La vita straordinaria di Maria Giudice raccontata da Giuseppe Felice Turani

“Nell 1916 il grande salto: il Psi la manda a Torino, e sarà la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di quella città. Viene anche eletta segretaria della locale federazione del Psi. E dirige il giornale “Grido del Popolo”, che poi passerà nelle mani di Antonio Gramsci.”

“Nel 1927 il regime fascista non sopporta più questa rivoluzionaria venuta dal nord. In Sicilia ha fondato un giornale, i cui uffici spesso sono dati alle fiamme, e una volta lei e il marito si salvano scappando da una finestra appesi a un lenzuolo.”

“Sono anni in cui si dedica allo studio, soprattutto greco e latino, con gruppi di studenti, oppositori del regime, amici e compagni che girano per le stanze e che discutono di tutto. La figlia Goliarda racconterà: “Si passava dall’ultimo lavoro di Rosa Luxemburg ai romanzi di Dostoevskij”

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Facciamola finita col Cuore e la Politica

Repetita

Quando il cuore e la politica perderanno la maiuscola,
nessuno si meraviglierà se vede crescere giardini in mezzo ai casermoni urbani
e donne costruire palazzi
di città sconosciute.

“Se hanno dovuto faticosamente, tra mille inganni e ostacoli, “prendere coscienza” di un’oppressione, peraltro evidente, e sopportare che questa lucidità si rivelasse estremamente fragile, pronta a scomparire dopo ogni piccola conquista, gli uomini, ragionando su una rappresentazione del mondo prodotta dalla storia dei loro simili hanno evidentemente una via di accesso più facile alla messa a nudo del sessismo, delle logiche d’amore e di violenza che lo sostengono, nonostante i progressi della civiltà. Perché allora quella difesa estrema, sempre meno convinta eppure ostinata, della neutralità, che si esprime non solo nel cancellare dalle analisi politiche il rapporto tra i sessi, ma anche in quella copertura che è la sua distorta collocazione tra le questioni sociali: emarginazione, cittadinanza incompleta, sfruttamento economico, beni comuni, ecc.?”

 

“Per quanto riguarda gli uomini, viene invece il sospetto che “sappiano” e che sia proprio l’evidenza del privilegiotoccato loro storicamente e diventato “destino”, copione di comportamenti obbligati, a dover essere in qualche modo aggirata, perché colpevolizzante e quindi innominabile.

La comunità storica maschile ha visto cadere imperi, muraglie, confini, odi che sembravano irriducibili, eppure esita a far cadere le fragili pareti che separano la sua civiltà dalla porta di casa, l’immagine della sua “virilità” pubblica dalla posizione di figlio,fratello, padre, marito, amante.”

Articolo pubblicato su Comune-info.net il 25 ottobre 2015, ‘Il circolo degli uomini e i privilegi rimossi’

 

Un titolo ad effetto su D La Repubblica

Un titolo che fa torto anche all’ articolo, per certi versi più articolato e contraddittorio.
Soprattutto un titolo profondamente diseducativo rispetto alla convinzione, oggi più condivisa che in passato, che la violenza maschile contro le donne vada affrontata attraverso processi formativi ed educativi fin dall’infanzia, sapendo quanto siano precoci i pregiudizi sessisti e razzisti derivanti dalla cultura che abbiamo ereditato da secoli di dominio maschile.

Quando si parla di “capire”, il riferimento non sono solo le ragioni “sociali e psicologiche” ma il portato di una ideologia che è stata per secoli il fondamento della nostra come di altre civiltà, della cultura alta, così come del senso comune.

È dentro questa cultura, che ha visto un potere -quello maschile- innestarsi e confondersi con le vicende più intime (la maternità, la sessualità), che vanno collocati e “capiti” i comportamenti violenti dei singoli o dei gruppi, con tutto il loro carico di patologia, responsabilità e storia.

Come spiegare altrimenti che molti uomini, anche giovani, intervistati, stando a quanto si legge nell’articolo, rispondono di non riuscire a “fare un collegamento tra sesso non consensuale e stupro”, che uno studente su quattro risponde che ” è colpa del desiderio”?
Non sarebbe forse il caso di cominciare a chiedersi che cosa è stato ed è ancora purtroppo, nell’immaginario e nella cultura di tanti uomini ( ma anche donne) quello che chiamiamo “amore” “desiderio”, “consenso”, ecc.?

Smettiamola soprattutto di confondere in modo così semplicistico “capire” con “giustificare”.

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Rileggiamo la nostra storia greco romana cristiana.

