”Genere” sarai tu!

Oggi si parla molto di “educazione di genere”, ma si potrebbe dire che la scuola lo ha sempre fatto, con la differenza che lo statuto di “genere”, appartenenza a un gruppo pensato come omogeneo, un tutto coeso- è stato a lungo applicato, anche nelle più qualificate dottrine pedagogiche, soltanto al sesso femminile. Siamo sicuri che nell’immaginario dei bambini ( e forse anche di tanti insegnanti) non sia ancora presente inconsciamente l’idea che l’ “individualità” è un requisito solo maschile?

Prendiamo, per esempio, il libro di David Gilmore, La genesi del maschile (La Nuova Italia, Firenze 1993) che, volendo riportare la problematica dei “generi” sul versante dell’esperienza dell’uomo, ribadisce di fatto, senza registrare alcuna contraddizione, le immagini più tradizionali di virilità e femminilità. Il processo di “separazione-individuazione”, rispetto all’originaria “fusione” con la madre, per Gilmore riguarda solo l’uomo. Se alla femmina basta rafforzare l’identificazione con la figura della madre, assecondando un destino già inscritto nella sua condizione biologica, il maschio deve invece sopportare un “allontanamento dalle consolazioni della vita privata”, dal suo “infantile bozzolo di piacere e sicurezza”, per un ruolo sociale culturalmente imposto, che comporta fatica e rischi. I “riti di passaggio”, che Gilmore rintraccia come processo comune a popoli, culture tradizionali di varie parti del mondo, per il costituirsi dell’identità virile, celebrano simbolicamente la morte e la rinascita di una individualità maschile ancora incerta tra la nostalgia della prima dimora e la sua necessaria collocazione nella comunità degli uomini. Ma se guardiamo bene, quello che si delinea è il capovolgimento della situazione d’origine: l’uomo da “destinatario” si trasforma in “donatore dei mezzi di sussistenza”, “protettore, creatore, sostentatore”. Fare guerre, accumulare beni, sfidare pericoli diventa il modo con cui egli assume su di sé la funzione che era prima della madre: garantire vita e protezione “a coloro che si amano”. La virilità viene a costituire “una forma di procreazione maschile”. Si rivendica quindi per l’uomo tutto ciò che è stato prerogativa femminile: la potenza generativa, l’altruismo, il sacrificio di sé, la disponibilità a nutrire.
In questo capovolgimento delle parti, che parla ancora il linguaggio dell’amore, e che tutt’al più si appoggia alla necessità biologica (la gravidanza, la minore forza fisica delle donne) e ambientale (difesa dalla natura e dalle aggressioni nemiche), quello che viene occultato è il dominio storico di un sesso sull’altro, la sottomissione violenta del corpo da cui si nasce, svuotato per un verso di capacità propria, reso insignificante dal punto di vista sociale, per l’altro mitizzato e sacralizzato, in quanto ritenuto depositario di una beatitudine iniziale a cui si vorrebbe fare ritorno.”

Non diversa è la posizione di Erik H. Erikson, autore di un testo, Infanzia e società (Armando Editore, Roma 1966), rimasto a lungo riferimento importante per chi insegnava. Nonostante gli vada riconosciuto il merito di aver sostenuto la necessità di un’analisi che non separasse dati biologici, storia sociale e sviluppo dell’individuo, quando si tratta di definire ruoli e “competenze” di “genere”, sono di nuovo le diversità anatomiche e fisiologiche ad avere il sopravvento. Gli attributi della “mobilità” e della “staticità”, che differenzierebbero il comportamento maschile da quello femminile, sono presentati come “reminiscenze”, “modi strettamente paralleli alla morfologia degli organi sessuali”. Se il “fare sociale”, che è dell’uomo, comporta “l’attacco, il piacere della competizione, l’esigenza della riuscita, la gioia della conquista”, quello della donna appare legato unicamente alla seduzione, al “desiderio di essere bella e di piacere”, ma soprattutto alla “capacità di assecondare il ruolo procreativo del maschio”, capacità che fa della donne una “compagna comprensiva ed una madre sicura di sé”.

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Le “cose ultime”: se fossero invece le “prime” di cui occuparci?

La lucida tragica visionarietà di Otto Weininger vale più di tanti asettici “studi di genere”:

“PEER GYNT” E IBSEN”
“Nel Peer Gynt l’amore e la possibilità della redenzione tramite suo consistono esclusivamente nel fatto che ‘l’uomo proietta sulla donna il suo io migliore, tutto quanto egli vorrebbe amare in se stesso, ma non può perché in lui ciò non esiste allo stato puro’, e ‘con questa scissione egli perviene più agevolmente ad un intenso rapporto con l’idea del bello, del buono e del vero’. E’ questo il motivo psicologico profondo di quell’atto di egoismo maschile che impone alla donna esigenze morali molto superiori a quelle dell’uomo (…) è questa la profonda radice del postulato della purezza, della verginità della donna. Un fenomeno di proiezione analogo a quello che si ha nell’amore vale per l’odio: il demonio è l’oggettivazione geniale di un’idea che ha alleviato a milioni di uomini la lotta contro il male presente nel loro stesso cuore, permettendo loro di proiettare il nemico fuori di sé, e quindi di distinguersi e separarsi da lui. Un atto metafisico di proiezione è così pure la radice universale di ogni dualismo presente nel mondo.”

“Così come dal punto di vista psichico è insito nel coito un elemento analogo all’assassinio, poiché la generazione della vita è affine alla sua soppressione, anche nell’amore più elevato è presente una peculiare “de-realizzazione” della persona amata, che mira a sostituire ad essa la propria superiore realtà (…) l’uomo viole ritrovare se stesso passando per la via traversa costituita dalla donna (…) La donna non è che mezzo per uno scopo, nell’erotismo più elevato così come in quello più infimo.”

“E invece tutta la grandezza morale di Ibsen ed il suo puro eroismo consistono proprio nel fatto che egli pretende che l’uomo consideri la donna come autonomo essere umano, che onori l’idea di umanità anche nella persona della donna, e non ne faccia semplicemente uso come mezzo per uno scopo, come avviene in ogni rapporto erotico (…) Per lui la donna non è più un paradosso della natura, non è più imposta all’uomo perché la porti con sé, nonostante ella sia riluttante; per l’uomo essa costituisce pur sempre il pericolo più insidioso, ma non un ostacolo costante, perenne, contrapposto al suo tendere verso l’ideale di un’umanità superiore. Secondo Ibsen anche il più sublime erotismo dell’artista ‘finora è sempre stato egoistico’, ma uomo e donna possono comunque pervenire entrambi a porsi come individualità.”

“Anche in Ibsen l’identificazione di madre e donna amata non è superficiale effetto destinato ad esprimere un’idea di riconciliazione subito prima della morte, bensì indica quello che madre e donna amata hanno sempre in comune. Non vi è dubbio che spesso (anche se non sempre) la giovane che ama un uomo si pone nei suoi confronti in un rapporto in qualche modo materno: anche l’uomo da cui può avere un figlio è già in un certo senso suo figlio lui stesso; d’altra parte l’uomo che ama la giovane diviene figlio di fronte a lei e può chiamarla madre. In Solvejg è il genio della specie immortale che si presenta a Peer prima della morte. In questo senso la concezione ibseniana ricorda decisamente quella schopenhaureiana della indistruttibilità del nostro essere in sé, il quale non è altro che la volontà di vita della specie; in seguito Ibsen ha superato questa visione del mondo che nega la logica della vita individuale, senza ritornarvi più sopra.”

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