Maschilità bifronte

Virilità ed effeminatezza: i due volti della comunità storica degli uomini.
Per “disfare il genere” è necessario indagarne l’origine, il fascino duraturo, l’ambigua collocazione tra potere e amore.
“L’omofobia è qualcosa di più del timore irrazionale dell’omosessualità, più della paura di essere considerati gay… trae origine dal timore che altri uomini possano smascherarci, mettere in discussione la nostra maschilità…scoprire che la separazione dalla madre non è ancora del tutto compiuta.” (Michael S.Kimmel, Maschilità e omofobia, in Tra i generi, Guerini 2002).
L’esclusione della donna dalla vita pubblica non ha impedito che vi restasse doppiamente implicata: per gli effetti del dominio che la comunità storica degli uomini si è arrogata sul suo corpo e per quelle tracce di “effeminatezza” che l’età virile eredita, suo malgrado, dalla parziale identificazione originaria di ogni figlio con la madre, e dalle cure che riceve da lei.
Nel momento in cui si definiscono la figure del maschile e del femminile, sulla base delle opposizioni note con cui sono arrivate fino a noi -materia/spirito, biologia/storia, debolezza /forza, ecc.- si può pensare che la donna sia già lontana, confinata nell’interno delle case, e che a interagire nei vincoli, nelle norme, nei linguaggi che gli uomini vanno costruendo tra loro, sia rimasta soltanto la sua ombra.
E’in questa posizione ambigua, di presenza e assenza, che la femminilità si carica di significati e valenze contraddittorie, diventando agli occhi dell’altro sesso perdizione e salvezza, mistero e verità, morte e rigenerazione.
Inscindibile dall’infanzia di ogni essere umano, su di essa finiscono per convergere quei tratti, amati e odiati, da cui il maschio ha creduto di poter prendere distanza: la tenerezza, ma anche l’umiliazione e la dipendenza, la garanzia della crescita e, al medesimo tempo, il rischio di rimanere per sempre bambino.
Le due donne che si presentano al bivio dove un Ercole adolescente è chiamato a decidere del suo futuro, benché messaggere di destini opposti – la mollezza dei piaceri del corpo e la virtù del cittadino guerriero-, sono in realtà una persona sola, divisa tra la possibilità di scomparire per lasciar vivere il frutto del suo sacrificio, o di restargli a fianco, tentazione permanente e ostacolo al suo impegno civile.
(…)
Carlo Michelstaedter, fanciullo profeta della lunga notte che ha tenuto gli umani in una infantile reciproca dipendenza, giungerà a “gridare” per la prima volta la sua voce di “uomo libero”, non a tutti gli uomini come avrebbe voluto, ma indirettamente, a una “commissione di professori”. Quasi del tutto assente dal suo unico libro, La persuasione e la retorica , tesi di laurea incentrata su un’idea di libertà “assoluta”, sciolta da legami e nostalgie di infanzia, l’ombra di figure femminili calde e protettive occupa invece interamente l’Epistolario, lettere spedite da lontano ai famigliari, nel disperato tentativo di cancellare distanze e separazioni.
Il dissidio mortale tra la tenerezza del figlio, che rimanda perennemente la sua “uscita alla vita”, e l’imperativo che chiama a una virilità forte, imperturbabile, si tradurrà, negli stessi anni, nella teorizzazione di più ampio respiro di Otto Weininger, improntata a toni opposti di profonda misoginia e di odio razzista nei confronti della donna, considerata nella sua “essenza” materia che genera e sessualità, vita inferiore alogica e amorale, che insidia l’uomo dall’interno, perché ne rappresenta la colpa e la caduta, mentre contamina, allo stesso modo, popoli “effeminati”, come gli ebrei e gli arabi.