Dal libro di Francesca Romana Recchia Luciani e Antonella Masi, ” Saperi di genere. Dalla rivoluzione femminista l’emergere di nuove soggettività.”, G.D’Anna Casa editrice, Firenze 2017, il primo di una collana rivolta ai docenti di Storia e Filosofia e agli studenti dei licei di tutti gli indirizzi.

INSTRUMENTUM PROCREATIONIS

“Questa idea della donna come “macchina procreativa”, la cui utilità si limita a perpetuare le generazioni umane, non fa che riecheggiare la concezione puramente strumentale che, come si è visto, è stata così spesso espressa e confermata sin dalle origini della cultura occidentale per stabilire l’assegnazione esclusiva delle donne alla loro propria missione procreativa, al loro compito irrinunciabile di garantire la prosecuzione della specie.

Tale consegna di ordine esclusivamente biologico ha affidato stabilmente le donne alla natura, inchiodandole alla loro sessualità e a un destino senza alternative, nel migliore dei casi di spose e di madri, nel peggiore di oggetti di consumo sessuale maschile. Ciò basti a dimostrare quanto radicata questa visione limitativa e inferiorizzante delle donne e come abbia conformato per secoli la loro presenza nel mondo subordinandole agli uomini, alla famiglia e alla società.”

Per uscire dagli “stereotipi di genere” non basta insegnare il “politicamente corretto”, ma occorre andare alla radice dei saperi che si trasmettono attraverso la scuola e di cui è imbevuto il senso comune. Sono questi i libri di cui abbiamo bisogno.

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La rivoluzione che viene dagli archivi

Un documento scritto dal gruppo femminista “Il cerchio spezzato” dell’Università di Trento, nel 1971, portava come titolo “Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna”, e si apriva con una lucida messa in discussione del movimento studentesco e dei successivi gruppi politici, cominciando dalla modalità con cui si tenevano le assemblee.

“I gruppi di lavoro politici hanno riverificato la nostra sistematica subordinazione…L’analisi delle assemblee ci ha portato a vedere una élite di leaders, una serie di quadri intermedi maschili e una massa amorfa composta dal resto maschile e da tutte le donne”.

“L’attribuzione alla donna e all’uomo di un determinato ruolo è del tutto essenziale, sia al funzionamento materiale del meccanismo capitalistico (proprietà privata) sia al suo sistema di valori. Questo sistema di valori è cresciuto come esaltazione dello spirito di impresa, come gusto e culto della violenza e della forza, come supremazia del ‘maschile’ che ha bisogno, come si è visto di trovare in una concezione del ‘femminile’ la sua legittimità e la sua fondazione stessa. Un’azione nella sfera privata, a nostro avviso, è dunque strategicamente fondamentale per dare concretezza alla rivoluzione culturale, per cambiare cioè profondamente l’uomo. La famiglia è uno dei primi obiettivi di lotta. La personalità dell’individuo è infatti innanzitutto la storia dei suo adattamento ai modelli e ai valori culturali della società in cui vive. Fin dalla nascita l’esempio, le credenze, le abitudini degli altri membri della comunità plasmano la sua esperienza ed il suo comportamento. E la famiglia in particolare è organizzata in modo da rendere possibile la socializzazione attraverso l’esempio e la coercizione dei membri in ruoli ben definiti…La nostra cultura basa tutti i suoi ruoli sociali sul rapporto di potere perpetuato dalla famiglia e fa dell’appartenenza a un sesso piuttosto che all’altro il simbolo primario, esemplificativo, di tale rapporto.” (Manifesto del Gruppo Demau, Milano 1966/67).

. E’ vero che recentemente si è tornato a parlare di famiglia, ma lo si è fatto a proposito delle ‘unioni di fatto’, come richiesta di leggi, riconoscimento di diritti civili, e solo marginalmente come messa in discussione di quel concetto di ‘naturalità’del matrimonio che cristallizza, nella nostra Costituzione, sia il compito primario di riproduttrice della donna -e quindi la divisione sessuale del lavoro-, sia la normatività della coppia eterosessuale.
Politiche sociali e politiche famigliari ancora si muovono sull’equivoco che la ‘conciliazione’ di casa e lavoro extradomestico sia un problema ‘femminile’, come se la maternità fosse una malattia particolare che ha bisogno di tutela, e il lavoro domestico, il lavoro di cura prestato a bambini, anziani, ma anche mariti, padri, fratelli in perfetta salute, la ‘naturale’ disposizione femminile, a cui si richiama insistentemente la Chiesa.

