Pasqua in poesia

Ricevo e pubblico con piacere il poemetto “più pasoliniano” di Sotirios Pastakas a detta di alcuni -a ragione- il suo “canto del cigno”: “RAPSANI”. “Alla mamma”.

A Sotirios gli auguri dagli amichi e dalle amiche che in Italia lo leggono con interesse ed emozione, soprattutto dopo la pubblicazione della raccolta di poesie “Corpo a corpo” (Multimedia Edizioni, Salerno 2016).

Sotirios PASTAKAS
RAPSANI
Alla mamma
Una kawasaki nera
inchiodata sui suoi pedali
all’ombra di un olmo,
mille cento cc
seduti per terra,
una mosca sulla faccia
della mamma a sinistra
della mascherina di ossigeno,
a destra della mano sinistra
con l’ago a farfalla
della quadrupla infusione intravena
poco più in su
del catetere.
Adesso si sbarazza delle lenzuola
come si spogliava in nostra presenza
nel capanno di paglia
a Tsàghesi: poichè
aveva visto il sole
starsene immobile
sopra la città di
Làrissa esattamente
alle dodici del mezzodì,
e noi per la prima volta
vedemmo per la prima volta
il culo ignudo
di nostra madre
e odorava di umida sabbia
quella fessura
tra le sue cosce,
sentor di canne
e paglia secca,
una fetta di melone
in mezzo alle sue cosce,
sentor di neve giovinetta,
come odora la campagna
le felci, gli escrementi,
le mosche cavalline, la fresca
pagnotta, il pomodoro
addentato a piena bocca
quando ci imbeccava
con le sue stesse mani.
E come teniamo in mano
stretta la pesca
un attimo prima di morderla,
tutta la notte la mano
le stringevo che voleva
strappare i tubicini
dell’ossigeno dal naso,
il catetere dalla fica,
la fica di nostra madre:
sapor di melomakàrono
e kurabiès al burro,
una fetta di pane spolverata
di zucchero e olio, talvolta
di cacao, uova strapazzate
rosse di pomodoro,
col materasso sul pavimento
in mezzo agli odori delle piote
non lavate e dei calzini frusti,
odor di focaccia al formaggio,
quando la prima volta vedemmo
il culo di nostra madre,
burek e sàmali,
turdilli e ravanì,
gombi e carciofi,
le sue due chiappe
con l’odor del mare
marcio e della stella marina
prosciugata sotto il sole,
pane ammuffito
e formaggio feta inverdito.
Ed erano una volta verdi
le acque e azzurre
a Tsàghesi, poi,
quando divenne Stòmio
papà ci trasferì
ad una stanza in affitto.
Quel capanno accanto all’onda
rivendicarono quelli che
non avevano ancora una radio,
non andavano a prendere
pile all’edicola
insieme ai topolino e romanzo,
il commissario Maigret,
i primi Asterix
e Al Bano –
ormai diventava cosa corrente
costruire alloggi abusivi
da Ajòkambos
a Velìka, Xinò Nerò
fino a Messàgala,
Nei Pòri,
Platamonas
e, più oltre: Skotìna,
Leptokarià, Litòchoro
e il litorale di Katerini.
Dovunque io volga lo sguardo
oggi che la mamma sta morendo
tutte le case sono aperte,
tutte le spiagge occupate,
il popolino abbandonato
al divino mese di luglio,
dopo aver vissuto l’epopea
della casa di campagna,
dal capanno di paglia
alle camere in affitto,
e edificato senza corrente
elettrica, senza acqua, fuori piano
regolatore, sì, e fuori da Làrissa città,
all’ombra delle buganvillee
dei gelsomini e degli alberi da frutta,
le unghie rosse dei piedi,
e aggiustato un po’ la cellulite
alle cosce e al pancino,
madri che si portavano le pettinatrici
da una casa all’altra, si smagliavano
(facilmente si smagliavano i primi)
i collant, si aprivan le maglie
le accomodavano coi rammendi.
Preparavano la dote
con le Singer a pedale,
cucivano, scucivano, ricamavano,
aprivano una finestra
all’iniziale pianta della “villa”,
vi aggiungevano un terrazzino,
una piccola veranda, una scala a corda
(eran testoni i loro mariti,
ma obbedienti: compravano dal macellaio
e portavano sempre una scatola
di pasticcini la domenica e le feste).
Ci crescevano a furia di botte al sedere,
ci punivano, ci smerdavano
ed era instancabile la nostra mamma:
erano lucide le sue ginocchiere
lungo i tornanti
guidando la millecento
che la portava a Rapsani
a gustarsi poi un’ anisetta
con noi in dolce compagnia sulla piazza,
sotto i platani che stormivano
e l’Orologio Comunale, prima di
prender da sola la strada per Sant’Attanasio,
la salita, su sedie di vimini
aveva sistemato il culo ,
quello che mi aveva svelato
quando avevo otto anni
a Tsàghesi e quello che adesso
mi mostra all’Ospedale Generale
di Làrissa, e ancora mi ubbriaca,
col flusso dell’acqua
chiara che scorre nel solco,
quell’odore preciso
della sacca per urine,
l’esalazione della carne
febbricitante, lo strazio
degli intestini, le feci,
le salive, le secrezioni,
il fetore del fico
che spinge i suoi rami
attraverso le finestre
della casa sventrata,
un insistente ronzio di mosche,
innumerevoli mosche
che hanno invaso all’improvviso
la corsia a quattro letti
dei moribondi. Così,
come la nostra mamma
e le mamme degli altri
abbandonano la vita,
ognuna nel proprio letto
con una bracciata di aghi di pino,
un fascio di paglia nelle mani,
un ciuffo di foglie di tabacco,
con gli aghi delle querce
a bruciar loro ancora le dita,
la teglia uscita dal forno
per il pranzo della domenica,
le ferite aperte
per le parole che talora nella rabbia
pronunciammo, tutti noi,
un mazzetto di origano,
un grembiule pieno di arance,
nella mano un solo, orgoglioso
melograno per il Capodanno,
e un cero per la Pasqua
per sempre acceso nella nostra memoria.
Mamma, smettila di giocare a nascondino.
Sei la mosca
immobile sopra il nostro naso
ogni volta che ci svegliamo
a mezzogiorno inoltrato la domenica
a Rapsani.

Traduzione Crescenzio Sangiglio

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