Si può insegnare l’autocoscienza?

“Il piccolo gruppo di autocoscienza è stato la straordinaria invenzione di un movimento che ha inteso per la prima volta la “politica” come inseparabile dalla storia personale, dal dominio maschile che passa inconsciamente attraverso la confusione con un modello unico di sessualità, dal cambiamento di quell’impianto dualistico che nella rappresentazione di sé e del mondo ha contrapposto e complementarizzato non solo le differenze sessuali, ma anche natura e cultura, infanzia e storia, individuo e società, corpo e mente, ecc., impedendo di vedere i legami che da sempre li tengono insieme. L’intuizione che la “presa di coscienza”, lo scostamento da modelli interiorizzati, non muovono dall’interno dei saperi costituiti, né per continuità da un solitario pensiero di sé, poteva emergere solo dalla relazione tra singole donne disposte a “raccontarsi” in presenza le une delle altre, a lasciare che il percorso di ognuna trovasse risonanze e smentite in quello dell’altra, che da sguardi prima complici, ostili o indifferenti, si passasse a un giudizio solidale e al tempo stesso critico.”
Sottolineo: ” un pensiero solidale e al tempo stesso critico”. Mi colpisce oggi la fragilità che noto negli incontri tra donne, quando il pensiero, il giudizio dell’altra diverge e confligge col nostro. Le differenze vanno accolte, ma si deve poterle interrogare e mettere a confronto, senza temere o minacciare rotture.

Link su Libera università delle donne

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