Ad avvicinare Carlo Michelstaedter e Otto Weininger, l’autore di Sesso e carattere, pubblicato a Vienna nel 1903, è apparentemente solo il destino tragico di giovani suicidi e di pensatori estremi, indotti a esplorare zone di frontiera dell’esperienza umana dall’assolutizzazione di una frattura antica tra corpo e mente, femminile e maschile, abbandoni sensuali e perfezionamento dello spirito. Ma dovrebbe far pensare il fatto che due figure così drammatiche della maschilità, oltre che della cultura occidentale nelle sue radici classiche e cristiane, si vadano a collocare in quell’inizio di secolo, il ‘900, che già segnalava una presenza diversa, consapevole e combattiva, delle donne nella vita pubblica, come se il minaccioso corpo della madre, prima di eclissarsi dietro l’insegna di donne emancipate, volesse lanciare i suoi ultimi bagliori.
Quando riemerge sulla scena pubblica con tutta la sua carica di potenza carnale generatrice e di estasi erotica, attraverso gli scritti che negli anni ’30 esaltano la mistica della guerra, la femminilità è già parte integrante, assunta ora in modo esplicito, del rapporto tra uomini. L’omofobia, da potente dispositivo di paura e difesa rispetto a possibili cedimenti “femminili”, si rivela, per un altro verso, come la più efficace copertura della convivenza e dei compromessi che il maschile e femminile hanno trovato all’interno di una società di simili, in quanto volti opposti e complementari dello stesso sesso.

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Crisi della paternità o dell’ideale virile?

E’ mia abitudine fare maggiore attenzione a ciò che rimane invariato nel tempo, piuttosto che ai cambiamenti. Perciò ho letto con piacere la lettera-editoriale di Barbara Stefanelli sul “Corriere della sera” ( 19 marzo 2016), dedicato ai “nuovi padri”, “presenti e responsabili”fin dai primi anni nella vita dei figli, ma il mio interesse è stato sviato immediatamente dall’articolo di Luigi Zoja che, sullo stesso tema, lo affiancava.
Posso essere d’accordo su alcuni aspetti della sua analisi: crescita dei divorzi, delle separazioni, nascite fuori dal matrimonio, aumento delle donne singole con figli, eclisse delle figura paterna e conseguente comparsa di forme di aggregazione maschile simili al branco primordiale.
La crisi della famiglia è vista da Zoja fondamentalmente come “assenza del padre” e ritorno al modello del “maschio competitivo”: l’orda barbarica, il bullismo.
Il padre, di cui si lamenta la mancanza, è ancora quello tradizionale, garante della crescita del bambino, sia dal punto di vista educativo che culturale., un ruolo molto lontano da quello del “mammo”, addetto solo all’ “accadimento corporale” del figlio.
Della figura femminile -la madre- non si fa parola, ma è chiaro da tutto il discorso che siamo nell’ordine della complementarietà, a cui sembra oggi fare sempre più difetto uno dei due poli dell’antica dialettica.
Neppure una parola sul paradosso della quasi esclusiva presenza di donne nella scuola, dall’asilo fino alle soglie dell’Università: madri-maestre, figure ibride, funamboliche, a cui si chiede di trasmettere un sapere creato da altri, di “disciplinare corpi”, essendo state esse stesse considerate corpo, natura, materia senza forma propria.
L’incremento del numero delle donne single non è di per sé indicativo di una messa in discussione del ruolo tradizionale di madre che potrebbe, al contrario, uscirne rafforzato, ma del rifiuto sempre più consapevole da parte femminile di assumersi la cura e il sostegno di un marito-figlio: un adulto da loro dipendente al di là del reale bisogno e a discapito della sua stessa autonomia.
Se dietro l’eclisse del padre-padrone emerge oggi l’orda selvaggia dei figli, è perché questi due volti del maschile in realtà non sono mai stati separati, costretti a convivere, come Giano Bifronte, dal confinamento della donna nel ruolo di madre, potenza dominata storicamente ma al medesimo tempo dominatrice nelle cure e negli affetti domestici.
