminile, della maternità, fanno il loro punto di forza, i «valori» su cui ridisegnare la struttura stessa dei rapporti sociali.
Il dilemma della cittadinanza – uguaglianza/differenza- si va a collocare sostanzialmente dentro la dualità che l’uomo ha creato, ponendo se stesso come misura neutra, universale, e la donna come «differente». Di qui una serie di incongruenze. Nell’idea che bastasse capovolgere e ridefinire in positivo, e quindi come «valore», l’appartenenza al sesso femminile, l’emancipazione riproduce in qualche modo posizioni di complementarità e gerarchie note. Le associazioni delle donne, puntando sull’estensione delle «competenze femminili» alla sfera pubblica, finiscono per dedicarsi a opere di carattere meramente assistenziale, anche se non si può negare che abbiano in questo modo contribuito a cambiare l’idea di politica e di società. Più inquietante è l’esito della valorizzazione della maternità in chiave etnica: la missione delle donne nelle guerre coloniali «nella duplice versione della donna- madre custode del benessere famigliare e della purezza razziale e di educatrice delle donne colonizzate» (Papa, 2009).”
(Lea Melandri, in “Femministe a parole. Grovigli da districare”, Ediesse 2012)

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2 giugno 2016. Luci e ombre di una ricorrenza

Nel 1946 lo Stato italiano riconosce, estendendo anche a loro il diritto di voto, le donne come ‘cittadine’.
L’anno successivo, 1947, viene approvata la Costituzione che definendo la famiglia “società naturale fondata sul matrimonio” (art.29) e sulla ” essenziale funzione famigliare dela donna” -subordinata perciò al lavoro, alla sua attiva presenza nella vita pubblica-, di fatto confina le donne nel ruolo riproduttivo, necessario per la continuità e per la salvaguardia della “saldezza morale e la prosperità della Nazione.”
Nell’assemblea costituente del 15 gennaio 1947, Togliatti “dichiara che non ha nessun ostacolo, nè di carattere dottrinale, nè di carattere politico, a riconoscere la famiglia come una società naturale. Le forme sono storicamente determinate; ma nella sua coscienza accetta che sia una società naturale, e che esista il riconoscimento giuridico dello Stato. Voterà pertanto la ‘formula’ della Sottocommissione”.
Pressochè unica voce discordante, Lina Merlin “ricorda che in seno alla terza Sottocommissione, si è sempre opposta a che si inserissero nella Carta costituzionale definizione destinate a cristallizzare determinate situazioni. In materia di famiglia avrebbe preferito che non si fosse detto nulla, in quanto non è di carattere costituzionale. Se mai, lo Stato potrebbe limitarsi a garantire la famiglia e le condizioni materiali sulle quali essa deve basarsi”.
Quanto si sia “cristallizzata” una “determinata situazione storica”, fino a diventare “natura” immodificabile, lo dimostra il fatto che, con tutto il dibattere che si fa oggi sul cambiamento della Costituzione, sugli articoli che definiscono in modo così vistoso la maternità come requisito sociale e politico della ‘cittadinanza’ delle donne, inevitabilmente ‘imperfetta’, pesa ancora il più grande silenzio.

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