“E’ dalla famiglia, in particolare dal lavoro gratuito delle donne, che i detentori di potere economico ricavano enormi profitti risparmiando servizi sociali e sfruttando due lavoratori con un solo salario: l’operaio e sua moglie…le ore lavorative per le donne, oltre alle prestazioni domestiche, hanno anche il ‘privilegio’ del lavoro extradomestico. Nessun operaio lavora altrettanto. Inoltre, l’operaio è pagato, la casalinga no. L’operaio può scioperare, la casalinga no…Ma soprattutto, questa famiglia nucleare è la cinghia di trasmissione dell’oppressione sociale da una generazione all’altra. La condizione subalterna della donna si perpetua infatti attraverso la famiglia che prima inculca nelle bambine la pseudo-vocazione di casalinghe e di madri, e poi sospinge le ragazze alla ricerca di un marito e infine inchioda le donne adulte al ruolo di fornitrici non retribuite di servizi…La famiglia è in realtà il centro dove le frustrazioni dei coniugi si scontrano e si proiettano sui figli, produce individui prepotenti con i deboli e remissivi con i forti, incapaci di ribellioni razionali…Questo tipo di famiglia va demolito.” (Fronte Italiano di Liberazione Femminile, 1970).

(Stralci da un articolo pubblicato su “Liberazione”, 5/12/2007)

IL femminismo a Milano Anni ‘70 Quinta puntata

Anno 1975: il ’68 delle donne.