Parlare di padri come “simbolo positivo”, che è venuto a mancare, vuol dire non tenere conto di quel salto della coscienza storica che è stato portare allo scoperto il rapporto uomo-donna, ripensare le costruzioni del maschile del femminile alla luce della divisione sessuale del lavoro, dell’identificazione della donna con la natura, della separazione tra privato e pubblico, della maternità come obbligo procreativo.
Non è la paternità che è oggi in crisi, ma l’”invenzione della virilità” per quello che ha significato nel corso dei secoli, sia come rapporto di potere, sia come perverso funesto intreccio di amore e violenza.
Nella foto: Giano bifronte- Palazzo Magnani- Reggio Emilia

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Né sedotte né seduttrici…ma a volte mascolinamente competitive

La complicità femminile nel condividere, a proprio danno, logiche di potere e di violenza del sesso maschile continua a stupire, a sollevare interrogativi, come se fosse un evento inaspettato e dalla cause misteriose. Non sembra destare invece alcuna meraviglia che delle donne si possa dire una cosa e il suo contrario, considerarle una minaccia o una salvezza: la sessualità, “la colpa dell’uomo divenuta carne” o la sua redenzione.
Le donne non sono né sedotte né seduttrici, né vittime innocenti di un potere che si è appropriato dei loro corpi e delle loro menti, né maliarde disposte a usare contro l’uomo le loro ‘potenti attrattive’. Ma questa è l’immagine, contraddittoria, che con poche eccezioni è stata data di loro nel corso dei secoli e che ancora oggi affiora incontrastata nel discorso pubblico.
Sono uscite alcuni anni fa due inchieste che dicono, sostanzialmente, quanto grande sia la percentuale di donne che condividono le opinioni e i comportamenti più detestabili dei maschi: stando all’indagine condotta dall’Airs, l’associazione italiana per la ricerca in sessuologia (2009), il 33% pensa che è colpa delle donne stesse se vengono violentate o picchiate; in uno studio americano, raccontato dal New York Times, il mobbing subito dalle donne nei posti di lavoro sarebbe per il 70% praticato dalle proprie simili (La Repubblica 27.5.09).
Le attese nei loro confronti delle donne sono pari, per quantità e pesantezza, alle ingiurie materiali e ideologiche di cui sono state fatte oggetto. Gli uomini hanno sempre dialogato solo con se stessi, e, quando le donne hanno preso parola pubblica per dire del paradosso di un potere che passa attraverso i corpi e le esperienze più intime degli esseri umani, hanno chiuso le orecchie per non sentire.
Da oltre un secolo, il femminismo si interroga su cosa abbia comportato per le donne essere state espropriate del loro essere, a partire dal corpo e dalla sessualità, costrette a pensare se stesse e il mondo attraverso l’unica intelligenza che ha avuto cittadinanza nella storia. Da questa lunga ricerca di autonomia dal pensiero unico che ha finora guidato la civiltà nel suo sviluppo, non sono emersi né il femminile innocente mitizzato dagli adoratori ottocenteschi delle madri, come Bachofen e Michelet -la risorsa di umanità integra capace di rigenerare la stanca tempra dell’uomo-, né la figura di una replicante ben ammaestrata.
Nell’accostamento a una individualità femminile sottratta ai ruoli imposti e a stereotipi alienanti, si è potuto capire, a dispetto di tutte le semplificazioni, che molte restano le zone indecifrabili dove si incrociano, nel rapporto tra i sessi, l’amore e la violenza, la debolezza e la forza, il condizionamento biologico e la storia, l’adattamento e la scelta, la tenerezza e la rabbia, la dipendenza del figlio e il privilegio del padre.
