Femminismo e media: una pessima storia italiana…

…che dura tuttora.

Il femminismo a Milano Anni ‘70
Sesta puntata

I giornali. Lo sguardo degli altri.

Per tutto il decennio degli anni ’70, l’interesse dei giornali per il femminismo è stato continuo, quasi assillante. Se ne occupavano ora in chiave di informazione, spesso di spettacolo e curiosità, a volte per campagne denigratorie, sia i quotidiani che i settimanali. La svolta che il neofemminismo aveva fatto rispetto a battaglie di emancipazione, mettendo a tema il corpo, la sessualità, la maternità, l’inconscio, la cura, il lavoro domestico, la relazione tra donne, suscitava stupore, inquietudine, eccitava fantasie inconsapevoli, si prestava a darne un’immagine enfatizzata e deformante. Questo ribaltamento tra la politica tradizionalmente intesa e ciò che era stato considerato fino ad allora “non politico” –privato, vita intima- spiega perché una pratica di piccoli gruppi, giudicata “catacombale”, abbia provocato tanto allarme, perché sia stata vista come un terremoto per l’ordine sociale.
Mai le donne, parlando di sé sono parse così minacciose per i ruoli, le identità, ritenute per secoli “naturali”, di un sesso e dell’altro. Rispetto a pratiche come l’autocoscienza, l’analisi dell’inconscio, la riflessione su sessualità e omosessualità, le manifestazioni per il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia, apparivano molto più rassicuranti, soprattutto ai giornali della sinistra parlamentare ed extraparlamentare. Si aspettava con ansia che il movimento delle donne facesse la sua “uscita all’esterno”, per ricongiungersi con la lotta di classe.
Dietro un’apparente apertura, le lotte che anche “Il Manifesto” si aspettava dalle donne e di cui si lamentava il ritardo, erano quelle legate al lavoro, alla disoccupazione femminile. L’autocoscienza era vista come un “momento transitorio”, un passaggio, anche se non obbligato, verso una iniziativa di massa nei quartieri e nel territorio. L’inviata al convegno di Pinarella di Cervia del novembre 1974 si chiedeva perciò “con quali forme organizzative” e su “quali obiettivi” sarebbe avvenuto questo “salto all’esterno”. Sullo stesso giornale il collettivo milanese di via Cherubini e quelli di altre città ribadivano l’autonomia del femminismo dalla politica tradizionale, la specificità della relazione uomo-donna, da cui la scelta di “tempi e modi propri”.
La presa di coscienza e i cambiamenti che produceva nella vita di ogni singola donna –si diceva- “è già politica”.
Più fantasiosi, nel dare notizia degli sviluppi del movimento delle donne, erano giornali e settimanali come “Il Corriere della sera”, “Repubblica”, “Panorama”, “L’Espresso”. A lanciare l’allarme è proprio “L’Espresso” : “Ma cosa vogliono queste donne?” La ricerca di una “nuova sessualità” femminile, il separatismo -riunioni e convegni di sole donne- appaiono come una minaccia per la coppia, per la famiglia, come esclusione dell’uomo dal rapporto sessuale o come richiesta di prestazioni eccezionali. La svolta che si profila è così allarmante che vengono interpellati psicanalisti e sessuologi, lasciando perciò intravedere patologie, perversioni, anormalità. Il “quadro psicanalitico” che si dà della femminista è quello di una donna forte che, ribaltando le parti, tende a trasformarsi da vittima in aggressore. Il desiderio di liberarsi da ruoli imposti viene interpretato come fantasia di “uccidere il padre e la madre”. La rivendicazione del piacere clitorideo è associata al lesbismo e visto come “strumento di guerriglia da frange estreme”. Il femminismo -conclude- non elabora teorie ma vuole solo far cadere teste (…) quelle degli uomini”.
Dopo l’uscita del documento Pratica dell’inconscio e movimento delle donne, è sempre “L’Espresso” a sottolineare come la svolta verso l’inconscio, l’analisi del rapporto con la madre, porti all’omosessualità. Da qui il titolo: “La mina antiuomo. Nei loro sogni c’è una prima donna, la madre”.
In seguito, gli articoli giornalistici saranno sempre più un viaggio inconsapevole attraverso l’immaginario maschile. E’ un viaggio vero e proprio quello che il “Corriere della sera” commissiona nel 1976 a un suo inviato, Gianfranco Ballardin, “nella costellazione dei gruppi femministi italiani”. Cominciò da me con un’intervista in prossimità delle elezioni politiche che si sarebbero tenute in giugno. I timori, le fantasie, sono le stesse di chi l’aveva preceduto: riguardano il carattere chiuso, top secret della pratica femminista, l’omosessualità vista come “strumento di liberazione”, il distacco dall’uomo, l’abbandono di obiettivi concreti.
Successivamente, Ballardin incontrò le femministe della Libreria delle donne e altri gruppi milanesi, in un crescendo di allarmi e fantasie che trovarono espressione in un colorito articolo scritto mentre era chiuso in una stanza di albergo a Paestum, dove si svolgeva il terzo convegno nazionale del femminismo, ai primi di dicembre dello stesso anno, chiuso agli uomini. La tesi sostenuta da Ballardin era che il femminismo stava cominciando la sua autocritica, il suo ravvedimento, sconfessando le frange più radicali, le loro teorie e pratiche volte a distruggere la coppia, la famiglia, prendendo distanza dalle leader, le “sacerdotesse del femminismo”, che avevano creduto di “far rigare a bacchetta le diciottenni”.
L’articolo si chiude con un’immagine ad effetto: la valle dei templi, in una notte di luna piena, invasa da un’orgia collettiva, tipo riti bacchici, sabba delle streghe.
A breve distanza, fra il ’76 e il ’77, escono altri due articoli: “Caro partner ti metto in crisi” e “Se vai col maschio, non ti liberi”. Tornano di nuovo i motivi principali dell’allarme: il femminismo che degenera in omosessualità, le femministe viste come donne inibite e castranti, il rifiuto della penetrazione e la ricerca di “orgasmi multipli”, che avrebbe distrutto prima la classe borghese e poi quella operaia. E, infine, l’umanità stessa.
A dare conferma alle sue catastrofiche previsioni intervengono questa volta i nomi più noti della Società psicanalitica italiana: Cesare Musatti, Franco Fornari, Silvia Montefoschi, a cui Ballardin aveva posto la domanda: “L’omosessualità femminile può rappresentare un elemento di rottura della logica del sistema capitalistico? Scendendo sul sentiero di guerra contro il mondo maschile, questo filone del femminismo farà saltare la società?”. La risposta fu che dietro l’omosessualità c’erano la “nevrosi”, il ritorno all’infanzia e le “spinte asociali” di donne incapaci di impegno sociale e politico. Le donne socialmente emancipate sosteneva Silvia Montefoschi- non avevano problemi sessuali.
A questa campagna denigratoria i gruppi milanesi risposero con una contestazione e un volantino che fu distribuito davanti al Corriere della sera .

Screen Shot 2017-04-22 at 11.42.33 AMScreen Shot 2017-04-22 at 11.42.40 AMScreen Shot 2017-04-22 at 11.42.54 AMScreen Shot 2017-04-22 at 11.43.06 AM

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...