Il 1975, nonostante la gravità di quanto avveniva attorno –crisi economica, licenziamenti, scioperi, scontri tra militanti di opposte fazioni, sortita dei Nap e delle Brigate rosse- rappresenta per il femminismo un anno di particolare rilievo. Furono i giornali stessi a riconoscere che “non si era mai visto nulla di simile dalle grandi manifestazioni per il voto alle donne”. Qualcuno si azzardò a scrivere: “E’ il ’68 delle donne”.
L’anno era cominciato in febbraio con il convegno al Circolo de Amicis, che aveva messo al centro i temi della sessualità, maternità, aborto e omosessualità. La relazione tra donne si approfondisce. All’interno del collettivo di via Cherubini sorge l’esigenza di concretizzare materialmente, e non solo enunciare teoricamente, una pratica di vita comune. Dopo tanti gruppi di parola, si fa avanti il desiderio di un “fare insieme”, una progettualità che implicasse anche il denaro e il lavoro. Se ne discute nel documento “I luoghi e i tempi”. Questa aspirazione è portata avanti in particolare dal gruppo di donne che, fin dall’autunno 1974, avevano deciso di costituirsi in cooperativa per aprire a Milano una libreria sul modello della Librerie des Femmes di Parigi. Il gruppo comincia a cercare fondi, alcune pittrici offrono i loro quadri, altre l’assistenza gratuita per le pratiche legali. Dal Comune otterranno l’affitto di un locale nel centro cittadino, in via Dogana. I primi libri arrivano dai magazzini delle case editrici. La conduzione viene affidata a turno alle donne che ne fanno parte, per non fare divisioni del lavoro. Alla base dell’iniziativa c’è l’idea di “dare un luogo alla parola delle donne”, farne una specie di vetrina del movimento.
La Libreria apre nell’ottobre 1975 e diventerà nel corso degli anni un riferimento culturale e politico per tutte.
L’altro progetto, di cui si discute in via Cherubini, è la “casa delle donne”, un luogo più spazioso dove far confluire pratiche politiche diverse, ma anche dover poter mangiare insieme, fare feste. Il desiderio è di sperimentare in uno spazio adeguato modalità di diverse del vivere tra donne. La nuova sede sarà in via Col di Lana 8, dove ci si trasferisce agli inizi del 1976.
Intanto sono avvenuti altri fatti importanti: il passaggio dall’autocoscienza alla pratica dell’inconscio. Il documento “Pratica dell’inconscio e movimento delle donne”, pubblicato sul n.18-19 della rivista “L’erba voglio”, porta il femminismo milanese al centro dell’attenzione nazionale e della stampa. Diventerà l’argomento principale di due convegni: uno in primavera a San Vincenzo, sulla costa toscana, l’altro a Pinarella di Cervia in novembre (uno precedente c’era stato negli stessi giorni, l’anno prima).
Nell’estate, nei mesi di luglio e agosto, donne provenienti da varie città italiane invadono l’isola di San Pietro (Carloforte) per quella che resterà una memorabile vacanza femminista. L’idea era nata in occasione di un mio viaggio in Sardegna, invitata a tenere un incontro all’Università di Cagliari, insieme ad altre studiose femministe. E’ lì che ho sentito parlare della bellezza dell’isola e della possibilità di andarvi in vacanza –mi dissero- “con alcune amiche”. Nel pieno del movimento, “alcune amiche”, una volta sparsa voce, diventarono duecento. Fu un’esperienza destinata a lasciare un segno, fatta di bagni, sole, ma anche assemblee, discussioni animate e balli, cene, una quotidianità insolita.
Un giovane assessore di sinistra lo definì “un trauma benefico”. Con mia grande meraviglia, non ci fu nessun segno di intolleranza e tanto meno di violenza da parte della popolazione locale. Per me, cresciuta in campagna, fu la scoperta del mare, di un luogo di elezione, dove torno da allora ogni estate e di cui sono diventata da poco, per grande amore e fedeltà, “cittadina onoraria”. Della vacanza di Carloforte si discuterà in un convegno a Firenze in settembre.
Nello stesso mese cala sul movimento l’ombra della violenza, coi fatti del Circeo. E’ il 30 settembre: da quel momento, la violenza contro le donne –stupri e omicidi- diventa tema di riflessione, di interventi sui giornali, apertura del dibattito sulla legge che avrebbe dovuto trasformare lo stupro da “reato contro la morale”a
“reato contro la persona.