Nessun uomo pensa seriamente che le donne siano esseri deboli e indifesi, corpi passivamente arresi alla potenza virile, avendole conosciute, nel momento del maggior bisogno e della maggiore inermità, come madri, generatrici prodighe di cure, e iniziatrici ai primi piaceri sessuali. Come si può pensare che di una capacità biologica diventata, attraverso il ruolo imposto di madre, moglie, amante dell’uomo, l’arma spuntata di un loro inequivocabile potere, le donne non si sarebbero servite? Perché avrebbero dovuto rinunciare a usare a loro vantaggio quelle che agli occhi del dominatore apparivano “potenti attrattive”- la sessualità e la maternità-, tenute perciò ferocemente sotto controllo?
Come potevano sopportare una sorellanza che si prospettava solo come condizione di miseria e di schiavitù, quando l’unico modo per sottrarvisi era la rivalità? Finché la ragione su cui si fonda la subalternità delle donne è anche, inspiegabilmente e contraddittoriamente, la loro unica moneta di scambio -un corpo generoso di vita, di cure, di piaceri sessuali-, ogni giudizio volto a esaltarle per dignità e abnegazione, o a screditarle per spudoratezza, non può che nascondere un fondo di ipocrisia, soprattutto da parte di chi, come l’uomo e la cultura che porta il suo segno, in qualunque forma economica, politica, sociale si sia espressa, non sembrano aver tenuto in alcun conto il terremoto che ha scosso le vite delle donne e, attraverso di esse, saperi, poteri e istituzioni, costruiti senza di loro.
In assenza di un processo analogo di liberazione da parte dell’uomo, costretto comunque a recitare il copione di una virilità anacronistica, anche la più estesa presenza delle donne oggi sulla scena pubblica è destinata a ‘femminilizzare’ il mondo sulla base di modelli tradizionali, di donne-oggetto sessuale, madri e mogli irreprensibili, androgini o donne mascolinamente competitive.
(Riduzione di un articolo uscito su “L’Altro” nel giugno 2009)

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‘Il maschio al bivio’ di Pierangiolo Berrettoni

Pierangiolo Berrettoni
Il maschio al bivio
Bollati Boringhieri, 2007
Prefazione dell’autore (stralci)
Questo libro nasce come profonda revisione di un volume precedente, La logica del genere, in cui avevo cercato di tracciare una sorta di genealogia e archeologia della cultura di genere nel mondo occidentale a partire dal periodo greco antico, quando si sono costituite le griglie interpretative con cui continuiamo in larga misura a organizzare la realtà, compresa quella umana.
(…)
In quel libro individuavo anche le lontane origini di uno schema mentale ricco di conseguenze nella nostra visione e di-visione della realtà, compresa quella umana: quello «schema comparativo» che inquadra le opposizioni non secondo la semplice constatazione di una differenza (l’uomo è differente dalla donna, il bambino è differente
(…)
Così com’era, il libro era troppo ampio e conteneva troppe digressioni specialistiche di tipo logico e grammaticale, che potevano scoraggiare un pubblico più vasto. È nata, così, l’idea di una sua riduzione drastica e di una sua concentrazione intorno a una sola delle due polarità di genere: il maschile nelle sue due varianti meno conflittuali di
quanto siamo portati a pensare, ma anzi in qualche modo «complici», come cercherò di mostrare, il maschio eterosessuale e quello omosessuale.
L’ho intitolato Il maschio al bivio, sia perché l’immagine del bivio si è costituita attraverso il mito di Ercole come una delle componenti più insistenti nella formazione di un’identità maschile fondata sulla scelta tra impegno/fatica (pónos) e impenetrabilità da una parte, piacere, desiderio, edonismo, paticità dall’altra, sia perché il maschio occidentale, nella sua millenaria dialettica con il femminile, si è gravato nella cultura moderna di un ulteriore «fardello», la scelta esclusiva e dicotomica tra omosessualità ed eterosessualità.