Sull’interpretazione che si diede allora del massacro del Circeo in chiave antifascista, intervenne anche il collettivo di via Cherubini con una lettera al “Manifesto” in cui si precisava che il grave episodio di violenza carnale era diventato un “fatto politico” solo per la provenienza sociale degli assassini, figli della borghesia romana, mentre “la violenza della donna è di per sé un fatto politico”.
A fine novembre, dopo il secondo convegno nazionale a Pinarella di Cervia, parte del femminismo milanese contesterà il convegno organizzato dallo psicanalista Armando Verdiglione, per essersi appropriato delle tematiche del corpo, della sessualità, e averle spostate dai movimenti e dai protagonisti reali, alle cattedre e agli accademici.
Ne risentirà anche il mio rapporto con Elvio Fachinelli e con la rivista “L’erba voglio”.
Negli anni che seguirono anche in Col di Lana –dove si tenevano affollatissime assemblee di duecento e più persone- cominciano a farsi sentire spinte al cambiamento. A segnare un termine a quello che era stato fino ad allora un percorso comune, pur tra diversità e conflitti, fu il terzo convegno nazionale a Paestum nel dicembre 1976.
L’analisi portata sulla sessualità parve poter essere riconosciuta come prioritaria da tutte, anche quelle che fino allora avevano privilegiato gli aspetti economici e sociali della questione del sessi. A quel punto, si chiedeva di farla diventare politica a tutti gli effetti, con una leadership, una ideologia, un’organizzazione. Era la contraddizione massima. Le femministe milanesi arrivarono a Paestum con un numero speciale di “Sottosopra” noto, per il colore, come “Sottosopra rosa”. Gli scritti che vi comparivano facevano già riferimento alla differenziazione che era avvenuta all’interno tra gruppi e pratiche diverse. C’erano i gruppi di medicina delle donne, gruppi di fotografia, donne che volevano fare un Bar, e i due gruppi che segneranno negli anni ’80 la prima evidente divaricazione teorica e pratica all’interno del movimento: il Gruppo n.4, legato alla Libreria delle donne, che porterà alla elaborazione del “pensiero della differenza” e il gruppo “Sessualità e scrittura”, nato per iniziativa mia e di altre donne che si riconoscevano nel comune interesse per la scrittura. Fu uno dei più seguiti. La necessità di interrogare la scrittura – e quindi i linguaggi disciplinari, la produzione simbolica in generale- veniva dal fatto che la pratica più originale del femminismo –l’autocoscienza- sembrava che si potesse trasmettere solo “praticandola”, inadatta quindi a comunicare fuori dal piccolo gruppo. La scrittura era consistita fino a quel momento o in documenti -spacciati per collettivi ma frutto invece di della elaborazione scritta di donne che avevano acquisito quella capacità fuori dal femminismo-, o racconti di storie individuali, interpretazioni del proprio sentire. Si voleva rompere con l’anonimato, ma anche col silenzio sulle differenze tra donne che scrivevano e quelle che non scrivevano. Eravamo consapevoli di “usare parole d’altri”, di aver “saccheggiato i cento ordini del discorso della cultura dell’uomo”. La riflessione sugli scritti che ognuna portava al gruppo permetteva di aprire la strada a saperi e linguaggi, forme del pensiero più vicini alle consapevolezze nuove portate in noi dall’autocoscienza. Dell’attività del gruppo verrà dato conto in un “fascicolo speciale”: A zig zag (1978)
Alcune partecipanti al gruppo si ritroveranno nei “corsi 150 ore” delle donne, in particolare quello che si aprì in via Gabbro 6, in zona Affori Comasina, il primo richiesto espressamente da un gruppo di donne, casalinghe, in cui mi trovai a insegnare nel 1976, dopo il trasferimento da Melegnano.
Verso la fine degli anni ’70 cominciano a comparire i primi Centri di documentazione delle donne, per impedire che andasse perduto il patrimonio di idee e pratiche del decennio. A Milano si aprirà nel 1979 il Centro studi storici sul Movimento di liberazione della donna, presso la Fondazione Feltrinelli in via Romagnosi 3, con l’intento di raccogliere documenti e testimonianze, organizzare seminari e incontri a livello nazionale e internazionale. Sarà il Centro a curare la prima importante storia del femminismo a Milano e in Lombardia: il libro, Dal movimento femminista al femminismo diffuso, edito da Franco Angeli, esce nel 1985.

Le foto del convegno di Pinarella di Cervia del 1974 sono prese dal libro di Daniela Pellegrini, “Una donna di troppo”, Fodazione Badaracco. Francoa Angeli 2012.

La foto del mare: Isola di Carloforte

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I corsi 150 ore…

Per non dimenticare quella straordinaria esperienza che sono stati per me i “corsi 150 ore” ad Affori Comasina, , le donne coraggiose che fecero aprire un “modulo” presso la Scuola Media di via Gabbro 6, e che poi non vollero più tornare a chiudersi tra le mura domestiche.
Ne seguirono corsi monografici, bienni sperimentali e una cooperativa di indirizzo grafico, “Gervasia Broxon”.
Correva l’anno 1976 quando per felice sorte fui nominata nel primo corso per adulti e incontrai le ‘pioniere’ di Affori, insieme alle quali avrei trascorso dieci intensissimi anni, come insegnante, come donna, come femmista…e ballerina di liscio.

http://www.memomi.it/it/00007/13/il-femminismo-a-milano.html

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Il femminismo a Milano Anni ‘70 Settima puntata L’esperienza dei corsi delle donne. Il corso “150” di via Gabbro 6. La Cooperativa “Gervasia Broxon”. 1976-1986.

Quando ho chiesto il trasferimento dalla scuola media di Melegnano ai “corsi 150 ore” per adulti –grande conquista delle lotte operaie per chi non aveva la licenza media- ero nel pieno del mio coinvolgimento femminista, profondamente convinta che la relazione uomo-donna fosse una questione centrale per ripensare la politica e le sue istituzioni, ma anche la storia, la cultura, i saperi e i linguaggi disciplinari, e decisa a portare nel mio ruolo di insegnante le consapevolezze nuove che mi venivano dal movimento delle donne. Sapevo che avrei trovato meno burocrazia e meno vincoli riguardo ai programmi, per cui mi sarebbe stato più facile introdurre nelle mie lezioni le tematiche che mi stavano a cuore e che erano sempre rimaste fuori dalla scuola. Nonostante sapessi che si trattava di una scuola prevalentemente operaia, il desiderio era di trovarvi presenze femminili.
Nominata molto tardi, ai primi di dicembre 1976, mi presentai alla scuola media di via Gabbro 6, in zona Affori-Bovisasca, senza illusioni e la mia grande sorpresa fu quando, aperta la porta, mi trovai di fronte a una trentina di donne, più qualche uomo. L’emozione fu tale che mi sedetti sulla prima sedia vuota, tanto che la mia vicina, prendendomi per una corsista, mi rassicurò dicendo che c’era stata una supplente e che “non avevano fatto ancora niente”. E’ cominciato così un’altra di quelle svolte che avrebbero segnato durevolmente –potrei fino ad oggi- la mia vita, i miei interessi, la mie scelte.
Le trenta ‘allieve’, non più giovani, erano quasi tutte casalinghe e avevano dovuto faticare non poco a farsi aprire un “modulo” nella loro zona. I sindacalisti, fermi all’idea di una scuola operaia, non capivano perché donne che erano state fino ad allora mogli e madri, impegnate nella cura della famiglia, volessero tornare a scuola, prendere una licenza media che non avrebbero probabilmente usato. Non appena abbiamo cominciato ad affrontare i temi che le rendevano più consapevoli di quella che era stata fino a quel momento la loro vita, è stato come se si fosse spalancata una porta, varcata la quale – come disse una di loro- non sarebbe stato più possibile tornare indietro. La felicità delle scoperte che venivano facendo si è espressa da subito con manifesti, volantini, dispense che preparavamo col ciclostile, i cui titoli erano già rivelatori del cambiamento che era avvenuto in loro e che avrebbe contagiato in breve tempo altre donne, altri quartieri di Milano. Ne ricordo alcuni: Più polvere in casa meno polvere nel cervello (nel disegno del manifesto una donnina che si spolverava la testa), L’uovo terremotato (un grande uovo spalancato da cui uscivano file di donne), E’ sparita la donna pallida e tutta casalinga, Acrobate, La Traversata.