Non ho usato casualmente il termine «fardello», se uno dei miti più tenaci con cui il maschio ha costruito il proprio sistema di dominazione è stato proprio quello del white man’s burden, che non si è configurato necessariamente come cattiva coscienza e mistificazione, ma come autoimposizione (al limite del masochismo) di una logica e di un’etica del sacrificio, della rinunzia e della frustrazione. Quando Freud costruiva la sua teoria della civiltà come rinunzia al soddisfacimento immediato dei bisogni da parte dei fratelli in seguito all’uccisione del padre, non si rendeva ben conto che questa rinunzia era più precisamente all’origine del potere androcentrico istituito con una serie di interdizioni, quella dell’incesto (con il conseguente scambio delle donne e la loro riduzione a segni), dell’equa distribuzione del lavoro sessuale, del desiderio omosessuale, in ultima analisi della liberazione del desiderio, di cui si è forcluso il carattere fluido ed «emanante» in favore di quello fondato sulla mancanza.
Per lungo tempo Freud si è posto il problema di rispondere alla domanda su che cosa voglia la donna: nella trentatreesima lezione introduttiva alla psicoanalisi tenuta nel 1933 sulla femminilità (Die Weiblichkeit), iniziava l’esposizione affermando che durante il corso della storia si era sempre presentato il rompicapo (Grübel) sull’enigma (Rätsel) relativo alla determinazione della natura femminile, e presumeva che anche i suoi ascoltatori maschi si ponessero il problema, diversamente dalle donne, perché proprio loro sono il problema. Oggi sappiamo, naturalmente, che la domanda sul desiderio femminile era mal posta o, per meglio dire, apparteneva a quello strato del pensiero freudiano che era maggiormente datato e più affondava le proprie radici nella cultura del periodo in cui si era formato: non un’acquisizione definitiva e atemporale, dunque, ma piuttosto un frammento di discorso di cui si può fare storia (…)
Così come oggi sappiamo che il senso profondo di quella domanda dello scopritore dell’inconscio riguardava in realtà il desiderio e, più ancora, le paure dell’uomo, e si sarebbe dovuto formulare piuttosto come domanda su che cosa voglia l’uomo, se non fosse che i regimi discorsivi interni alla cultura di quel periodo non avevano ancora preparatol’uomo a interrogarsi su sé stesso e i suoi desideri, per quanto proprio Freud stesse aprendo una radura nel terreno in cui si sarebbero potute porre più tardi queste domande.
Le rivoluzioni della modernità, soprattutto quella femminista e quella omosessuale, hanno posto il maschio di fronte alla necessità di ripensare la propria identità in termini diversi, quando non alternativi, a quelli ereditati da millenni di costruzione dei valori dell’androcentrismo.
A chi, come me, si sia posto il problema doloroso di ripensare in termini nuovi la propria identità di genere, la posizione freudiana appare ribaltabile e proprio il maschile si costituisce come il vero enigma.
In particolare sono due gli enigmi maschili che mi sembrano particolarmente difficili da comprendere.
Il primo è come mai il maschio, nell’imporre il proprio modello di dominazione sulla donna, ma anche sul bambino, il barbaro, il selvaggio,in altre parole nell’inventare una logica e un ethos imperiali e «civilizzatori», abbia accettato di sottoporsi a una serie di fardelli che vanno dalla fatica del corpo alla rimozione delle emozioni e dell’affettività (…)
Il secondo enigma che continuo a trovare senza risposta è come mai il maschio imperiale, temprato a ogni sorta di rinunzia e sacrificio, capace di affrontare deserti assolati e lande ghiacciate, nostalgie e pericoli, guerre e massacri per compiere la propria missione civilizzatrice, si mostri, poi, particolarmente «fragile» non solo nel campo delle emozioni, ma anche e soprattutto in quello dell’autoaccudimento quotidiano e bisognoso di delegare all’altro, perlopiù la donna o un suo sostituto (l’attendente), la propria stessa sopravvivenza emozionale e materiale: interrogativi forse impossibilitati a trovare una risposta, se non quelle parziali che ci danno la psicoanalisi e le archeologie dei saperi-poteri su cui si basano i vari sistemi di dominazione.

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