Il corso di via Gabbro è diventato, fin dal 1976, un esempio e le donne che lo hanno frequentato si può dire che sono state delle ‘pioniere’dimostrando le potenzialità che hanno la scuola e la cultura di modificare i ruoli tradizionali della donna. L’esperienza di Affori ha attirato subito l’attenzione dei giornali e della televisione, tanto che si è pensato, con un’amica regista, di darne noi stesse notizia in modo più creativo. Il film-documentario di Adriana Monti, Scuola senza fine, in cui sono ricostruite le storie di alcune corsiste e l’incontro con me, sarà proiettato alla New York University in occasione di un convegno su “Donne e cinema in Italia”(1985). Molto apprezzato dalle femministe americane fu poi riportato quasi per intero nel libro Off Schreen, stampato a NY e Londra.
Per le corsiste era la riscoperta di una vita trascorsa all’interno della famiglia alla luce di una consapevolezza nuova. I loro scritti, nati spontaneamente sotto la spinta del desiderio di raccontarsi con una libertà fino allora sconosciuta, non avevano niente di retorico, di scolastico, andavano dritti alla verità che affiorava man mano dal pensare e confrontarsi con altre. Per me era, ancora una volta, ritrovare figure del mio passato, donne che somigliavano a quelle della mia famiglia, del mio paese; ricucire in qualche modo lo strappo che si era prodotto fra me e loro dal momento che io avevo potuto studiare, avere finalmente una lingua comune con cui parlarci, riflettere sulle nostre diverse esperienze. Ricordo in particolare Amalia Molinelli, contadina emiliana che, migrata con la famiglia in città, aveva fatto i mestieri più duri coltivando in modo silenzioso e solitario pensieri profondi, che trovarono immediatamente espressione nella scrittura. Era una lingua molto creativa, una commistione di dialetto e italiano, che entrava senza soggezione nei saperi specialistici – la matematica, la filosofica, la fisica- scombinandoli, costringendoli a confrontarsi con la vita personale, con la quotidianità, con il diverso destino toccato al maschio e alla femmina. Ne uscirà, anni dopo, un libro: I pensieri vagabondi di Amalia.
Finito il corso che avrebbe dato loro la licenza media, nel giugno 1976, come era prevedibile, le donne che l’avevano frequentato con tanto entusiasmo non vollero più rientrare a casa. Così dovetti inventarmi “corsi monografici” –inizialmente senza alcun riconoscimento istituzionale-, “bienni sperimentali”, usando aule messe a disposizione dalla scuola e invitando a tenere corsi, gruppi, lezioni, le amiche femministe che avevano saperi e pratiche da trasmettere. Per la maggior parte venivano dal gruppo, nato nel 1977 nella sede di Col di Lana, “sessualità e scrittura”.
Nel 1980, con un finanziamento europeo, nascerà in un locale del quartiere Bovisasca, la Cooperativa Gervasia Broxon. Il nome era inventato ma nessuno ha mai chiesto chi fosse. Le partecipanti era le stesse che avevano aperto il corso nel 1976, più altre che si erano via via aggiunte. Il fine della cooperativa era di prepararle a diventare delle grafiche, ma dietro c’era l’idea di interrogare i saperi disciplinari e il lavoro alla luce di una cultura che aveva escluso le donne, considerandole custodi ‘naturali’ della famiglia. Altrettanto importante era l’analisi dei rapporti che si venivano creando tra di noi, insegnanti e allieve, l’occasione che avevamo di ripensare la nostra formazione scolastica alla luce delle esperienze di vita che ne erano rimaste fuori.
Negli anni della “Milano da bere”, della “voglia di vincere”, che contagiò anche una parte del femminismo –in particolare la Libreria delle donne- la “scuola senza fine di Affori” per la complessità dei problemi che aveva scelto di affrontare, non poteva avere la risonanza che meritava, ma fu comunque un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni. Le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalla vite concrete, oltre che a confrontarsi con discipline e linguaggi specialistici tradizionalmente ‘neutri’.
Nel quartiere di Affori Bovisasca ho trascorso, dal 1976 al 1986, quando si chiuderà la Cooperativa, i dieci anni più intensi del mio insegnamento e del mio impegno femminista. Pur senza vivere nel quartiere, trascorrevo lì la maggior parte del mio tempo, come se stessi effettivamente dando corpo a un altro ‘paese’, simile per tanti aspetti a quello che avevo lasciato in Romagna. In particolare, penso all’occasione che ho avuto di condividere con le mie corsiste e corsisti la passione per il ballo liscio. Nel seminterrato dove si svolgevano i corsi ogni ricorrenza era buona per organizzare feste e balli, a cui partecipavano talvolta anche gli ex-pazienti delle comunità legate al Paolo Pini.

Tutte le puntate in video:

http://www.memomi.it/it/00007/13/il-femminismo-a-milano.html

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Femminismo e media: una pessima storia italiana…

…che dura tuttora.

Il femminismo a Milano Anni ‘70
Sesta puntata

I giornali. Lo sguardo degli altri.

Per tutto il decennio degli anni ’70, l’interesse dei giornali per il femminismo è stato continuo, quasi assillante. Se ne occupavano ora in chiave di informazione, spesso di spettacolo e curiosità, a volte per campagne denigratorie, sia i quotidiani che i settimanali. La svolta che il neofemminismo aveva fatto rispetto a battaglie di emancipazione, mettendo a tema il corpo, la sessualità, la maternità, l’inconscio, la cura, il lavoro domestico, la relazione tra donne, suscitava stupore, inquietudine, eccitava fantasie inconsapevoli, si prestava a darne un’immagine enfatizzata e deformante. Questo ribaltamento tra la politica tradizionalmente intesa e ciò che era stato considerato fino ad allora “non politico” –privato, vita intima- spiega perché una pratica di piccoli gruppi, giudicata “catacombale”, abbia provocato tanto allarme, perché sia stata vista come un terremoto per l’ordine sociale.
Mai le donne, parlando di sé sono parse così minacciose per i ruoli, le identità, ritenute per secoli “naturali”, di un sesso e dell’altro. Rispetto a pratiche come l’autocoscienza, l’analisi dell’inconscio, la riflessione su sessualità e omosessualità, le manifestazioni per il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia, apparivano molto più rassicuranti, soprattutto ai giornali della sinistra parlamentare ed extraparlamentare. Si aspettava con ansia che il movimento delle donne facesse la sua “uscita all’esterno”, per ricongiungersi con la lotta di classe.
Dietro un’apparente apertura, le lotte che anche “Il Manifesto” si aspettava dalle donne e di cui si lamentava il ritardo, erano quelle legate al lavoro, alla disoccupazione femminile. L’autocoscienza era vista come un “momento transitorio”, un passaggio, anche se non obbligato, verso una iniziativa di massa nei quartieri e nel territorio. L’inviata al convegno di Pinarella di Cervia del novembre 1974 si chiedeva perciò “con quali forme organizzative” e su “quali obiettivi” sarebbe avvenuto questo “salto all’esterno”. Sullo stesso giornale il collettivo milanese di via Cherubini e quelli di altre città ribadivano l’autonomia del femminismo dalla politica tradizionale, la specificità della relazione uomo-donna, da cui la scelta di “tempi e modi propri”.
La presa di coscienza e i cambiamenti che produceva nella vita di ogni singola donna –si diceva- “è già politica”.
Più fantasiosi, nel dare notizia degli sviluppi del movimento delle donne, erano giornali e settimanali come “Il Corriere della sera”, “Repubblica”, “Panorama”, “L’Espresso”. A lanciare l’allarme è proprio “L’Espresso” : “Ma cosa vogliono queste donne?” La ricerca di una “nuova sessualità” femminile, il separatismo -riunioni e convegni di sole donne- appaiono come una minaccia per la coppia, per la famiglia, come esclusione dell’uomo dal rapporto sessuale o come richiesta di prestazioni eccezionali. La svolta che si profila è così allarmante che vengono interpellati psicanalisti e sessuologi, lasciando perciò intravedere patologie, perversioni, anormalità. Il “quadro psicanalitico” che si dà della femminista è quello di una donna forte che, ribaltando le parti, tende a trasformarsi da vittima in aggressore. Il desiderio di liberarsi da ruoli imposti viene interpretato come fantasia di “uccidere il padre e la madre”. La rivendicazione del piacere clitorideo è associata al lesbismo e visto come “strumento di guerriglia da frange estreme”. Il femminismo -conclude- non elabora teorie ma vuole solo far cadere teste (…) quelle degli uomini”.
Dopo l’uscita del documento Pratica dell’inconscio e movimento delle donne, è sempre “L’Espresso” a sottolineare come la svolta verso l’inconscio, l’analisi del rapporto con la madre, porti all’omosessualità. Da qui il titolo: “La mina antiuomo. Nei loro sogni c’è una prima donna, la madre”.
In seguito, gli articoli giornalistici saranno sempre più un viaggio inconsapevole attraverso l’immaginario maschile. E’ un viaggio vero e proprio quello che il “Corriere della sera” commissiona nel 1976 a un suo inviato, Gianfranco Ballardin, “nella costellazione dei gruppi femministi italiani”. Cominciò da me con un’intervista in prossimità delle elezioni politiche che si sarebbero tenute in giugno. I timori, le fantasie, sono le stesse di chi l’aveva preceduto: riguardano il carattere chiuso, top secret della pratica femminista, l’omosessualità vista come “strumento di liberazione”, il distacco dall’uomo, l’abbandono di obiettivi concreti.
Successivamente, Ballardin incontrò le femministe della Libreria delle donne e altri gruppi milanesi, in un crescendo di allarmi e fantasie che trovarono espressione in un colorito articolo scritto mentre era chiuso in una stanza di albergo a Paestum, dove si svolgeva il terzo convegno nazionale del femminismo, ai primi di dicembre dello stesso anno, chiuso agli uomini. La tesi sostenuta da Ballardin era che il femminismo stava cominciando la sua autocritica, il suo ravvedimento, sconfessando le frange più radicali, le loro teorie e pratiche volte a distruggere la coppia, la famiglia, prendendo distanza dalle leader, le “sacerdotesse del femminismo”, che avevano creduto di “far rigare a bacchetta le diciottenni”.
L’articolo si chiude con un’immagine ad effetto: la valle dei templi, in una notte di luna piena, invasa da un’orgia collettiva, tipo riti bacchici, sabba delle streghe.
A breve distanza, fra il ’76 e il ’77, escono altri due articoli: “Caro partner ti metto in crisi” e “Se vai col maschio, non ti liberi”. Tornano di nuovo i motivi principali dell’allarme: il femminismo che degenera in omosessualità, le femministe viste come donne inibite e castranti, il rifiuto della penetrazione e la ricerca di “orgasmi multipli”, che avrebbe distrutto prima la classe borghese e poi quella operaia. E, infine, l’umanità stessa.
A dare conferma alle sue catastrofiche previsioni intervengono questa volta i nomi più noti della Società psicanalitica italiana: Cesare Musatti, Franco Fornari, Silvia Montefoschi, a cui Ballardin aveva posto la domanda: “L’omosessualità femminile può rappresentare un elemento di rottura della logica del sistema capitalistico? Scendendo sul sentiero di guerra contro il mondo maschile, questo filone del femminismo farà saltare la società?”. La risposta fu che dietro l’omosessualità c’erano la “nevrosi”, il ritorno all’infanzia e le “spinte asociali” di donne incapaci di impegno sociale e politico. Le donne socialmente emancipate sosteneva Silvia Montefoschi- non avevano problemi sessuali.
A questa campagna denigratoria i gruppi milanesi risposero con una contestazione e un volantino che fu distribuito davanti al Corriere della sera .

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La scuola

Quando cominciai il mio insegnamento in una scuola media nel 1968, la preside mi chiese se conoscevo la Riforma della nuova scuola media del dicembre 1962, in cui si parlava di una scuola “obbligatoria, gratuita e non selettiva”.
Avevo già incontrato il movimento non autoritario degli insegnanti e non dovette insistere perché mettessi in pratica quei principi che ritenevo e ritengo tuttora giusti.
Condivido l’articolo di Franco Lorenzoni e suggerisco la rilettura del libro “L’erba voglio” Einaudi 1971, che contiene utilissime attualissime riflessioni di alunni e insegnanti su “Voti, bocciature e potere”.

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